C’è un errore di prospettiva che da trent’anni paralizza l’area che fu della Democrazia Cristiana e del popolarismo italiano: l’illusione che la testimonianza delle nostre idee possa coincidere con l’isolamento. Chi ha a cuore la lezione di Aldo Moro, di Benigno Zaccagnini, di Tina Anselmi e di Mino Martinazzoli deve fare una scelta di crudo realismo e di profonda coerenza: dobbiamo abitare gli spazi in cui la VERA forma-partito resiste.
Noi siamo post-democristiani mai pentiti, custodi di una storia che non ammette liquidazioni. C’è un errore di prospettiva che da trent’anni paralizza l’area che fu della Democrazia Cristiana e del popolarismo italiano: l’illusione che la testimonianza delle nostre idee possa coincidere con l’isolamento. Abbiamo inseguito per decenni nostalgie identitarie, sigle personali e “centrini” senza popolo, nati unicamente per garantire la sopravvivenza parlamentare di qualche leader di turno, privi di sezioni, privi di congressi, privi di quella carne viva che è il radicamento territoriale.
Penso anche al tentativo furbesco di Pier Ferdinando Casini di auto-attribuirsi, persino nel titolo di un libro, la patente di “ultimo democristiano”. Una patente che non gli appartiene e che non gli può essere riconosciuta. La Democrazia Cristiana non è stata una dinastia estinta di cui reclamare l’eredità per via notarile; è stata un popolo, un’idea di Paese, una pedagogia democratica. Noi non siamo “ex” nostalgici in cerca di un passato da imbalsamare, ma post-democristiani convinti che quella lezione debba camminare sulle gambe della storia presente.
La sentenza della Cassazione sulla continuità giuridica della DC ci ha illuso che bastasse una firma o un timbro a far rinascere una storia. Ma la politica non è un atto burocratico. La politica è comunità, è organizzazione, è democrazia interna regolata e faticosa.
Oggi, di fronte alla scomposizione del quadro politico, alla deriva populista e identitaria delle destre e all’evaporazione dei partiti-azienda, chi ha a cuore la lezione di Aldo Moro, di Benigno Zaccagnini, di Tina Anselmi e di Mino Martinazzoli deve fare una scelta di crudo realismo e di profonda coerenza: dobbiamo abitare gli spazi in cui la VERA forma-partito resiste.


La forma-partito come baluardo costituzionale e la trappola dei “centrini”
Aldo Moro ci ha insegnato che lo Stato democratico vive attraverso la salute dei partiti, intesi come comunità di pensiero e non come comitati d’affari o fan club del leader del momento. Partiti in cui si celebrano congressi veri, in cui si discute nei circoli di provincia, in cui le tessere contano e in cui esiste una base reale.
Tutto il resto è la parcellizzazione dell’ego. Abbiamo visto la spinta di progetti come Azione di Calenda o Italia Viva di Renzi esaurirsi nell’istante esatto in cui i loro leader hanno ottenuto l’elezione o garantito a sé stessi uno strapuntino di potere. Da quel momento in poi, sui territori cala il deserto: nessuna sezione, nessuna classe dirigente eletta, nessuna vita democratica reale. Questa non è politica, è inazione spacciata per centro. Iscriversi e militare nel Partititi significa difendere la democrazia dei partiti veri contro la non democrazia dell’IO e della demagogia.
Scrivere il futuro, non solo leggere il presente: oltre la testimonianza
Spesso sentiamo dire che i cattolici non fanno più politica, o che si sono ritirati nel privato. Non è del tutto vero. Se guardiamo a realtà enormi come Comunione e Liberazione o le Acli, vediamo uno straordinario impegno nelle opere, nella cultura, nella lettura attenta della società. Ma c’è una differenza profonda tra il leggere la realtà (o limitarsi a fare ottima assistenza sociale) e il prendersi la responsabilità storica di provare a scriverla. Il cattolico democratico non può limitarsi a essere un osservatore morale del presente o un gestore del passato. Ha il dovere di scrivere il futuro. E per farlo deve accettare il rischio della mediazione politica, che è la forma più alta di carità laica. Come diceva Benigno Zaccagnini, il nostro compito è “stare dentro la realtà anche quando è scomoda“. Realtà da abitare, pur con fatica e senza nascondere le difficoltà, perché la nostra voce popolare debba risuonare lì dentro, dove si prendono le decisioni collettive.
Il dovere di una “sinistra sociale” e un nuovo dialogo con la Chiesa
Nei miei scritti recenti ho denunciato con forza l’inaccettabile realtà di un’“Italia senza stipendio”, in particolare in quel Nordest che un tempo era locomotiva d’Europa e che oggi vede i suoi giovani migliori costretti all’esodo. I salari fermi da trent’anni, la svalutazione del lavoro, il trionfo della rendita sul merito, l’illusione tecnologica che dimentica la carne dei lavoratori: sono questi i temi su cui la Dottrina Sociale della Chiesa e il popolarismo di sinistra hanno sempre offerto le risposte più alte.
La nostra sensibilità non può regalare il tema del lavoro né al populismo assistenzialista, né al massimalismo ideologico. Per dare forza a questa battaglia, dobbiamo ricostruire un rapporto alto, franco e costante con le gerarchie ecclesiali e vaticane. Non cercando il vecchio collateralismo d’altri tempi, ma un’alleanza matura e laica sui grandi temi antropologici della modernità: la dignità del lavoratore, la cura delle nostre comunità locali e la centralità della persona umana di fronte allo strapotere della tecnica.
Uno spazio popolare anche nel PD: non ospiti, ma fondatori
Il Partito Democratico nasce dall’incontro tra il riformismo della sinistra e il cattolicesimo democratico. In questo senso il cattolicesimo sociale non può sentirsi ospite tollerato in casa d’altri; è una componente co-fondatrice di questo spazio. Rinunciare a presidiarlo significa consegnarlo definitivamente a una deriva monocorde, privando il centrosinistra della necessaria complessità e della cultura del governo e della mediazione che è nostra da sempre. Per questo, sostengo sia giunto il momento di superare la diaspora e l’astensionismo culturale per strutturare un’area popolare forte, riconoscibile e radicata anche dentro il PD. Uno spazio che sia lievito, che porti il rigore della nostra storia nei circoli locali, che sappia dialogare con la modernità senza smarrire l’ancoraggio all’antifascismo costituzionale.
Il rilancio del Paese non passa per i caminetti romani dei micropartiti di centro, ma dal fango e dal lavoro quotidiano nei territori, nelle sezioni, in mezzo alla gente. È una sfida difficile, talvolta un “bagno di sangue” organizzativo, ma è l’unica via onesta che resta per essere fedeli alla nostra storia. Ritroviamoci lì, dove la politica si fa ancora con i congressi e con la partecipazione.
CHI SONO & COSA FACCIO Sono Gian Omar Bison, giornalista e divulgatore. Mi occupo di agroalimentare, enogastronomia, economia agricola, attualità e politica, raccontando cosa c’è davvero dietro ai fatti.
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