Continuare ad alimentare il dibattito su nuovi assetti istituzionali e nuova legge elettorale significa due cose: tenere i riflettori spenti sulle vere riforme che servirebbero al Paese e soprattutto sviare l’interesse dell’opinione pubblica dall’unica cosa che ci farebbe tornare una democrazia rappresentativa invece che una democratura: la possibilità di scegliere e votare i nostri rappresentanti in Parlamento. Come per il Parlamento Europeo e per le elezioni comunali e regionali.
La seconda repubblica è stata come un transfert tra due stazioni, un raccordo secondario e transitorio tra due tratte principali: una strada chiamata prima repubblica, solida, robusta, piantata saldamente sui pilastri della Costituzione Repubblicana e dotata di segnaletica orizzontale e verticale adeguata dove viaggiare in auto sapendo quando e dove entrare e uscire nonostante i rattoppi, il traffico intenso e la pericolosità di alcuni tratti; l’altra chiamata terza repubblica, moderna, agile, super connessa tutta da immaginare prima ancora che da costruire e fatta di intermodalità, treni ad alta velocità, droni e intelligenze artificiali. Se dopo la caduta del muro di Berlino, dopo tangentopoli, dopo il crollo dei partiti e l’avvento del leaderismo, del populismo, dei parlamentari nominati, delle leggi elettorali improponibili i nostri politici ci hanno costretti ad uscire dalla solita, paciosa carreggiata della prima repubblica a causa dei “lavori in corso” promettendo che saremo rientrati più avanti nella nuova corsia della terza repubblica, in pochi avremmo immaginato di restare impantanati così a lungo in questa deviazione, paludosa e dissestata, che è la cosiddetta seconda repubblica. Più che un percorso obbligato e lineare tra le due arterie principali si sta rivelando una rotonda senza vie d’uscita. Una sorta di sintesi perversa tra il Gioco dell’oca e il “Truman Show”.
È così, altro che terza repubblica iniziata, dicevano, col superamento del berlusconismo terminato, quest’ultimo, col trapasso del Cavaliere sceneggiatore, regista e protagonista principale della seconda repubblica. Siamo in piena seconda repubblica: giriamo a vuoto e non sappiamo come uscirne. I progettisti, costruttori, manutentori di questo infinito raccordo, cioè i segretari dei Partiti (Tutti!), hanno nascosto la segnaletica orizzontale e verticale e continuano a presidiare le uscite per impedire alle automobili di andarsene alla ricerca di nuovi orizzonti. Retromarcia verso la Prima Repubblica? Magari, ma hanno imposto pure il senso unico.
Il punto è questo: quando per decenni si continua a parlare ogni due per tre di nuova legge elettorale e di possibili, diversi assetti istituzionali, significa semplicemente dare in pasto agli elettori, con la complicità di giornaloni e giornaletti, degli obiettivi apparentemente perseguibili e che dovrebbero garantire al Paese maggiore libertà, equità, giustizia sociale, competitività economica e servizi migliori. La verità, secondo me, è che continuare ad alimentare il dibattito su questi aspetti, come vogliono i nostri segretari di partito, significa due cose: tenere i riflettori spenti sulle vere riforme che servirebbero al Paese e soprattutto sviare l’interesse dell’opinione pubblica dall’unica cosa che ci farebbe tornare una democrazia rappresentativa invece che una democratura: la possibilità di scegliere e votare i nostri rappresentanti in Parlamento così come accade per l’elezione del parlamento Europeo e dei Consigli Regionali e Comunali. Trovo preferibile lo si possa fare nell’ambito di un sistema proporzionale puro con sbarramento al cinque per cento, ma a sto punto andrebbe bene anche un maggioritario con collegi uninominali. Si, pur di vedere restituita direttamente al popolo la scelta dei propri rappresentanti andrebbe bene quasi tutto. E allora si usciremo dalla palude. E allora si potremo a ragione parlare di Terza Repubblica. E, sono certo, diminuirebbe pure le percentuale di astensionismo dal voto.







