Report dall’evento Amarone Opera Prima 2026, con un focus su mercati e prospettive del vino-icona della Valpolicella. Cresce la percentuale di vigneto certificato (più SQNPI, meno bio). Annata 2021 nel segno dell’equilibrio.
C’è un pragmatismo quasi contadino, ma terribilmente lucido, nei numeri che emergono da questo Amarone Opera Prima 2026. Se l’annata 2021 nel bicchiere convince per un’eleganza che mira a contenere la muscolarità del passato, è guardando ai mercati che si comprende quanto la sfida sia diventata complessa. La Valpolicella ha smesso di correre alla cieca: oggi si muove su un terreno dove la contrazione dei volumi è un dato di fatto, ma la tenuta del valore racconta una storia di resistenza che passa per una massa critica imponente: 8.600 ettari vitati e una produzione di 60 milioni di bottiglie complessive di tutte le versioni, capaci di generare un giro d’affari che sfiora i 600 milioni di euro. L’Amarone chiude il 2025 con una flessione contenuta al 2,4% (102 mila ettolitri). Un assestamento fisiologico in un panorama frammentato: se gli USA flettono del 5,8% sotto il peso dei dazi e la Svizzera segna un -9,8%, mercati come il Regno Unito (+8,9%) e i Paesi Bassi (+12%) tengono alta la bandiera dell’export, che assorbe ormai il 60% della produzione.Rispetto all’edizione precedente, dove il focus era sulla tenuta post-pandemica della 2020, oggi la narrazione è virata sulla “Reinvention”. Christian Marchesini, Presidente del Consorzio, non usa giri di parole: «L’Amarone 2021 è un vino di carattere, solido ed equilibrato grazie a un andamento climatico e alla bravura dei produttori che hanno dimostrato una grande capacità di affinamento. Questo sarà l’Amarone dei prossimi anni». Ma Marchesini va oltre la tecnica e affronta la geopolitica: «Non ci si può nascondere dietro le difficoltà dei mercati internazionali. I maggiori Paesi importatori sono in recessione e subiamo tensioni globali. Dobbiamo fare promozione e cercare opportunità nel Mercosur: negli anni ’60 e ’70 il Brasile era il nostro secondo mercato. Lo stesso vale per i nuovi accordi con l’India». E bisogna, puntare di più sulla formazione e sulla consapevolezza dei produttori per renderli ancora più in grado di esercitare nella conduzione dell’azienda quella avvedutezza e flessibilità necessarie a capire per tempo e a reagire adeguatamente agli andamenti dei mercati.

È una sfida che pesa sulle casse del Consorzio: il 75% del bilancio è destinato alla promozione, uno sforzo immane che richiede, come sottolineato dal Presidente, un impegno altrettanto forte dalle istituzioni. Ma è qui che il dibattito si fa serrato. Se l’anno scorso ci si interrogava sulla capacità dell’Amarone di restare il baluardo del lusso accessibile, quest’anno la sfida è stilistica. Il rischio, in questo rincorrere lo “snellimento” per compiacere i nuovi consumatori, è quello di preservarne, non svilirne, l’identità. L’Amarone è, per definizione, un vino di eccessi virtuosi e opulenza ragionata. E un ambasciatore del Made in Italy non può diventare un “rosso qualsiasi” per paura di risultare troppo imponente ma deve rivendicare la propria unicità come antidoto all’omologazione.Su questo fronte, anche il Consorzio della Valpolicella sta giocando alcune carte coraggiose. Una su tutte: quella della temperatura di servizio. «Da anni proponiamo di servire Valpolicella e Superiore a temperature più basse», spiega Marchesini, ricordando l’esperimento di Venezia 2023 con i rossi “raffrescati” abbinati al pesce. «Lo facciamo per non perdere mesi di consumo potenziale a causa di temperature non più adeguate». Un’innovazione di servizio, dunque, che non intacca la struttura del vino ma ne allarga l’orizzonte.
Focus sostenibilità: la crescita del SQNPI del 110% nell’ultimo triennio ha portato il 53% del vigneto (4.666 ettari) sotto certificazione. «Non è un’opzione, ma il pilastro verso la Valpolicella 2030», ribadisce Marchesini.In definitiva, la 2021 è un’ottima annata perché la natura ha regalato equilibrio, non perché l’uomo ha cercato di farne un vino “alla moda”. Il futuro sta nel restare fedeli a sé stessi, con la pulizia di un pensiero produttivo che conta su 3.250 ettari destinati alla selezione delle uve per l’appassimento. Un metodo, un rituale, da proteggere e grazie al quale la Valpolicella vincerà la sua scommessa olimpica nel 2026.Il profilo sensoriale dell’annata 2021 degustata tra i diversi produttori, stili e sensibilità, mostra un equilibrio riuscito tra maturità e freschezza. Il frutto è nitido, con note ricorrenti di ciliegia e marasca, spezie misurate e leggere sfumature balsamiche. In bocca la struttura resta solida, ma il tannino è più levigato e l’alcol meglio integrato, sostenuto da una freschezza che dà slancio al sorso. Nel complesso è un’annata meno muscolare e più leggibile, che punta sulla precisione senza rinunciare alla profondità.







