A Valdobbiadene con la vicepresidente della storica cantina di famiglia. Dalle scampagnate pasquali tra le vigne della prima infanzia alla laurea in Agraria, dalla fuga giovanile in America Latina al ritorno a casa. L’eredità del padre Giuliano, la svolta dell’Unesco, la vertigine del clima e il sogno mai sopito dell’Africa.
Succede sempre più spesso che il calendario del vigneto sembri aver perso la bussola. L’anticipo della vendemmia non è più un’eccezione della meteorologia, una bizzarria da annotare a margine del quaderno di campagna, ma una costante con cui fare i conti anno dopo anno. Si sommano, gli anticipi. Incalzano la pianta, rincorrono il vignaiolo, impongono di ripensare i tempi dell’attesa e la gestione stessa della collina.
Con Elvira Bortolomiol, nei locali della cantina di famiglia a Valdobbiadene, la riflessione parte quasi spontaneamente da qui. Da questo clima che cambia e che obbliga chi fa agricoltura a ricalibrare le scelte e i gesti. Ma il nostro non è un dialogo nato per indugiare sulla tecnica spicciola o sui parametri analitici di un calice. Come sempre accade nel confronto con i vignaioli, l’idea è quella di far emergere il vino un po’ in penombra, lasciandolo sullo sfondo come una conseguenza naturale, per andare a cercare la matrice umana, il vissuto personale, la genesi intima delle scelte. È da questo intreccio di biografie che si compone il mosaico di un territorio. E per capire da dove nasca la figura di Elvira Bortolomiol occorre partire dall’inizio, dalla prima scolarità e dal clima che si respirava in casa quando il futuro era ancora tutto da scrivere.
L’ATTESA E IL TEMPO DELLE COLLINE
A prima vista, la traiettoria di Elvira Bortolomiol parrebbe improntata a una linearità quasi scolastica, da manuale del buon passaggio di consegne, di continuità aziendale. Ma è sufficiente scalzare la prima zolla per accorgersi che la sua è una storia fatta di scatti d’orgoglio, scarti improvvisi e allontanamenti volontari, indispensabili per potersi poi riappropriare dei propri luoghi con uno sguardo libero da condizionamenti.
L’infanzia di Elvira a Valdobbiadene ha i tratti d’un mondo ancora integro e severo, ben lontano dai clamori del turismo globale di oggi. “Il mio profilo è molto definito”, esordisce con quella compostezza autorevole ma priva di artificiosità che la distingue. “Fin da quando eravamo piccole io e le mie sorelle abbiamo sempre seguito l’attività di famiglia, e siamo state sempre in mezzo alle bottiglie, alle vasche, alle autoclavi. Io poi, pensavo che quello che avrei fatto da grande sarebbe stato inesorabilmente legato alle ricerche e alle sperimentazioni che aveva già fatto nostro padre. Seguirlo e seguire i suoi studi era una delle cose che mi piacevano di più. Non so se fosse per il fatto che papà aveva questo suo modo di fare piuttosto leaderistico, carismatico, ma io in particolare avevo proprio questa inclinazione intima verso l’agricoltura e verso l’enologia”.

Giuliano Bortolomiol, fondatore della casa vinicola nel secondo dopoguerra e figura leggendaria del Conegliano-Valdobbiadene per il suo contributo alla spumantizzazione moderna, è un padre-maestro d’una statura imponente. Un uomo capace di tracciare solchi profondi. Crescere dentro quel solco garantiva protezione, ma esigeva al contempo una prova di maturità: dimostrare che la propria passione non fosse un semplice riflesso condizionato dell’eredità paterna.
LA SCELTA DELLA FORESTA E LA FUGA NECESSARIA
La vera rottura rispetto al copione già scritto arriva al momento di scegliere gli studi universitari, subito dopo il liceo scientifico a Valdobbiadene e Treviso — preferito per ragioni pratiche di viabilità rispetto alla storica Scuola Enologica di Conegliano. “Avevamo provato a capire come poter rimanere a Conegliano dove avrei studiato enologia, ma abbiamo scartato questa ipotesi perché non potevo risiedervi ed era difficile fare la pendolare tutti i giorni. Quindi il liceo scientifico era più facile logisticamente”.
Elvira s’iscrive alla Facoltà di Agraria dell’Università di Padova. Ma non sceglie l’indirizzo enologico puro. Sceglie la laurea in Scienze Forestali. “È una cosa che non dico mai – confida sorridendo – perché sembrerebbe portare un po’ fuori dal contesto vitivinicolo, ma è un percorso che ho voluto fortemente. Un po’ perché avevo capito che questa strada che percorrevo era quella apprezzata e a suo modo indicata da mio padre, e un po’ perché i temi della sostenibilità, degli ecosistemi e dell’ambiente erano parte di una passione personale profonda. Sapevo che questo percorso accademico mi avrebbe potuto portare a studiare e lavorare fuori dal Veneto e dal mondo del vino, e così è stato. Ma la voglia di fare un’esperienza estranea all’ambito familiare era altissima. E con la scusa che volevo fare una breve esperienza all’estero, sono partita per lavorare prima con un’azienda di Roma nell’ambito dell’agrometeorologia e del telerilevamento dei suoli, poi in America Latina con organismi internazionali come il Banco Interamericano di Sviluppo, lavorando a contatto con i Ministeri di quei Paesi”.
L’avventura sudamericana, prima in Bolivia poi in Guyana Inglese e Argentina, non nasce come una parentesi calcolata o come un tirocinio propedeutico al rientro a Valdobbiadene. Vivere il contesto internazionale significa per Elvira forgiare un’identità autonoma, recidere il cordone con l’eredità paterna e misurarsi con interlocutori istituzionali complessi. E l’idea di un rimpatrio rimane uno scenario estraneo, finché non è la necessità aziendale a richiamarla all’origine. “In quel momento no – risponde secca – al rientro non ci pensavo proprio. C’era il biglietto di andata e non quello di ritorno. Ero convinta che mi stessi creando un mio percorso personale non più legato alla famiglia. In realtà, poi, quello che vivevo era comunque molto collegato al mondo del vino di quei Paesi. A un certo punto questo percorso si interruppe e mio padre mi disse: ‘Preferirei che tu rientrassi per occuparti di alcune faccende che sono diventate importanti per l’azienda’. Io sono rientrata con l’idea che sarei poi tornata a fare il mio lavoro all’estero. In realtà, non sono più andata via”.

È lo snodo decisivo. Rientrata a Valdobbiadene inizialmente per seguire alcuni progetti internazionali e i mercati esteri, Elvira viene riassorbita dal tessuto lavorativo e umano del suo territorio. Si occupa dei rapporti con i viticoltori conferitori, segue la filiera, segue le progettualità che possono andare oltre i confini locali, ma lo fa con una forma mentis affilata fuori dai confini nazionali. Un’attitudine alla visione sistemica e alla negoziazione con le istituzioni pubbliche che risulterà determinante negli anni a venire.
L’INFANZIA TRA LE SPONDE DEL CIGLIONE E LA GENEROSITÀ DI GIULIANO
Il dialogo ritorna indietro nel tempo, come per rintracciare le radici di quella sensibilità territoriale. La storia aziendale e la figura di Giuliano Bortolomiol sono note attraverso i libri, le celebrazioni e le tante occasioni in cui la famiglia ha reso partecipe il pubblico del ruolo fondamentale esercitato da Giuliano in questo distretto. Ma com’era la vita a Valdobbiadene durante l’infanzia di Elvira? E com’era la socialità tra queste colline, vista con gli occhi della bambina di allora? “Era un mondo molto contadino e dedito al vino – ricorda Elvira – Ricordo che mio padre ogni tanto mi portava in giro con lui nelle trattative con i viticoltori e io seguivo questi aspetti e vedevo un mondo fortemente legato alla terra e alla tradizione agricola. Tutta questa realtà bucolica si è fatta spazio e si è sedimentata nella mia mente: sapevo che un giorno sarebbe diventata parte della mia vita non solo professionale. Se uno vive un’infanzia così legata alla terra, quella terra non la dimentica. Per noi la scampagnata non era un viaggio lontano: era in mezzo ai vigneti, magari verso la chiesetta dove adesso si portano i turisti ed era dove andavamo il giorno di Pasqua. Era tutto compenetrato in questo territorio. Per forza di cose è entrato dentro e non è uscito più”.
Dubbi? Tentazioni di fare qualcosa di completamente diverso dalle attività di famiglia? “Questo mai – risponde convinta – Non so per quale ragione, ma una volta rientrata stabilmente in azienda non mi è mai capitato”. Una vocazione chiara, alimentata anche dalla grande determinazione dimostrata nel percorso universitario e professionale. Un’esperienza internazionale che le ha fornito le spalle forti per non sentirsi mai appesantita dalle responsabilità aziendali. “Diciamo che, per quanto impegnativo, seguire l’azienda è più un divertimento e un piacere. Ed essere stata presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano-Valdobbiadene Docg è stato per me motivo di grande orgoglio”.
Da quella giovinezza vissuta tra i filari, Elvira eredita la memoria d’un modello imprenditoriale fondato sul rigore ma aperto alla comunità. La genesi del marchio affonda le radici nella struttura originaria della Fratelli Bortolomiol, architettura condivisa che vedeva Giuliano affiancato dai fratelli in una gestione a pianta larga, tipica delle grandi famiglie contadine. Un’esperienza di coabitazione professionale e di vita che trova il suo punto di svolta nella scelta di intraprendere percorsi individuali.

Da quella scissione, Giuliano emerge tracciando una via solitaria e pionieristica, incardinata sulla sperimentazione scientifica e sulla centralità della tecnica. “Mio padre era un uomo determinato, visionario, con una cifra superiore alla media degli imprenditori dell’epoca – spiega Elvira – Penso che il territorio abbia avuto un grande vantaggio da questo. Se devo dire cosa rappresentava questa cantina in certi momenti, devo ricordare che papà era un tecnico legato alla sperimentazione, anche in collaborazione con l’università. Qui in cantina c’erano strumenti che magari altre cantine non avevano. Mi ricordo che venivano spesso produttori e colleghi da altre cantine e mio padre, essendo una persona molto aperta, dava sia le indicazioni tecniche sia lo strumento che aveva acquistato e che poteva essere utile agli altri. Condivideva volentieri il suo know-how che è servito a questo territorio per crescere. Non ha mai pensato che il successo aziendale o personale passasse attraverso la mancanza di condivisione con i colleghi”.
CHI SONO & COSA FACCIO Sono Gian Omar Bison, giornalista e divulgatore. Mi occupo di agroalimentare, enogastronomia, economia agricola, attualità e politica, raccontando cosa c’è davvero dietro ai fatti.
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Un dettaglio cruciale. Una lezione d’etica contadina in cui la crescita del singolo non è mai disgiunta dal progresso della comunità, che Elvira riscoprirà più tardi in tutta la sua portata. “All’epoca ero giovane, per me era semplicemente quello che voleva mio padre e che non si andava a discutere – ammette – L’ho capito solo molto dopo che c’era stata questa grande condivisione sul territorio, ed è una cosa fantastica che mi rende orgogliosa. È una cosa oggi abbastanza rara, perché siamo tutti più chiusi sulle nostre cose e facciamo più fatica a condividere strumenti e informazioni”.
LA CORSA DEL TERRITORIO E LA PARABOLA DELL’UNESCO
Ascoltando Elvira Bortolomiol, si percepisce l’assenza di recriminazioni o rimpianti. Una volta riabbracciata la cantina, la sua rotta è apparsa nitida. Ma la sua biografia si salda inevitabilmente con la grande storia del Conegliano-Valdobbiadene, protagonista di un’ascesa produttiva tra le più imponenti nel panorama vitivinicolo europeo. Le famiglie storiche di queste colline sono state capaci di orchestrare una trasformazione profonda, guidando centinaia di piccoli conferitori verso un’idea precisa di qualità. Dagli anni in cui Veronelli volle inserire nella sua celebre collana “I Semi” la figura di Giuliano Bortolomiol — con Elvira protagonista nel recuperare tutte le testimonianze e i piccoli segni di quella storia contadina — fino all’evoluzione istituzionale del mondo del vino. Un’evoluzione passata attraverso tappe fondamentali: dalla fase iniziale della DOC fino al salto verso la DOCG in una corsa imprenditoriale tipica di queste zone operose che non ha mai cercato un momento di sosta.

“È stata una costruzione collettiva – conferma Elvira – Se non ci fosse stata la determinazione dei produttori e dei viticoltori assieme, non si sarebbe arrivati a questi risultati. Al riconoscimento Unesco per le nostre colline. Un valore aggiunto che ad oggi, magari anche inconsciamente, i produttori hanno iniziato a sfruttare. Arrivare a diventare Patrimonio Unesco penso sia stato davvero un percorso meraviglioso. Non è stato però un cammino facile. Io ero già nel consiglio del Consorzio quando il primo dossier non andò in porto e venne respinto. Fu un momento in cui abbiamo dovuto fermarci e rivedere le modalità di presentazione del dossier, chiedendoci con gli altri protagonisti quali fossero i veri punti di forza del territorio. E guarda caso i punti di forza erano proprio il lavoro manuale dell’uomo, il bosco, i ciglioni, la sostenibilità, e non tutto quello che avevamo messo dentro prima. Lì abbiamo capito la vera identità del paesaggio”.
Una crescita impetuosa, che Elvira rifiuta però di definire sproporzionata o eccessiva. “Non è stata una corsa troppo veloce, è stata una corsa rapida con tappe cadenzate e impegnative ma tutte superate. Sull’aspetto enoturistico, ad esempio, questo territorio non era né abituato ad accogliere adeguatamente né a organizzarsi. Ancora adesso ci sono margini di crescita importanti. È stata una strada in salita verso un apice che, secondo me, su alcuni aspetti è ancora da raggiungere”.
LE SFIDE DEL PRESENTE: IL CLIMA, IL MERCATO, LA SOLIDARIETÀ
Il presente del Conegliano-Valdobbiadene richiede tuttavia nuove armi concettuali. La maturità della denominazione non si misura più soltanto sui volumi, ma sulla capacità di difendere l’identità e posizionare il vino al suo reale valore. “Rispetto a 10, 20 o 30 anni fa c’è intanto una maggiore coscienza da parte del viticoltore e del produttore del proprio valore – osserva l’imprenditrice – L’ho visto come spinta anche sui nostri viticoltori conferitori: quando abbiamo introdotto i protocolli di gestione sostenibile del vigneto, il nostro protocollo interno, hanno seguito le indicazioni convinti di poter migliorare la propria viticoltura. Quindi questo territorio era già pronto a fare questa crescita anni fa ed è bastato seguire alcune regole e modi di lavorare per arrivare a un prodotto sempre più di qualità riconosciuta. Oggi secondo me gli aspetti che dobbiamo ancora migliorare sono nella comunicazione del prodotto. Abbiamo tantissimo valore, ma ancora non riusciamo a trasmetterlo appieno sul mercato. In parte è stato fatto, ma ci sono ancora passi importanti da compiere: il posizionamento alto di questo prodotto e la comunicazione di un territorio che ha aspetti distintivi e qualificanti da spendere come il riconoscimento Unesco, la qualità della produzione vitivinicola e la sostenibilità. Abbiamo molte più skill di dieci anni fa e molte più possibilità per farci riconoscere e apprezzare adeguatamente. Ci deve essere un po’ più di coraggio da parte dei produttori per posizionare opportunamente il vino sul mercato e non farsi condizionare dalle contingenze esterne e dai competitor. Su questo, con dei buoni progetti di comunicazione, si potrebbe raggiungere traguardi importanti e gratificanti in poco tempo”.

Parallelamente, sul fronte dell’accoglienza, la parola d’ordine resta la salvaguardia dell’equilibrio territoriale. “L’enoturismo è un fenomeno appena partito ed è in crescita – spiega – ma dovrà essere assolutamente sostenibile. L’overtourism qui non ci può stare, dovremmo essere sempre più accorti in questo senso. Oggi, anche con il riconoscimento dell’Unesco, puoi venire in questa denominazione e vivere un’esperienza a 360 gradi che non è solo quella del vino ma anche quella della cultura in senso ampio. Noi come Bortolomiol abbiamo il Parco della Filandetta, che è diventato uno scrigno di cultura con la Casa dell’Artista e le opere d’arte che raccogliamo e promuoviamo. Un progetto che stiamo continuamente arricchendo. Inoltre, stiamo lavorando a un ulteriore hub nel cuore di Valdobbiadene che diventerà un riferimento promozionale importante per tutta la denominazione”.
Accanto ai progetti culturali, resta però il nodo aperto del riscaldamento globale. La ripidità importante delle rive, fondamentale per l’insolazione, è diventato motivo di estrema vulnerabilità di fronte alle bombe d’acqua e ai periodi di siccità prolungata. “C’è un aspetto molto problematico che è quello legato al cambiamento climatico che anche queste colline stanno vivendo – conferma Elvira – Per il momento stiamo reagendo in maniera resiliente, grazie probabilmente a un’agricoltura molto più sostenibile rispetto a dieci anni fa e perché sappiamo che questi ciglioni sono determinanti per sostenere i filari. Purtroppo, si vivono situazioni difficili legate alle abbondanti piogge e alle grandinate. Gli smottamenti l’anno scorso sono stati più di uno perché la pendenza di queste colline è talmente elevata che se viene a mancare l’equilibrio che le tiene appese e ben organizzate si rischiano situazioni complesse. E poi c’è il discorso opposto della siccità: come portare l’acqua a queste colline? Ci sono vari progetti che avevamo implementato con il Consorzio e che adesso si continua a portare avanti per capire cosa succederà tra 30-40 anni. Questo è l’aspetto più difficile da affrontare”.
PRESIDENZA AL FEMMINILE
L’attitudine alla mediazione e alla sintesi istituzionale si è tradotta nella presidenza del Consorzio di Tutela del Conegliano-Valdobbiadene Docg, che Elvira Bortolomiol ha portato avanti con una costante ricerca di convergenza tra enti pubblici, associazioni e attori della filiera vitivinicola. Un metodo appreso durante le missioni internazionali in Sud America, dove la negoziazione tra agenzie sovranazionali e ministeri locali rappresentava la prassi quotidiana. “Non ho mai fatto politica attiva – chiarisce – se non all’interno del Consorzio, soprattutto per cercare di trovare legami e sinergie con tutti gli enti, le federazioni e le associazioni di categoria interessate al vitivinicolo. Credo, in generale, che la politica dovrebbe sempre capire e supportare il territorio di competenza. In questo senso mi sembra che in Veneto ci sia ancora una politica di grande attenzione per territori così complessi e caratteristici come il nostro. Territori particolari che hanno prodotto cultura, economia, lavoro e opportunità di sviluppo per la popolazione”.
In questo quadro, l’affermazione della figura femminile all’interno di un settore per lungo tempo dominato da paradigmi patriarcali e maschili non ha rappresentato un percorso esente da ostacoli. Pur in presenza di un contesto sociale progressivamente più aperto, l’accesso alle posizioni apicali ha richiesto alle donne una tenacia doppia. “Non neghiamolo, nonostante sia un mondo che oggi è molto più femminile rispetto al passato”.
PROSPETTIVA SUL FUTURO
Il bilancio prospettico verso i prossimi decenni impone uno sguardo capace di unire la dimensione della denominazione e delle colline Unesco con quella personale. Ma dove vede Elvira Bortolomiol il Veneto del vino, l’azienda di famiglia e se stessa tra venti o trent’anni? “Difficilissimo rispondere. La denominazione la vedrei ancora concentrata su un vino come il Prosecco Superiore, coesa nel valorizzare e comunicare un’unica identità così trainante per tutto il sistema del vino italiano. Il Conegliano-Valdobbiadene dovrà essere ancora più capace di guidare il mondo dello spumante, essendo più all’avanguardia di oggi nello sviluppare le caratteristiche che possiede. Per la Bortolomiol spero in una continuità familiare che la renda sempre più forte e meno attaccabile dall’esterno. Adesso è entrata la nuova generazione e stiamo costruendo la vision del futuro. Spero rimanga sempre un faro per quello che abbiamo messo e metteremo in campo dal punto di vista sociale ed economico. Per quanto mi riguarda, spero di condurre questa crescita”.

Ma è proprio sul sociale che Elvira Bortolomiol svela l’ultimo tassello d’una biografia mai banale, riallacciando i fili con il suo passato in America Latina e con i suoi studi forestali. “Sin dall’inizio, quando sono rientrata in azienda – conclude – il mio pensiero era sì quello di poter sostenere la denominazione e il settore, ma anche supportare altri popoli e Paesi meno fortunati di noi. Per questo ho attivato un progetto in Africa durato anni, rivolto a 60 donne nel Benin, per dare loro tutte le informazioni necessarie a mantenere i propri figli, sviluppare il territorio e la propria possibilità di sostentamento. Mi chiedo spesso: sarò ancora in grado di attivare e sostenere un altro progetto così per aiutare realtà meno fortunate della nostra? Spero di sì. C’è ancora questo sogno”.
Lasciando la cantina Bortolomiol mentre le luci della sera scendono sulle rampe vertiginose delle colline, rimane la certezza di aver ascoltato una voce autentica: quella d’una vignaiola che non s’è accontentata di custodire il passato, ma ha saputo trasformare la memoria del padre in un’etica aperta sul mondo.
CHI SONO & COSA FACCIO Sono Gian Omar Bison, giornalista e divulgatore. Mi occupo di agroalimentare, enogastronomia, economia agricola, attualità e politica, raccontando cosa c’è davvero dietro ai fatti.
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