In un mondo diviso tra “giochisti” e “risultatisti”, sovranisti e antisovranisti, europeisti ed euroscettici, trumpisti ed antitrump, oscurantisti e illuministi, la virtù e la responsabilità sta nel mezzo. Fuori dagli schemi, fuori dai dogmatismi. Ancorati alle idee di libertà, giustizia. Fautori del primato della politica e del governo del popolo.
Sarà che sono un vecchio arnese democristiano, novecentesco, naturalmente accomodante e vocato alla conciliazione, ma col tempo faccio sempre più fatica a concepire e sopportare i mondi divisi in blocchi impermeabili se non antagonisti. Per tanti è cerchiobottismo, una mancanza di attributi, di idee chiare; una condanna a vivere e sopravvivere tra zone grigie, crinali scoscesi e accidentati, sempre ai confini dello Yin e dello Yang. Secondo me, invece, è la quint’essenza del riformismo e del progressismo applicabile a quasi tutti gli ambiti di vita collettiva e comunitaria: la politica certamente, le organizzazioni categoriali e sindacali, l’associazionismo sportivo, culturale, sociale, ecc. Diffido degli strilloni, di chi ha costantemente la verità in tasca, assoluta e inconfutabile. Temo: i Torquemada; i ciarlatani che parlano di quello che non conoscono; i demagoghi in grado di dire tutto e il suo contrario sul volgere di due ore e con la stessa forza narrativa, con la stessa ingannevole retorica; i polemisti di professione. Ho apprezzato di più il Breviario del Politico di Mazzarino rispetto al Principe di Macchiavelli o all’Arte della Guerra di Sun Zu.
Mi capita spesso di usare metafore calcistiche per inquadrare situazioni, stati d’animo. Ad esempio non sopporto come gli allenatori e il gioco delle rispettive squadre, vengano divisi tra giochisti e risultatisti. Già è difficile concepire i termini figuriamoci declinarne il significato. In buona sostanza, le categorie di allenatori vengono divise in due insiemi definiti e non comunicanti: se sei un coach speculativo che mira al risultato a prescindere dalla qualità del gioco espresso sei un risultatista; se sei un allenatore che antepone il gioco sempre e comunque, certamente mirando alla vittoria, sei un giochista. L’idea che un allenatore provi a vincere attraverso uno schema, un’idea di gioco bello e arioso suona orripilante ai risultatisti. E viceversa per quelli che sostengono che non si può immaginare di arrivare al risultato soltanto speculando, senza avere e provare ad imporre una propria idea di gioco. Tertium non datur. Un allenatore per me è capace se suffragato dai risultati della squadra. E questi arrivano sia giocando con catenaccio e contropiede che col Tichi Taca. Dipende, appunto, dalle situazioni, dagli avversari, dalle forze a disposizione, senza manicheismo o dogmatismo fuori luogo.
Attingo ad un altro mondo a me caro, quello del vino e della ristorazione. Mi ascrivo al gruppo di coloro i quali sono convinti che vivere in Italia sia motivo di gran culo. Consapevoli che tutto quanto attiene alla ricchezza e alla varietà delle nostre eccellenze agroalimentari e gastronomiche siano derivate da una antica cultura del bello e del buono coltivata e rinnovata nei secoli, applicata a condizioni climatiche, ambientali, naturali uniche ed irreplicabili altrove e che da queste ne sia derivata una biodiversità vegetale e animale straordinaria. Da tutto questo discende una cultura del cibo e del vino inarrivabile nel mondo. Possiamo in questo ambito seguire pedissequamente, acriticamente le sirene dei mercati internazionali come fanno la stragrande maggioranza dei Paesi che non hanno la nostra storia e il nostro culo? Ovvero, è pensabile che il nostro Belpaese di cui sopra giochi a Monopoli con gli altri competitor nel mondo senza contezza della nostra storia, delle nostre tradizioni, della grandezza della civiltà contadina, della nostra identità, bellezza e cultura? Cambiano le società, le occasioni e modalità di consumo, lo scenario macroeconomico e politico internazionale e la risposta per mantenere se non incrementare i profili di competitività è soltanto una e uguale per tutti? Ma per piacere! Eccoli i templari del bianco o nero. Uso l’esempio dell’Amarone ma potrei citare altri vini o altre produzioni agroalimentari tra i campioni del nostro export. Da qualche tempo, certamente con le ultime due edizioni della kermesse “Amarone Opera Prima”, considerati i cambiamenti dei modelli di consumo e la congiuntura economica internazionale, i guru del modello unico di competitività suggeriscono che un vino come l’amarone, il principe dei passiti secchi, così opulento, concentrato, alcolico, corposo, eccetera, rischi di non intercettare più i gusti internazionali e che per questo motivo bisogna rivederne i fondamentali: più fresco, meno “palestrato”, meno legno, meno spezia ecc. ecc. Il rischio secondo me? Buttare il bambino con l’acqua sporca! Gettare alle ortiche decenni di studio, di sperimentazioni, di successi perché “così non si può più fare” dicono i depositari della verità. Io, invece, credo ci siano gli spazi per contenerne gli eccessi e favorirne l’abbinabilità e i momenti di consumo ma che allo stesso tempo sia necessario preservarne l’identità. Stessa cosa dicasi per la cucina tradizionale e la cucina così detta “fine dining”. O tutto di qua o tutto di là dicono i giochisti e i risultatisti del vino e della ristorazione. O tutti e solo col Pellegrino Artusi o tutti e solo con Adrià Ferran. Senza considerare, invece, che nel mezzo ci stanno vignaioli e ristoratori con le idee chiare e che si fanno forza di una proposta identitaria, tradizionale e si, sempre ammodernabile e migliorabile alla luce dei tempi per nuovi affamati di Made in Italy nel mondo. Al bando l’assolutismo enologico e culinario, l’intransigenza, l’intolleranza.
Se applichiamo lo stesso metro di giudizio, lo stesso ragionamento alla situazione politica ed economica nazionale ed internazionale il risultato non cambia. Anzi, considerato l’andazzo degli ultimi anni la situazione è sempre meno grigia e preoccupante. Politica – Antipolitica, Sovranisti – Antisovranisti, Europeisti – Euroscettici, Vaccinisti – Antivaccinisti, Omofobi – Genderfluid, Federalisti – Antifederalisti, Filorussi – Russofobi, Trumpisti – Antitrump, Collettivisti – Leaderisti, Proibizionisti – Antiproibizionisti, Giustizialisti – Antigiustizialisti, Convinti che esistano i cambiamenti climatici e non… In quest’ultimo caso in particolare e in altri saremo oltre, in realtà; più prossimi al fanatismo e all’idiozia che alla dicotomia; più vicini alla contrapposizione tra terrapiattisti e non, tra assertori dell’olocausto o meno. E avanti di questo tristissimo passo.
Se è vero che siamo nel bel mezzo della realizzazione di un nuovo e diverso “Ordine Mondiale” quello che in realtà sta mettendo in campo l’Internazionale del Bianco o Nero è preservare a prescindere o mettere in discussione comunque sia, tutte le organizzazioni deputate a governare le nostre comunità, società, organizzazioni, paesi, economie e le certezze storiche, documentali, inoppugnabili, le conquiste ascrivibili ad una inconfutabile memoria collettiva. Chi lo fa sa di mettere in discussione capisaldi come la democrazia, le costituzioni, le libertà fondamentali individuali e collettive, le organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Onu, La Corte Internazionale dei diritti dell’uomo e avanti di questo passo. E cioè tutte quelle realtà che per decenni, dopo Yalta in particolare, abbiamo chiamato conquiste. E che come tutte le conquiste di civiltà, come i fiori più belli, vanno continuamente abbeverate, talvolta potate, concimate, vanno tagliati i rami secchi per preservarne la grandezza, l’efficacia, la forza e la bellezza. Va detto, onestamente, che in tutto questo ragionamento sconto una visione inevitabilmente “occidentocentrica”. Parlare di ottant’anni di pace significa riferirsi in particolare ai Paesi che da secoli “governano” il mondo: Europa e Stati Uniti su tutti. Guerre, conflitti, soprusi, dittature ne è pieno il mondo da sempre ma purtroppo siamo per la maggior parte ipocriti e perbenisti sempre pronti a voltarci bellamente dall’altra parte.
Le conclusioni sono le seguenti. Le società, il mondo, i paesi, i governi, le politiche sono sempre di più o bianco o nero, in qualsiasi ambito. Un processo in essere da qualche decennio ma che negli ultimi anni ha subito una forte accelerazione e, ahime, appare sempre più una incontenibile deriva. Casi ce ne sono troppi e mi limito a mettere in fila quelli degli ultimi tempi dove imperversano i revisionisti di professione; i negazionisti dell’olocausto, delle foibe, tra tanti esempi recenti che potremo fare. Penso a come e quanto l’internazionale sovranista sia in grado di alimentare le paure, le insicurezze, gli egoismi più profondi delle persone a furia di slogan spesso incredibili, incommentabili, dispensati dai sostenitori del consenso da ottenere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Ne sono esempio i Patrioti riuniti recentemente in Spagna al grido di Mega (Make Europe Great Agani) che fa già ridere così in un Europa in cerca d’autore, che rischia di essere o non essere. Ne è esempio Trump, il loro campione e riferimento indiscusso che in poco tempo come un terremoto ha minato conquiste di civiltà e della scienza e ribaltato relazioni internazionali e diplomatiche consolidate. Come un elefante in cristalleria ne piccona una al giorno sapendo di poterlo fare nel silenzio, nell’inerzia, nel disinteresse generale e spesso con la collusione ceca e genuflessa di tanta informazione.
Va tutto bene? Evviva la conservazione? Difendiamo lo Status Quo a prescindere? No! Troppe di queste “conquiste”, di questi organismi, politiche, sono diventate di comodo, autoreferenziali, mirate all’autoconservazione per continuare ad ingrassare ventri molli, pingui, deboli di pensiero. E così le democrazie occidentali e i loro rappresentanti e i loro media appiattiti se non servili. Da qui a dire che la risposta è il pericolosissimo “o bianco o nero” infarcito di slogan falsi, capziosi, infondati, da sparare sui social senza freni e limiti, ne corre. Evviva quindi la zona grigia, la zona della moderazione, del riformismo e del progressismo teso a migliorare l’esistente, a non disperdere le conquiste sociali, la democrazia, le libertà. E quindi si, come detto più volte molto probabilmente sono fuori da questo tempo e da questo spazio.
Mi piacerebbe avere la cultura, la forza e l’autorevolezza per appellarmi ai “liberi e forti”, ma non ne sono all’altezza. Posso al massimo sperare che tutti un po’ ci si impegni ad ascoltare bene e capire i turpiloqui, le nefandezze, le falsità che una parte del mondo, dominante e debordante, e un manipolo di faccendieri spesso ricchissimi e per lo più irresponsabili, sono in grado di dire, di scrivere e di giustificare anche sapendo che spesso è il contrario della verità. Diamoci almeno la responsabilità di sbugiardarli, di non stancarci a ribadire le verità provate, inconfutabili, incontrovertitibili.







