Dall’infanzia tra i vigneti alle esperienze in cantina (da autodidatta), dai passaggi generazionali al successo del presente nel segno della famiglia, Gianni Tessari – produttore “di sostanza” – racconta il suo percorso dal monovitigno a un ventaglio di varietà.
Chi conosce Gianni Tessari ne ha sempre apprezzata l’apparente serenità. Gianni non alza la voce, Gianni non manca di disponibilità, Gianni misura i silenzi e le parole. Eppure, Gianni è un po’ una “bronza cuerta”: sotto la quiete apparente, ostentata, quasi mistica e monastica per il rigore con cui da sempre si approccia al lavoro, arde la brace e spira la bora; l’irrequietezza positiva di “fare e fare bene” come ha insegnato papà Fulvio e come da sempre si usa nel ventre operoso del Veneto contadino. Ma soprattutto Gianni non porta l’orologio e per quanto abbia ceduto da tempo all’utilità del telefonino, non usa WhatsApp.
Nato nel 1963 a Brognoligo di Monteforte d’Alpone, Gianni Tessari affonda le radici in un’anima di paese che oggi rivive nel logo della sua azienda. La sua infanzia è narrata con i contorni sfumati e la libertà di un’epoca lontana quanto basta e certamente perduta. Viveva in una grande casa colonica, con due cucine sullo stesso piano (una di suo padre e una dello zio), in una condizione di vita in comune “oggi impossibile da replicare“. Era un mondo in cui “la vita funzionava anche senza orologio: finita la scuola, ci si perdeva a giocare e si tornava a casa alla sera, senza bisogno di essere cercati“. Sua madre, Rina, era il “motore” della famiglia, il punto fermo che vendeva il vino in casa mentre gli uomini lavoravano nei campi. Eppure, dietro di lei c’era l’autorità silenziosa e insindacabile del padre, l’unico in grado di dire di no alle voglie e alle insistenze dei giovani figli. Quell’atmosfera, in cui il tempo dedicato al lavoro e il tempo libero erano mescolati e indistinti, ha cementato in lui una spontaneità che è ancora la cifra distintiva del suo approccio: “si fa quello che si deve fare senza chiedersi se ci competa o meno, se sia lunedì o domenica“.

L’ANIMA DEL PAESE E IL LAVORO SENZA OROLOGIO
“Sono nato nel 1963 in una famiglia di agricoltori a Brognoligo di Monteforte. Mi piace sottolinearlo – ricorda Gianni – perché il logo della mia azienda riprende l’immagine della vecchia chiesa parrocchiale del Quattrocento, che esiste ancora in piccole tracce come il campanile. Anche se adesso è adibita ad asilo nido resta ancora l’anima del paese. All’epoca mio papà Fulvio, classe 1915 e mancato a cento anni di età, già coltivava la vite e prima di lui mio nonno Amedeo nei primissimi anni del Novecento vendeva vino sfuso, da lui vinificato, in un bar a Presina. Un mondo, quello del vino, che mio padre ha imparato a conoscere sin dall’infanzia. Di più, è stato uno dei primi della zona a specializzarsi nella viticoltura dopo una vita spesa in tutte le attività agricole e le coltivazioni tipiche del mondo contadino di inizio secolo scorso. E uno dei primi che ha visto le opportunità legate alla trasformazione del prodotto anche nella parte di vinificazione che all’epoca si faceva in casa con tini, damigiane e qualche botte. Raccontava spesso che gli capitava di consegnare il vino a domicilio caricando la botte sul carro trainato dal cavallo“.
Parliamo di quattro ettari, condotti da Fulvio insieme al fratello Luigi, titolari di due aziende distinte ma che lavoravano assieme, perché “in famiglia la superficie ci sembrava un’enormità considerata la mole di lavoro manuale e di fatica richiesta”. Abitavano tutti assieme in una casa colonica grande con due cucine al piano terra, una di Fulvio ed una dello zio Luigi e le camere al primo piano. Separati in casa, ma vita in comune. “Ad un certo punto mio padre, prima dell’età della mia piena consapevolezza, decide di voler vinificare l’uva della sua parte, mentre mio zio continuò a conferirla alla cantina sociale“. A Fulvio, quindi, restavano i suoi due ettari ai quali se ne aggiungono altri tre acquistati negli anni, convinto di vinificare il tutto e di destinarne il vino alla vendita in damigiane. “Ricordo che venivano i privati in cantina ad acquistare le damigiane travasate al momento, qualsiasi giorno inclusi sabato e domenica. La vita funzionava anche senza orologio e il tempo libero e il tempo da lavoro erano indistinti e si sono di fatto e sempre mescolati“.
Le scuole elementari e medie frequentate in paese contraddistinguono un periodo ricco di ricordi piacevoli. L’orologio, appunto, non esisteva e finita la scuola c’era giusto il tempo di pranzare velocemente, poi i ragazzi restavano fuori a giocare e tornavano a casa alla sera. “Mia mamma non sapeva certo dove andassi, ma non me lo ha mai neanche chiesto. Io di mio cercavo di tornare a casa non troppo sporco e sbucciato per evitare le sue intemerate. Quando c’era bisogno, si lavorava tutti assieme, ma c’era anche molta libertà. Credo che il fatto di avere avuto dei fratelli grandi in una famiglia autonoma mi abbia garantito una libertà che altri non avevano. E mio padre mi ha concesso di fare e disfare, pure di sbagliare anche se certi paletti erano veramente invalicabili. Un esempio? Io volevo la moto a tutti i costi, ma per mio padre non esisteva proprio e così è stato nonostante la mia insistenza“.
Mamma Rina, classe 1923, era il motore della casa e gestiva ogni aspetto della vita familiare pur nella consapevolezza un po’ di tutti che dietro a lei ci fosse la vera cassazione: Fulvio. “La mamma faceva la casalinga e per questo era sempre presente e a conoscenza di tutte le situazioni. Arrivava il cliente? Andava mia madre che era a casa a vendere il vino mentre gli uomini erano in campagna. Tutto quello che riguardava l’approccio quotidiano, spicciolo e immediato al mondo del vino, era appannaggio di mia madre, ma poi per gli affari più importanti come la spedizione di un camion di damigiane a Milano subentrava mio padre: bisognava trovare il camion da noleggiare e accordarsi era impegnativo considerate le difficoltà di comunicazione dell’epoca. Queste differenze di ruolo tra mio padre e mia madre erano percepite, ma allo stesso tempo c’era integrazione ed erano ben amalgamati nella quotidianità del nucleo familiare. Ancora oggi nella mia realtà aziendale esiste questa organizzazione, definita in ruoli diversi e riconosciuti da tutti: c’è il responsabile vigneti e quello di cantina, ma se c’è da andare a piantumare un vigneto si va tutti assieme al di là delle specifiche competenze. Ripeto, la cosa che mi è sempre piaciuta è la spontaneità con cui tutto questo avveniva e per quanto mi riguarda avviene tutt’ora: all’interno di una visione più o meno condivisa ci si confronta sempre, ma poi si fa quello che si deve fare senza chiedersi se competa o meno“.

TAGLIATELLE, PEARÀ E VINO: LA LITURGIA DEL PRANZO DOMENICALE
Gianni ha un fratello e una sorella, e tra di loro c’è un’importante differenza di età. La sorella si è sposata piuttosto giovane e ha imboccato un suo percorso di vita e di affetti. “Con mio fratello invece – ricorda Gianni – accompagnati da nostro padre abbiamo costruito un po’ alla volta un’azienda vitivinicola che da subito ha abbracciato la modernità. Nel 1986 abbiamo fondato un nostro marchio. Se parliamo di organizzazione domestica, mio padre e mio fratello lavoravano nei campi e a mezzogiorno in punto erano a casa per pranzare, mentre io tornavo dalle scuole all’una circa e mia sorella, con i suoi impegni, quando poteva. In quel momento un po’ si ruppe l’organizzazione sacrale e monolitica della famiglia, da sempre legata nel suo incedere ad orari definiti, stabili e immodificabili come l’ora di pranzo o di cena uguale per tutti. Resisteva la domenica, dopo la messa – per quanto tutto divenne più imprevedibile se non nel fatto che non mancava mai il bicchiere di vino a tavola. Fino ai miei quattordici anni alla domenica a pranzo si mangiavano le tagliatelle con i fegatini, tutto fatto in casa. E di secondo lesso con la pearà. Ne ricordo ancora profumi e sapori. La carne era tipica della domenica e anche se si poteva mangiarla tutti i giorni, farlo di domenica insieme era per tante famiglie dell’epoca il simbolo di un’emancipazione dalla miseria, dalla fame, che noi non abbiamo mai patito. Era comunque una sicurezza che la società veneta contadina in evoluzione aveva conquistato negli anni“.
Rina, tra l’altro, da buona massaia aveva pure una grande conoscenza di cucina e tutto avveniva dopo la messa che per i Tessari era obbligatorio frequentare. “Era una consuetudine oltre che un approccio di fede e la Chiesa esercitava un ruolo riconosciuto come il vero e proprio pilastro, l’asse portante della comunità. Era parte di una vita rassicurante con i suoi tempi e le sue liturgie, con l’oratorio dove si andava a giocare a ping pong piuttosto che a carte sugli scalini, a biglie o a tappi corona, preziosa reliquia delle bottiglie di vetro. Arrivare all’età adulta col giusto equilibrio mentale che questo spirito di comunità e di paese aiutava ad acquisire, necessario per valutare bene le cose del mondo, è difficile da replicare per i ragazzi di oggi. Il tempo dell’infanzia va vissuto come un prezioso, perché è il tempo in cui si ha tempo e non si rincorre il tempo. Un tempo utile per crescere e per conoscere se stessi e gli altri“.
“LE COSE SI FANNO BENE”: L’INSEGNAMENTO DI PAPÀ FULVIO
Ma com’era – visto all’epoca – chi produceva vino per venderlo, considerato che tanti vinificavano in casa per autoconsumo? “Era una cosa del tutto normale produrre per la famiglia. Il paradigma iniziò a cambiare col passaggio alla commercializzazione. All’epoca di mio padre nel circondario altre cinque o sei aziende agricole producevano vino destinato alla vendita al consumo. Certo che farlo con buonsenso e accortezza e senza la casualità e il pressapochismo tipico di chi fa il vino in casa e per autoconsumo è un’altra cosa. Mediamente mancava, tra i produttori dell’epoca, la preparazione adeguata e pure la giusta disposizione“.
Eppure, questo atteggiamento era presente in Fulvio che aveva la giusta predisposizione e il desiderio di provare a vinificare in modo diverso – per quanto il vino venisse considerato quasi esclusivamente un alimento. “Certo, mio padre non era tra i visionari per cui il vino doveva diventare quello che è adesso. Ma l’atteggiamento c’era, e sempre lo stesso: le cose se si fanno si fanno bene. E questo vale per tutto, vino compreso. È un insegnamento che ho fatto mio e dal quale nasce tutta la tensione, lo sforzo per capire come farlo nel miglior modo possibile. Tanto per dire, mio padre è stato uno dei primi ad affidarsi ad un enologo esterno nei primi anni Settanta, quando io avevo nove/dieci anni. Ricordo una persona che veniva in casa e si metteva a parlare con mio padre di vino, come si fa e cosa non si fa. Allora l’enologo era una figura professionale rara e da ascoltare in tutto e per tutto. Il lavoro così impostato iniziava a fare la differenza in meglio e fu una cosa che percepivo bene e che mi inorgogliva. Ricordo ancora una litigata violenta fatta con un compagno di scuola e vicino di casa la cui famiglia produceva vino. Chi lo faceva meglio e chi più buono? Ad esempio, mi padre è stato uno dei primi a vinificare le uve bianche senza macerazione, pratica diffusissima all’epoca quando si lasciavano le bucce a contatto col mosto fino a fine fermentazione. Ce le siamo dette di santa ragione ognuno a difendere il rispettivo padre, ma abbiamo recuperato velocemente e siamo rimasti amici anche perché entrambi siamo rimasti della nostra idea. Oggi sembra una pratica arcaica, ma all’epoca molti lavoravano come la famiglia del mio amico. In realtà né io né lui sapevamo un tubo su cosa fosse giusto o meno fare, ma era importante difendere la bandiera”.
A quell’età Gianni non aveva le idee chiare sul percorso scolastico e sul lavoro che avrebbe voluto fare da grande. “Eppure non sono mai stato spinto dalla mia famiglia in una direzione piuttosto che in un’altra, pur vivendo questa vita e questa realtà. Ho avuto sempre molta libertà. Ho fatto i primi due anni di medie inferiori in un istituto religioso a Montecchio Maggiore, dove vivevo in convitto, perché probabilmente i miei pensavano che avrei ricevuto un’istruzione migliore. La terza media invece l’ho frequentata in paese a Monteforte D’Alpone perché non volevo abbandonare gli amici. E nessuno della famiglia ha obiettato. In seguito, per le superiori mi sono iscritto all’Istituto Tecnico Agrario, una scelta non scontata anche perché quando ero alle elementari avevo deciso che avrei fatto l’archeologo, ma ad un certo punto delle medie mi sembrava di sapere già tutto e che quindi non ci fosse più nulla da scoprire. Motivazione piuttosto discutibile, se non stupida. Tuttavia, a quell’età è normale anzi, quasi auspicabile che si voglia sperimentare e che si possa sbagliare. Quasi mi spiace parlar bene dei tempi andati perché è la stessa cosa che sentivo dire da mio padre e pure da mio nonno. Ai miei tempi… ai suoi tempi… e io uguale? No dai, anche se certo loro avevano la percezione della società in espansione, in evoluzione, con tante migliorie e prospettive quasi tutte buone. Oggi la società sembra in declino per motivi diversi, forse. Resto convinto che i tempi della mia gioventù fossero migliori sotto il profilo dell’umanità, della socialità, della solidarietà, ma mi trattengo dal dirlo perché mi sembra la solita solfa di ogni generazione. Tutti giunti all’età della maturità arriviamo grossomodo alle stesse conclusioni”.

IL CAMBIO DI PASSO E IL PASSAGGIO DI TESTIMONE
Il maestro delle elementari si arrabbiava con Rina perché Gianni era abbastanza irrequieto. “E ancora adesso rischio di sembrare precipitoso, se non maleducato, perché tendo ad interrompere gli altri quando parlano pur senza cattiveria o presunzione. È una sana frenesia, perché ad un certo punto si vada avanti con la discussione, si giri pagina; oppure è l’arroganza, bonaria, di credere di aver già capito tutto prima della conclusione di un discorso o di un ragionamento. Alle medie, ad esempio, mi piaceva il disegno tecnico e allora credevo di voler fare l’architetto a tutti i costi. Anche agraria poteva darmi degli strumenti in questo senso ed era anche giusta come scuola superiore, considerato il contesto familiare, nonostante la cosa più naturale e auspicabile sarebbe stata iscriversi all’Istituto tecnico enologico che all’epoca si trovava solo a Conegliano Veneto o a San Michele all’Adige. E a me dispiaceva andare via da casa perché c’erano le prime cotte, gli amici di sempre, ma anche la famiglia che per me è sempre stata al primo posto. Finite le superiori ho deciso che con lo studio poteva bastare e andai a fare il servizio di leva, passando la selezione per allievo ufficiale di complemento. Sono partito col corso ufficiale a giugno, cinque mesi a Cesano a fare un corso che quasi tutti hanno trovato sfiancante, mentre io sono ingrassato otto chili. Abituato com’ero all’attività fisica, alla fatica del lavoro in azienda, il corso ufficiali non mi è sembrato poi così duro. Dopo 15 mesi di servizio militare, nel 1984 sono rientrato e le aziende che erano di proprietà di mio padre e di mio zio erano diventate la Tessari Fulvio e figli, per cui le uve di tutti i vigneti venivano vinificate. In quel periodo l’attività enologica era in evoluzione e noi che volevamo crescere abbiamo acquistato la nostra prima macchina per la pressatura. Eravamo di fatto io, mio fratello e nostro padre”.
Dal 1982 al 1986 Fulvio si convinse della forza e della volontà dei figli ed iniziò ad acquistare i terreni circostanti, arrivando a disporre di nove ettari in espansione. “Con il nuovo marchio, diventiamo una realtà che comincia a produrre bene lavorando praticamente con monovitigno garganega. L’attività era frenetica, in crescita e pure gratificante. Di giorno sui campi e di sera in cantina. Crescevano gli impegni e il lavoro, di giorno si incazzava mio fratello perché non avevo il suo passo nelle attività di campagna e di sera mi incazzavo io perché lui non aveva le attenzioni e la delicatezza che dovevano esserci nelle attività di cantina. Non stavamo più dentro alla mole enorme di lavoro e ancora vendevamo vino sfuso in damigiane, oltre alle prime bottiglie. In particolare, con le damigiane avevamo un giro importante e la distribuzione in camion ci portava anche in Emilia-Romagna e Lombardia. Avevamo acquistato un furgone con cui si trasportavano 28 damigiane alla volta. L’azienda cresceva e i primi anni l’imbottigliato costava di più degli effettivi guadagni anche perché abbiamo continuato ad investire acquistando filtri, pompe e tutta una serie di attrezzature finalizzate ad avere un prodotto di qualità”.
IMPARARE DAI GIGANTI DEL VINO E MANTENERE I PIEDI PER TERRA
Il vino con l’etichetta veniva sempre più percepito come pregevole e i giganti di allora come Pieropan, Anselmi, Maculan, Inama, stavano iniziando a farsi largo in Italia e anche all’estero. Personaggi solidi e pure sognatori che sono stati per tanti giovani vignaioli dei punti importanti di riferimento e di confronto. “Ricordo che incontravo Giuseppe Inama e pure Leonildo Pieropan che si divertivano a raccontare a sto bociassa le loro visioni. C’era fermento a casa mia e la passione continuava a crescere. A quel punto abbiamo cambiato enologo, per prenderne uno più giovane e aggiornato, e abbiamo iniziato a portare i nostri campioni di vino a fare le analisi di laboratorio. Tutto bene fino a quando ci siamo accorti che non si riusciva più a gestire tutta questa mole di lavoro e allora io iniziai a stare in cantina anche la mattina e non più solo alla sera. Mattina in cantina e pomeriggio in vigneto e qualche volta ci si faceva aiutare da terzisti per le attività di campagna. Ma anche questa modalità iniziava a diventare stretta. E siamo arrivati ad un punto nei primi anni ‘90 che io sul vigneto ci andavo sempre meno e mio fratello sempre meno in cantina. Il tutto con reciproca soddisfazione. Nel frattempo, mio padre che aveva percepito la passione che mettevo nel lavoro, smise di insegnarmi e si mise a chiedermi e ad imparare. Tutte cose che mi hanno lusingato, che hanno fatto lievitare il mio orgoglio e le gratificazioni sono arrivate con risultati prestigiosi nelle guide e nei giornali di settore. I giornalisti venivano ad intervistarci e avanti sempre più di questo passo. Eravamo gasati, ma con consapevolezza e la giusta dose di umiltà. È stato un periodo di grande effervescenza nel vino, che ha portato più di qualcuno tra i miei colleghi a montarsi la testa, cosa che non ci ha mai riguardato e condizionato. Il sistema con cui siamo cresciuti e siamo stati educati sin dall’infanzia è sempre stato il nostro faro e non è mai passato in secondo piano”.
LE COMPLICAZIONI DEL VINO COME ECONOMIA
Avanti così fino al 2000. E ogni passo pur piccolo diventava un cambiamento epocale: “dalla linea di imbottigliamento acquistata nel 1990, che ci ha permesso di imbottigliare come, quando e quanto volevamo, all’impianto di controllo temperatura di Sordato (credo sia stato tra i primi che hanno realizzato), dalla macchina etichettatrice autoadesiva di una ditta piemontese, quasi un prototipo al tempo, fino a una delle prime presse con sistema sottovuoto. Insomma, mi sono molto divertito e ho fatto un sacco di sbagli, pure rovinando un bel po’ di vino. Ne ho combinate di tutti i colori, ma ho soprattutto imparato tanto. E mio padre era sempre presente. Saldo al timone per evitare che si uscisse dal seminato, come quando mi aveva vietato la moto. Tutto quello che volevamo sperimentare l’abbiamo fatto, sempre col suo favore e supporto. E questo mi ha fatto crescere. Anche perché, non avendo fatto enologia, ho preso in mano una montagna di libri e ho studiato molto, ma molto più dopo la scuola che non durante“.
Tante altre aziende hanno fatto il percorso, dei Tessari passando dallo sfuso in damigiane e canestri che si vendeva sotto casa all’imbottigliamento. “Cresceva l’interesse delle guide, arrivavano i premi. Si portava il vino in giro, a Pramaggiore piuttosto che in Piemonte. Questo mondo era in evoluzione, in ebollizione. Si lavorava tanto, ma se si fa volentieri non è pesante. Ricordo una delle discussioni con gli amici che svolgendo altri mestieri si stupivano e mi chiedevano perché io lavorassi anche il sabato. Per me era normale e la normalità non si mette in discussione. Non c’è mai stata una distinzione netta nella nostra quotidianità tra vita fuori e vita dentro il lavoro. E con l’azienda in casa non ci sono orari, ma non c’era bisogno ci fossero. Ancora oggi non porto l’orologio. E non ho WhatsApp. Non sono contrario alla tecnologia e alle innovazioni, ma il percorso deve essere naturale e corretto per quel momento preciso. Anche a me a mezzogiorno piace mangiare e alla sera, potendo, ad un certo orario ci si ferma. Ma il tutto in un contesto fluido e flessibile“.
A cavallo degli anni Duemila si lavorava lasciando soffiare il vento in poppa senza forzature, ma con la consapevolezza di dover fare un cambio di passo anche strutturale. E così i Tessari passano dalla cantina sotto casa alla costruzione di una struttura nuova, nel 2001. “Tutto liscio fino a quando, lentamente ma inesorabilmente uno strappo si è fatta largo nel tessuto famigliare. Venivamo da un decennio coincidente con il periodo tra i miei quaranta e cinquanta anni di età, che ho vissuto come meno entusiasmante di altri: eravamo arrivati ad un risultato consolidato e avevamo messo in piedi una bella realtà, ma tutto sembrava più una sorta di routine. E cominciavamo a diventare dipendenti dal marketing, dalla comunicazione, da quella frenesia dell’apparire e dell’avere che spesso può andare a scapito della “qualità della vita”. Avere il consulente marketing esterno, l’enologo di grido a prescindere che portasse o meno valore aggiunto, l’agronomo meglio se proveniente da un territorio diverso era quasi obbligatorio”.
Tutte convinzioni “legate più all’apparenza che alla sostanza”, ma nonostante le mie perplessità sembrava funzionare. “Negli anni Novanta il prodotto inteso come materia prima ci apriva le porte, si andava con la bottiglia al ristorante, si assaggiava ed eventualmente si concludeva. Con gli operatori e alle fiere lo stesso. Queste modalità dal 2000 cambiano e si trasformano grazie a nuove e diverse esigenze di promozione, di marketing, che comunque si sono imposte talmente tanto che la comunicazione del prodotto è diventata quasi più importante del prodotto stesso. Mi interrogavo su cosa stessimo facendo, su quale direzione stessimo imboccando ed era uno degli argomenti di discussione. Però non erano più discussioni “familiari”, ma chissà per quali strane dinamiche erano diventate “aziendali”. In quel periodo mi sono dedicato in maniera sempre più esclusiva alla parte produttiva, dove mi sento decisamente più a mio agio, perché il mondo dei lustrini e della ribalta non mi apparteneva allora né mi appartiene oggi”.
Questa tensione in forma di disagio cresce nel periodo dal 2000 al 2010. Poi, nel 2011, arriva la rottura, “come una montagna che collassa”. “Ho scoperto che l’unità della famiglia era un aspetto predominante ormai solo per me – chiosa Gianni – Il rapporto lavorativo e commerciale, gli interessi economici, avevano superato il principio, per me invalicabile, della salvaguardia degli affetti. Una scelta che ho subito e che mai mi sarei immaginato di vivere. Mio padre era vivo all’epoca e anche lui ha subito questa situazione anche se non ha mai voluto schierarsi. A quel punto mi sono messo sul mercato ed è stato l’anno più complicato della mia vita. Avrei potuto tranquillamente fare il pensionato a cinquant’anni, ma alzarsi la mattina senza stimoli per me era e sarebbe ancora innaturale. Allora ho lavorato praticamente gratis per un anno nelle aziende di amici. La mia famiglia non è stata troppo coinvolta in questo processo, vedendo che io cercavo ostinatamente di evitare ogni tipo di conflittualità. È stato gratificante vedere il sostegno da moglie e figlie”.

LA RIPARTENZA, NEL SEGNO DELLA FAMIGLIA
La ripartenza non è stata facile, ma i risultati sono arrivati presto. “È andata bene, ma non mi aspettavo fino a questo punto: risultati importanti in soli dieci anni, con traguardi che nella mia precedente vita professionale ho raggiunto in trenta. Incredibile! Un bel mix di situazioni favorevoli e aggiungo, ancora in evoluzione, per quanto siano consolidate la linea, lo stile e l’approccio alla produzione e alla comunicazione. Mio papà è mancato nel 2015, a cento anni di età, due anni dopo che ho preso in mano la mia attuale azienda nata con l’obiettivo di costruire una squadra importante. Come? Ho preferito privilegiare la fiducia e l’affidabilità delle persone ai titoli e alle esperienze professionali roboanti. Ho cercato di circondarmi di persone come mia moglie Anna Maria o mio cognato Alessio, che ha sempre avuto una passione viscerale per la terra e i vigneti. Nel frattempo sia Valeria che Alice, le mie figlie, sono entrate in azienda. E Valeria mi ha reso nonno di Lorenzo, una gioia talmente grande che è persino difficile da spiegare. Insomma, ho visto crescere rapidamente e sedimentarsi una realtà che si regge sulle sue gambe, per quanto venga ancora continuamente ripensata. Vedo buone prospettive all’orizzonte, con la famiglia coesa al timone, e quindi assaporo il compimento di un certo tipo di sforzo da parte mia. È il vero motivo per cui alla mattina mi alzo volentieri e faccio quello che faccio. Diversamente sarebbe un tirare a campare che non mi appartiene. Ancora oggi il mio approccio è quello del 1990, senza orologio e senza bisogno di misurare il tempo“.
DAL MONOVITIGNO ALL’ARCOBALENO VARIETALE
Come sono cambiati i vini dal 1995 in poi in termini di approccio e stile? E come potranno cambiare ancora? “Difficile fare un paragone – replica Tessari – Vengo da una lunga esperienza monovitigno e poi per altri dieci anni circa mi sono cimentato con le uve e i vini della Valpolicella in tutte le sue componenti, compreso l’appassimento. A quel punto la mia esperienza tecnica era completa, dai passiti agli Amaroni al Ripasso, dai vini bianchi agli spumanti. E d’altronde il primo metodo classico l’ho fatto nel 1993. Avevo un’esperienza solida su tutto, ma con materie prime limitate: sostanzialmente solo garganega, corvina e corvinone. Le possibilità erano ridotte, ma con la stessa materia prima ho imparato a produrre una gamma ampia e completa. Cosa succede portando questa esperienza nell’attuale realtà? Mi ritrovo in un contesto con una decina di varietà disponibili, per cui è venuta meno la necessità di cercare e trovare accorgimenti per adattare la varietà alla tipologia di vino da ottenere. Se voglio fare uno spumante con la garganega devo raccoglierla con vendemmia anticipata, mentre se voglio fare un passito con la garganega devo procedere con un appassimento; se voglio fare un bianco importante devo fare un altro tipo di attività in vigneto o in cantina. E così via con tutta una serie di compromessi necessari per adattare la varietà allo scopo. Nell’attuale realtà, considerati i territori, le denominazioni e le varietà ho scoperto che non è necessario: se voglio fare uno spumante ho la durella; se voglio fare un rosso muscoloso, non devo fare appassimento, mi bastano merlot e cabernet sauvignon per arrivare a 14% di alcol. Se l’obiettivo è vinificare un rosso fresco e fragrante, non devo aumentare le rese per ettaro ma utilizzare l’uva tai rosso o il pinot nero. E quindi c’è stato un salto di qualità e una visione più ampia”.

Tessari si trova così a disporre di una gamma di vini piuttosto ampia. “E questo è successo perché ogni vino ha una sua destinazione naturale – spiega – determinata dalle caratteristiche varietali, per cui non devo inventarmi cose strane. Diciamocelo, noi produttori siamo un po’ fenomeni con la voglia di provare ogni tanto cose strane. Ecco che un po’ per età, un po’ per esperienza e un po’ per le varietà a disposizione mi sono detto che era il caso di fare uscire i vini nella maniera più naturale, spontanea considerate le peculiarità delle uve di provenienza. Se sono alto e piuttosto robusto vado a fare pallacanestro o pallavolo non il maratoneta. Ecco allora che ogni tessera trova spontaneamente la sua giusta posizione nel puzzle“.
Tessari non ha rimpianti. “Mi sono levato tutti gli sfizi. In particolare, mi sono levato il capriccio di produrre un rosso e un bianco fuori dagli schemi. E non ho smesso di sperimentare; mi sono lanciato anche nell’avventura dei Piwi nel 2014. Mi sono tolto tutte le soddisfazioni”.
Dove si vede allora tra dieci anni? “Ho solo una paura: che nel momento in cui tutte queste posizioni saranno consolidate, e ci stiamo arrivando, che scatti quella vena da “fenomeno” e di farla fuori dal vaso”.
Gianni crede in Dio, “anche se con intensità altalenante – ammette – Non sono di sicuro un basabanchi e sono stato deluso più dalla chiesa che dalla religione”.






