Con il via libera dell’Italia al Mercosur, Bruxelles cerca di arginare l’ombra della Cina in Sud America. Ma tra clausole di salvaguardia e lo scudo delle DOP, resta il dubbio: può un trattato commerciale riscattare l’anima di un continente che rinuncia alla sua identità rurale? Se è vero che la geopolitica guida il mondo, è altrettanto vero che una democrazia che dimentica il legame con la propria terra finisce per perdere il contatto con la sua stessa gente.
L’accelerazione impressa nelle ultime ore al trattato tra Unione Europea e Mercosur non è soltanto una firma apposta in calce a un documento doganale, ma un atto che svela la natura profonda, e spesso contraddittoria, del sogno europeo alle prese con il crudo realismo della modernità. Sabato, ad Asunción, il vecchio continente cercherà di chiudere un cerchio aperto venticinque anni fa, provando a ricucire il rapporto con un Sud America che nel frattempo ha imparato a parlare il mandarino di Pechino. Ma in questa corsa verso il nuovo mondo, l’Europa sembra costretta a negoziare con la propria anima, mettendo sul piatto della bilancia il destino della terra per salvare quello dell’officina. La decisione dell’Italia, che venerdì scorso ha rotto gli indugi dando il via libera politico all’accordo, è il paradigma di questa scelta di campo. Il governo ha scelto la strada della Realpolitik, decidendo che il futuro del Paese passa per i corridoi dell’export industriale, delle macchine utensili e del design, anche a costo di incrinare quel patto ancestrale che lega la nazione al suo paesaggio agrario. È un calcolo freddo, necessario forse, ma che porta con sé il sapore amaro del compromesso. Per addolcire la pillola, si è ricorsi alla grammatica dei numeri e delle clausole: ecco allora la “salvaguardia al 5%”, una sorta di freno a mano d’emergenza che dovrebbe scattare qualora l’invasione di carne o zucchero sudamericano dovesse farsi troppo impetuosa rispetto alle medie del triennio precedente. È un argine tecnico che tenta di contenere un’ansia sociale, una barriera di carta che gli agricoltori, tornati a presidiare le strade con i loro trattori, percepiscono come troppo fragile di fronte alla forza d’urto di mercati sterminati.
Eppure, in questa architettura di dazi e quote, l’Italia ha cercato di piantare alcune bandiere identitarie. La protezione di 57 eccellenze della nostra tavola — dal Grana Padano al Prosciutto di Parma — non è solo una vittoria commerciale contro il mercato del “falso” che prospera oltreoceano; è il tentativo di affermare che la qualità ha un nome, un cognome e un’origine non negoziabile. È lo scudo delle Dop e delle Igp, eretto per impedire che il “Reggianito” argentino continui a usurpare la dignità del Parmigiano Reggiano. Accanto a questo, il pragmatismo ha imposto il focus sui fertilizzanti, con l’abbattimento dei dazi all’importazione per urea e ammoniaca: un piccolo risarcimento economico per chi oggi teme di essere schiacciato dai costi di produzione e dalla concorrenza di chi, in Brasile o in Argentina, non è costretto a rispettare gli stessi, severissimi protocolli ecologici che l’Europa impone a se stessa.
È qui, in questo scarto tra la norma interna e l’apertura esterna, che si annida il paradosso più profondo. Mentre Bruxelles predica la religione della sostenibilità e del Green Deal, l’accordo con il Mercosur rischia di istituzionalizzare una sorta di ipocrisia climatica, importando prodotti coltivati con sostanze che noi abbiamo bandito da decenni in nome della salute pubblica. È la sfida della reciprocità, la pretesa che il libero scambio non diventi una scorciatoia per la concorrenza sleale. Ma la fretta europea ha una spiegazione che risiede nella geopolitica, non nei mercati rionali. L’ombra del Dragone cinese si allunga prepotente sulle miniere di litio e sulle terre rare del Sud America, materie prime senza le quali la transizione digitale e l’industria dell’auto elettrica europea rimarrebbero gusci vuoti. Firmare sabato significa, per l’Unione, tentare di non scomparire dalla scacchiera del secolo, ribadendo una presenza in un quadrante strategico che altrimenti cadrebbe definitivamente nell’orbita di Pechino.
Si firma, dunque, sapendo che la battaglia vera non finisce ad Asunción, ma ricomincia lunedì nei corridoi di Strasburgo e nelle piazze d’Europa. Perché se è vero che la geopolitica guida il mondo, è altrettanto vero che una democrazia che dimentica il legame con la propria terra finisce per perdere il contatto con la sua stessa gente.







