Faccia-a-faccia con Lodovico Giustiniani, tra le memorie mediorientali e le colline patrimonio Unesco votate al Prosecco. E il racconto del progetto Borgoluce, che va oltre il vino per una policoltura che diventa esperienza e brand emozionale.
Lodovico Giustiniani non ostenta l’incedere altero del nobile che amministra un feudo, ma possiede il passo misurato, rispettoso, dell’agronomo che interroga il suolo prima ancora di calpestarlo. È un camminare consapevole, il suo, tipico di chi ha imparato che la terra non mente mai, ma esige un ascolto che non ammette distrazioni. Quando parla di Borgoluce, lo fa con la precisione chirurgica di chi sa che milleduecento ettari a corpo unico non sono una mera estensione geografica o un patrimonio da esibire, ma una responsabilità biologica, etica e, in ultima analisi, profondamente spirituale.

In questo angolo di Veneto che digrada con aristocratica dolcezza verso le anse ghiaiose del Piave, dove l’aria sa di erba tagliata e di un’umidità antica, la famiglia Collalto ha piantato radici che affondano nel dodicesimo secolo; eppure, varcando la soglia della tenuta, non si avverte il sentore stantio della polvere del passato o l’autocompiacimento del blasone, ma l’elettricità vibrante di un’innovazione che non chiede permesso a nessuno.
La conversazione con Lodovico è un corpo a corpo con la realtà più nuda: non v’è spazio per il misticismo enoico di facciata, né per le poetiche e sterili astrazioni dei sommelier di città che cercano il fiorellino nel bicchiere senza conoscere la fatica delle radici. C’è solo la complessa e affascinante verità di chi la terra la accarezza ogni giorno con il vomere per trarne vita, in un equilibrio precario e meraviglioso tra la fredda legge del profitto e la liturgia silenziosa della natura. Il suo sguardo, d’altronde, si è formato lontano da qui, tra i profumi di cedro di una Beirut cosmopolita e il rigore metallico della pianificazione russa; un nomadismo dell’anima che gli ha insegnato a non temere il cambiamento, ma a governarlo con la logica ferrea delle scienze.
Lodovico porta addosso il segno delle grandi distanze e quello, ancora più profondo, dei dolori privati che scarnificano l’uomo rendendolo essenziale, privo di sovrastrutture. È un uomo di frontiera che ha sostituito i fantasmi del liceo classico con la concretezza del fango sugli stivali, convinto che la vera nobiltà non sia un titolo sulla carta, ma la linearità di un comportamento che sappia nutrire il corpo e, con la stessa onestà, elevare lo spirito.
LE RADICI NOMADI E IL PESO DELLA SCELTA
“Ormai nacqui tanti anni fa“, esordisce Lodovico con un sorriso sottile, un’increspatura che maschera una vita vissuta tra i meridiani e i paralleli del mondo, quasi a voler marcare una distanza temporale che è fatta soprattutto di esperienza accumulata. Per decifrare l’uomo Giustiniani bisogna volgere lo sguardo al Levante, in un tempo in cui il Piave era solo un’eco sbiadita nei racconti dei vecchi e l’aria che Lodovico respirava era densa di sale, resine e spezie mediorientali.
Giustiniani nasce a Beirut, in Libano, nel 1967. Suo padre Pio, un ingegnere civile di grande talento impegnato nella costruzione di infrastrutture strategiche, si trovava lì proprio negli anni d’oro, quando la capitale libanese era soprannominata la “Svizzera d’Oriente” per la sua eleganza, la sua libertà e un cosmopolitismo vibrante che sembrava non dover finire mai.
“Mio padre stava costruendo una strada importante, e Beirut allora era un paradiso di modernità e cultura“, ricorda Lodovico, e nei suoi occhi balena il riverbero di quel sole mediterraneo. Ma la storia – quella con la “S” maiuscola – gioca d’anticipo: pochi mesi dopo la sua nascita, a giugno, divampa la Guerra dei Sei Giorni. La famiglia è costretta a una fuga repentina, ma il richiamo dell’avventura internazionale è ormai nel DNA. Si trasferiscono in Tunisia, a Gabès, dove Lodovico trascorre i suoi primi cinque anni di vita tra le dune del deserto, il mare color cobalto e i cantieri del porto che il padre stava dirigendo.
Questa infanzia nomade, benedetta dalla presenza di una madre cosmopolita come Georgina Mameli — nata a Londra e cresciuta tra Bulgaria, Portogallo ed Estonia al seguito del padre ambasciatore — gli ha lasciato un imprinting fondamentale: il mondo non finisce ai confini della provincia trevigiana. Per Lodovico, la terra non è un limite statico, ma un linguaggio universale che va interpretato con rispetto, curiosità e una mentalità aperta ai cambiamenti geopolitici.
Il rientro definitivo in Italia segna l’inizio della formazione scolastica a Bassano del Grappa, ma è la scelta del liceo a rivelare un curioso e divertente retroscena familiare che ha condizionato il destino dei fratelli Giustiniani. “Tutti noi quattro fratelli abbiamo fatto lo scientifico“, racconta scoppiando in una risata che rompe la solennità del momento. Il motivo? Un autentico trauma paterno mai elaborato, quasi un mito familiare. “Mio padre ci raccontava spesso di svegliarsi di notte sudato, nel cuore del riposo, sognando di non aver superato l’esame di maturità al liceo classico. Era un incubo ricorrente, un fantasma che lo perseguitava a distanza di decenni e che ha finito per terrorizzare preventivamente anche noi figli. Eravamo tutti così scioccati da quei racconti di versioni di greco impossibili che, per noi, il liceo classico non è mai stato un’opzione reale. La scelta era obbligata: scappare dal greco e dal latino per rifugiarsi nella rassicurante logica delle scienze, della matematica e della biologia del liceo scientifico“.
Al momento di scegliere l’università, Lodovico si trova davanti a un bivio identitario. Due fratelli avevano già scelto ingegneria, seguendo fedelmente le orme del padre. “Volevo farla anch’io, mi sembrava il percorso naturale. Ma uno dei miei fratelli, che già frequentava i corridoi della facoltà, fu lapidario e quasi brutale: ‘Ma ti rendi conto di quanto sto studiando? Sei davvero sicuro di voler affrontare questo sforzo devastante e teorico?’. Mi ha letteralmente smontato l’entusiasmo in pochi minuti“. Dall’altra parte c’era la figura mitica dello zio agronomo, un uomo controcorrente che aveva passato la vita lavorando per la FAO tra le foreste del Sud America e le savane dell’Africa. “Mio zio cercava di dissuadermi usando una forma di psicologia inversa magistrale. Mi diceva: ‘Vuoi fare Agraria? Ma sei pazzo? Guarda come mi ha ridotto questo lavoro, tra attacchi di malaria, posti sperduti, fango e fatiche indicibili’. Ma più lui dipingeva quegli scenari tragici e avventurosi, più io, affascinato dal suo racconto e stanco dell’idea di uno studio puramente teorico come ingegneria, mi convincevo che l’Agraria fosse la mia vera strada“.

C’era però un sogno segreto che Lodovico ha cullato fino all’ultimo istante: la veterinaria. “Fin da piccolo divoravo libri di animali, ero un appassionato vero, quasi un esperto in erba. Ma c’era un limite biologico invalicabile che mi ha fermato: il sangue. Non mi è mai passata l’impressione fortissima, quasi un malessere fisico, che mi faceva la vista del sangue; sapevo che non avrei mai potuto operare o curare una ferita senza star male io stesso. Così, razionalmente, la scelta cadde su Scienze Agrarie a Padova“. Una facoltà che Lodovico ricorda oggi come una straordinaria scuola di vita multisettoriale, un’università “di cose” e non solo di concetti. “Passavamo dall’economia agraria all’idraulica alla bonifica, dalle costruzioni rurali alla zootecnia pura. Mi ha insegnato un metodo di analisi della realtà che mi porto dietro ancora oggi. Mi ha insegnato, come diceva un mio vecchio professore, che l’università non serve a ricordare tutto, ma a sapere esattamente dove andare a cercare le informazioni nella propria biblioteca mentale quando se ne ha bisogno“.
LA SCUOLA RUSSA E LA METAMORFOSI DI BORGOLUCE
La carriera di Lodovico prende una piega inaspettata verso l’est subito dopo la laurea. Per cinque anni lavora nell’allora Unione Sovietica per una società di trading legata a una banca milanese, gestendo progetti agroalimentari e commerciali mastodontici proprio durante il tumultuoso passaggio post-sovietico. “Sono stati anni bellissimi, di formazione intensa e di sfide logistiche che oggi sembrerebbero impossibili“, ricorda. Lì, tra la vastità delle terre nere e la rigidità dei vecchi piani quinquennali, Lodovico impara la disciplina della pianificazione su scala industriale e il valore della resilienza. “Era la pianificazione quinquennale, i famosi piani russi – riflette – Quell’esperienza mi ha dato una forma mentis che ho applicato subito al mio rientro“.
Nel 1998, il rientro in Italia coincide con l’ingresso ufficiale nella famiglia Collalto. Inizia a collaborare con il suocero, il principe Manfredo di Collalto, occupandosi della gestione complessa di tutte le aziende agricole. “Oggi l’azienda Borgoluce appartiene a mia moglie Caterina e a mia cognata Maria Vittoria, detta Ninni – spiega – Siamo qui con i Collalto da mille anni, ma facciamo agricoltura in modo professionale e redditizio da almeno due secoli. Per noi non è un’attività di rappresentanza o un vezzo nobiliare: noi viviamo di agricoltura seria. Se l’azienda non produce, la storia si ferma“.
Borgoluce è un archivio vivente delle trasformazioni economiche italiane. Lodovico ricorda con precisione i passaggi epocali: “Fino agli anni ’50 qui si produceva il baco da seta, con tanto di stabilimento bacologico interno. Poi è stata la volta del tabacco, un tempo pilastro della provincia di Treviso“. Ma l’azienda non è mai rimasta a guardare. Negli anni ’70, il Principe Manfredo fu tra i primi a scommettere sul kiwi, quando ancora sembrava un’esotica follia. Tra il 2000 e il 2010, Giustiniani imprime una nuova accelerazione verso quella che oggi chiamiamo economia circolare. “Siamo stati tra i primi nell’inizio degli anni 2000-2010 a fare un impianto di biogas per la produzione di energia elettrica. E abbiamo convertito uno storico allevamento di vacche da latte in un allevamento di bufale con caseificio“.

SOSTENIBILITÀ E POLICOLTURA
Per Lodovico, la sostenibilità è un concetto economico, non solo etico. “Sostenibile per noi vuol dire un utilizzo del territorio senza depauperarlo, però facendo un’attività che chiaramente permetta anche di fare economia e generare redditi. Perché se non c’è un’attività economica, non c’è neanche una capacità di mantenere un territorio“. L’agricoltura, per Giustiniani, è l’esempio di economia circolare più vecchio che esista: “un utilizzo all’interno di quelli che sono i sottoprodotti e la capacità di fare un’economia circolare con una produzione da fonti rinnovabili. Non dimentichiamoci che il legno è la fonte rinnovabile più antica che c’è e la silvicoltura è a pieno titolo nel mondo agricolo“.
Tuttavia, Lodovico lancia un allarme sulla “monocoltura” del Prosecco. “Oggi questo territorio è molto orientato a un solo prodotto. Visto dalla provincia di Treviso e oltre, è un’agricoltura orientata a un solo ritmo. Io sono sempre stato, proprio mentalmente e anche come la nostra azienda, per avere più attività. Le aziende agricole storicamente hanno sempre avuto più attività perché questo ti aiuta a mantenere un ecosistema, una biodiversità ancorché plasmata da un uomo“.
Lodovico rivendica la scelta di non aver ceduto tutto al Prosecco. “Abbiamo più di 100 ettari di vigneto, ma non abbiamo mai voluto abdicare a quello che era una produzione di diverse varietà. Oggi puoi assaggiare l’incrocio Manzoni bianco, creato qua vicino al Cerletti dal professor Manzoni, un vino capace di esprimere aromaticità, struttura e alcolicità. E poi il tai rosso, parte della famiglia dei grenache, un vino più morbido, con un bel naso fruttato, vini facili da capire“.

L’OFFICINA DEL GUSTO: DOVE LA TERRA SI FA CONVIVIO
Borgoluce non è solo un’idea o un blasone; è un organismo vivo che si manifesta in una policoltura quasi d’altri tempi, capace però di parlare il linguaggio del futuro. Su questi milleduecento ettari, la biodiversità non è uno slogan, ma una pratica quotidiana: solo cento sono destinati alla vite, mentre il resto è un mosaico di boschi, seminativi, noceti e pascoli dove la mano dell’uomo accompagna la natura senza forzarla.
È qui che prende forma la scommessa più audace di Lodovico, quella zootecnia che è l’anima vera della tenuta: le galline ovaiole, le vacche da carne, i maiali e le bufale, introdotte nei primi anni Duemila per sostituire le vacche da latte, sono oggi il cuore di una filiera chiusissima. Nel caseificio aziendale, il latte si trasforma ogni giorno in mozzarelle, yogurt e ricotte che conservano la fragranza del pascolo. Accanto a loro, i suini incrociati con la razza Duroc vivono allo stato semibrado nei boschi, mentre i bovini di razza Limousine garantiscono, con la loro presenza, quella fertilità naturale che riduce drasticamente l’apporto della chimica nei campi. Tutta questa abbondanza trova il suo sbocco naturale nello spaccio aziendale, un luogo che assomiglia più a una dispensa aristocratica che a un negozio moderno.

Qui il cliente può toccare con mano l’onestà del progetto: dai formaggi ai salumi, dalle noci alle farine, fino ai vini che portano i nomi degli animali della fattoria. Ma è nei locali della tenuta che la “grammatica della terra” si fa finalmente racconto da condividere. Nei ristoranti di Borgoluce, la filosofia del chilometro zero non è una restrizione geografica, ma un atto di coerenza etica: i piatti portano in tavola la carne dei propri allevamenti e i prodotti dell’orto, offrendo un’esperienza sensoriale che è, prima di tutto, un ritorno a casa. È una convivialità colta e spogliata di ogni inutile liturgia, dove un calice di Manzoni bianco o di tai rosso, servito con il pragmatismo del tappo a vite, invita a riscoprire il piacere della terra.

GEOPOLITICA DEL GUSTO E MERCATI GLOBALI
L’analisi di Giustiniani sul mercato internazionale del vino è chirurgica, priva di quell’ottimismo di facciata che spesso ammorba i convegni di settore. “Siamo reduci dalla sbornia post-Covid del 2022 e della prima metà del 2023, quando le cantine si svuotavano quasi da sole e pensavamo che la crescita della domanda fosse infinita. Ora siamo entrati in una crisi strutturale, non congiunturale“.
Lodovico cita dati globali con la freddezza di un analista. “Il Bordeaux, una delle più grandi denominazioni del mondo, ha già spiantato 10mila ettari e ne deve spiantare almeno altri 20mila. Vediamo i dati del mercato cinese: sembrava dovesse essere la nuova frontiera, i nuovi Stati Uniti, invece, la Cina è ritornata al livello di importazione del 1995. Non è mai decollato il consumo vero, è rimasto un vino da collezione o da regali”. Guarda però con speranza verso est: “c’è questo accordo appena firmato con l’India. In 4-5 anni i dazi dovranno diminuire, perché oggi il dazio sul vino è il 75%. È un mercato che avrà grandi possibilità. Sul mercato americano, invece, sono fiducioso: la vedo più come una crisi congiunturale, non strutturale come in Europa, dove i paesi storici — Italia, Spagna, Francia — stanno soffrendo per una contrazione forte dei consumi interni“.
“Oggi stiamo entrando in una nuova fase – osserva ancora – che non è più un cambio all’interno del mondo vino, ma stanno entrando nuove bevande. La competizione ce l’hai con i fermentati di tutti i tipi, la mixology, il no-alcol. La gente sta bevendo diverso. Negli anni Novanta si parlava di bianchi strutturati, affinati, con tenore alcolico impegnativo. Oggi sono difficili da proporre. Abbiamo il successo dei bianchi dell’Alto Adige o dello spumante come aperitivo, il grande successo del Prosecco“.
Attenzione però alla rigidità. “L’austerità nel packaging, nella presentazione e nel racconto rischia di allontanare un consumatore che è molto più versatile e molto meno fidelizzato. Dobbiamo andare nella direzione del mercato“. Per questo Borgoluce punta su vitigni identitari ma accessibili, con etichette accattivanti. “Un ragazzo di vent’anni non vuole sentirsi interrogato quando ordina un bicchiere; vuole piacere, freschezza e una storia onesta. Abbiamo creato etichette dedicate agli animali dell’azienda: Bubalà la bufala, Gedeone il bassotto e Giacaranda l’asino. Un vino deve essere buono, non banale, ma soprattutto deve farsi capire“.

NOBILTÀ D’ANIMO E IL VALORE DELLA FATICA
Nonostante gli impegni aziendali, Lodovico non si è mai tirato indietro rispetto all’impegno civile e associativo, come (past) presidente di Confagricoltura Veneto. “Dedicare tempo alle associazioni non è tempo perso. Se vuoi difendere i tuoi interessi, devi farlo in prima persona. Non puoi delegare la tutela del tuo futuro a terzi“. Tuttavia, la sua è una partecipazione critica verso la “politica dei palazzi”, che definisce spesso triste, autoreferenziale e lontana dai bisogni reali degli imprenditori. Il suo concetto di nobiltà è profondamente laico e umano, privo di ogni boria aristocratica. “Il cognome Giustiniani porta con sé il peso di dogi, beati e santi, così come quello dei Collalto porta mille anni di storia europea. Ma tutto questo deve servire solo a ricordarsi una cosa: l’obbligo di comportarsi in modo lineare, onesto e trasparente. La nobiltà non si impone con i titoli, ti viene riconosciuta dagli altri nella misura in cui hai la capacità di mettere chiunque, dal ministro all’ultimo dei dipendenti, a proprio agio. Il vero ‘signore’ è quello che non fa mai sentire l’interlocutore inferiore o a disagio. L’arroganza del potere è solo un segno di profonda debolezza interiore“.
Questa saggezza misurata è stata forgiata anche dal confronto diretto con il dolore più atroce: la perdita di Maria Sole, una figlia di soli sei anni. “Ti chiedi il perché ogni istante di ogni giorno” confessa con voce ferma, una nota che vibra come una corda tesa. Crede in Dio? “Assolutamente sì – replica – anche se ammetto di essere ancora un po’ arrabbiato con Lui“.
Questa ferita aperta ha reso Lodovico un uomo che non accetta risposte facili o consolazioni di facciata. Critica aspramente la distanza che a volte percepisce tra l’istituzione ecclesiastica e la sofferenza reale delle persone. “Le chiese sono vuote perché spesso la proposta liturgica è lontana dalla grammatica della vita. I giovani non cercano solo catechismo astratto, cercano partecipazione e azione. Vogliono sporcarsi le mani servendo alle mense dei poveri o portando coperte a chi dorme in strada. È lì, nell’azione concreta per l’altro, che si incontra il sacro, non nei discorsi dei sepolcri imbiancati“.
Questa stessa filosofia della concretezza è stata il pilastro dell’educazione che Lodovico e Caterina hanno dato ai loro figli, Jacopo e Delfina. “Sono cresciuti senza televisione al pomeriggio, ma con gli stivali nel fango. Passavano le ore a giocare tra le gabbie dei conigli o a recuperare i piccoli che scappavano. Hanno imparato presto, forse troppo presto, cos’è la fatica del lavoro e cos’è il dolore della perdita“. Lodovico osserva con sconcerto molti coetanei dei suoi figli, giovani nati in famiglie privilegiate che cadono in depressione o crisi esistenziali perché non sanno reggere l’urto della realtà o lo stress di un rifiuto. “I miei figli a 23 e 26 anni sono già assunti e lavorano con serietà estrema. Hanno sviluppato una resilienza che nasce dall’aver vissuto la vita vera, con le sue gioie e le sue tragedie. Sentono il senso del dovere e il valore della parola data. Questa è la vera eredità, la vera fortuna che sento di aver dato loro: le radici per stare in piedi anche quando soffia il vento più forte“.

“Se cinque anni fa mi avessi chiesto quale fosse il mio sogno, ti avrei risposto che volevo che Borgoluce fosse il punto di riferimento mondiale per il Prosecco Superiore. Oggi la mia visione è cambiata, si è evoluta“. Lodovico guarda al futuro di questa tenuta millenaria con una prospettiva immateriale e quasi spirituale. “Vorrei che Borgoluce diventasse, prima di tutto, un brand emozionale. Mi piacerebbe che quando una persona sente questo nome, in qualsiasi parte del mondo si trovi, le vengano subito in mente dei valori positivi: onestà, pulizia, accoglienza, rispetto per la terra. Non importa se in quel momento sta mangiando una nostra mozzarella di bufala o sorseggiando un nostro calice di vino; quello che conta è l’emozione di far parte di un ecosistema sano“.
Mentre la luce del tramonto cala sulle vigne e le ombre si allungano verso il castello di San Salvatore, Lodovico Giustiniani appare per quello che è veramente: un uomo di frontiera, sospeso tra un passato monumentale e un futuro che corre veloce. Un agronomo che ha capito che la risorsa più preziosa di Borgoluce non è il terreno non è il vino e non sono i titoli nobiliari, ma l’integrità dell’uomo che ogni mattina, con umiltà e rigore, sceglie di coltivare non solo la terra, ma anche la propria anima. “Il cibo nutre il corpo, il vino l’anima. Noi cerchiamo di fare entrambe le cose con un comportamento lineare“.







