Traguardo storico per l’azienda veronese, apripista nel bio e oggi in biodinamica, sempre rivolta al domani tra vitigni Piwi e pratiche di sostenibilità.
Una storia aziendale che ha preso il via da quella prima fattura di vendita al parroco del paese, datata 1925, in un periodo in cui il fondatore Amadio Fasoli consegnava personalmente le damigiane alle migliori osterie locali. Oggi l’export conta 91 mercati internazionali raggiunti, dalla Svizzera al Giappone e dalla Germania al Canada passando per gli Stati Uniti.
Cent’anni fra i vigneti per la Cantina Fasoli Gino. E il centenario è accompagnato con un nuovo rosso speciale. “Il vino dei cent’anni non è che la summa di tutti i nostri rossi a mono-vitigno”, spiegano Natalino e Matteo Fasoli, terza e quarta generazione dell’azienda a Colognola ai Colli, nell’est veronese della Val d’Illasi. Il rosso del centenario è “il meglio del meglio, una sintesi apicale dei nostri merlot, corvina, corvinone, cabernet e pinot nero. Se quei rossi sono come una famiglia, mi piace pensare di aver messo insieme tanti ‘figli’ sino a rappresentarne uno che esalta in sé tutte le loro differenti qualità”.

DI CORSA VERSO LA SOSTENIBILITÀ
Pionieri del settore biologico già dal 1986 e sperimentatori del metodo biodinamico a partire dal 2006, ad oggi sono proiettati, grazie anche all’investimento sui vini Piwi, verso un orizzonte ad alto tasso di sostenibilità come certificato dal Bilancio.
Quasi metà del secolo di vita trascorso nel mondo del biologico. “In principio – ricordano i Fasoli – fu un’allergia agli agenti chimici. Da lì inaugurammo un nuovo percorso che tuttora ci detta il cammino”.
“Nel 1986 nessuno sapeva cosa fosse il biologico, si trattava di una vera rivoluzione e inizialmente succedeva anche d’essere derisi”, riflette Matteo Fasoli. La scelta di abolire l’uso di pesticidi è stata “la prima pietra di un percorso di sostenibilità”. Un percorso lungo e sfidante, inizialmente anche complicato, “almeno finché non abbiamo conosciuto i primi distributori svizzeri e tedeschi, che ci hanno permesso di proporre con forza quel prodotto frutto di un cambio di mentalità: un prodotto, il vino biologico, che dimostra come il territorio, una volta valorizzato, ti permetta di realizzare cose incredibili”.
Oggi, nel Bilancio di sostenibilità si evidenzia l’impegno di Fasoli Gino nel settore vitivinicolo sostenibile, con particolare attenzione alla certificazione Equalitas, che valuta aspetti ambientali, sociali ed economici.
All’impianto fotovoltaico della potenza di 99 kW già installato seguiranno, infatti, ulteriori investimenti per arrivare a 200 Kw totali. Inoltre, sarà avviato un processo di recupero del calore, quello prodotto dai macchinari d’imbottigliamento e produzione, che in ottica circolare andrà ad alimentare il riscaldamento degli uffici e la produzione di acqua calda di lavaggio. Già oggi, poi, l’azienda recupera fra i tre e quattro mila metri cubi d’acqua piovana, il cui 80 per cento è riutilizzato per l’irrigazione e altri consumi, vedi il lavaggio delle bottiglie. “Nel giro di due anni raggiungeremo l’autonomia energetica fra pannelli fotovoltaici, recupero del calore prodotto dai macchinari quale nuova fonte per riscaldare gli uffici e riutilizzo dell’acqua piovana”.
Nel 2026 l’azienda festeggerà anche i vent’anni di procedure biodinamiche. Dalla semina dei legumi al processo di 24 mesi che porta alla produzione di compost riutilizzabile, passando per la piantumazione di alberi: “Vogliamo avere una visione che non è solo produttività”, spiegano Natalino e Matteo Fasoli. In tale visione rientrano i progetti della vigna Tasi e Tenuta Le Cave, che una decina d’anni fa hanno rigenerato un territorio un tempo eletto a vecchia cava di marna per farlo rinascere come ecosistema: un’area dove “l’attività improntata su vini naturali, olio e spezie contribuisce a mantenere dieci ettari di bosco e la biodiversità che vi dimora”.
Nell’agenda figurano anche scelte come l’estensione dell’uso del vetro leggero per il packaging, dove si utilizza già carta 100% riciclata, e valutazioni come l’eliminazione delle capsule dai prodotti che lo consentono. Lo scenario è quello di “un’etica presente su tutta la filiera”.

NUOVE FRONTIERE
Nel 2026 la Cantina Fasoli Gino, che tra le quasi 600mila bottiglie l’anno produce vini certificati biologici e vegani, effettuerà pure il primo raccolto legato ai vitigni resistenti Piwi.
L’azienda ha investito quattro ettari in questo tipo di viticoltura che, di per sé, “permette di abbattere i consumi di rame, già per altro in quantità medio-bassa nei nostri vitigni, e di risparmiare sul consumo di gasolio, grazie al numero di interventi che cala di tre volte”. Secondo Natalino Fasoli, “potrebbe trattarsi di una novità importante per il biologico poiché tutto si basa su una selezione da semi, senza organismi Ogm coinvolti. Parliamo di vini dal minor impatto ambientale, che se lavorati bene potranno essere comparati agli altri, che si tratti di bianchi o di rossi”.
IL VINO DEL CENTENARIO
Realizzato da uve appassite raccolte a mano, il vino dei cento anni è un rosso, nato dall’incontro tra corvina, corvinone, merlot, pinot nero e cabernet sauvignon. Le viti affondano le radici in suoli argillosi, calcarei e sassosi, coltivate secondo i metodi della pergola corta veronese e del guyot. Ogni varietà affina separatamente in botti di rovere per un lungo periodo, tra i 36 e i 48 mesi, per poi unirsi in blend.
È un vino di grande intensità e complessità oltre che di struttura impegnativa. Ideale in abbinamento a carni rosse, selvaggina e formaggi stagionati, è perfetto anche da solo, a fine pasto, da assaporare lentamente in un calice ballon.








