Essere “popolari” oggi significa smettere di applaudire al balcone della propaganda populista e sovranista. Significa avere il coraggio di dire che se il lavoro non paga la dignità, se la politica flirta con i despoti e i bulli, allora la nostra democrazia è solo un involucro vuoto. La verità è l’unica rivoluzione che ci resta, prima che il fascismo eterno ci tolga anche l’ultima libertà: quella di non essere complici di questo declino travestito da progresso.
Si dice che le cifre, a differenza degli uomini, non mentano mai. È una balla colossale. Le cifre si possono torturare in ogni sgabuzzino ministeriale finché non confessano ciò che il padrone di turno vuole sentirsi dire. Prendete i dati che il Palazzo sventola in questi giorni come trofei di caccia: il tasso di disoccupazione ai minimi storici, il trionfo dei decimali, l’Italia che “corre”. Poi, però, aprite il Gazzettino e scoprite che tra novembre e dicembre sono evaporati 38.000 contratti a termine. Non è “piena occupazione”, è una redistribuzione della precarietà, un gioco delle tre carte dove a restare con il cerino in mano è sempre il lavoratore. Mentre il “carrello della spesa” corre come un centometrista — con i prezzi dei beni alimentari che a inizio 2026 segnano un cumulato del +24% rispetto a quattro anni fa — la narrazione governativa continua a venderci un’idilliaca isola che non c’è. Ma la verità nuda ci dice che siamo l’unico Paese OCSE dove il lavoro non solo non arricchisce, ma non difende più nemmeno dalla povertà. Gli stipendi reali sono crollati di quasi il 9%, ma la colpa, nel teatro della propaganda, è sempre di un “altrove” indefinito. Il PIL italiano boccheggia intorno allo 0,5%: una crescita da prefisso telefonico che non basta nemmeno a coprire gli interessi sul debito che questo governo continua a gonfiare.
Qui torna in mente la lezione di Umberto Eco. Nel 1995, parlando di quello che chiamava “Ur-Fascismo”, Eco ci metteva in guardia non dalle camicie nere, ma da quel fascismo eterno che si annida nel populismo qualitativo e nel disprezzo per le istituzioni. È quella destra che oggi si dice “moderata” ma che vive di irrazionalismo, mentre scivola verso un’Internazionale sovranista e filoputiniana. È lo stesso spartito che recita Viktor Orbán a Budapest, prossimo a un rinnovo ottenuto soffocando il dissenso, e che oggi trova il suo solista più rumoroso oltreoceano: Donald Trump. L’uomo che oggi bullizza l’Europa reclamando la Groenlandia come fosse un appezzamento per un nuovo resort di lusso e minacciando dazi universali dal 10% al 20%. È il bullismo elevato a dottrina: o l’Europa si sottomette, o verrà strozzata. Un neocolonialismo da reality show che mette a nudo la fragilità di un’Unione Europea che, complici i sovranisti di casa nostra, non sa più parlare con una voce sola.
E qui casca l’asino, o meglio, casca il Leone di San Marco. Perché l’ipocrisia nostrana, quella tutta veneta, raggiunge vette di viltà inaudite. Siamo la regione che si vanta di “fare da sé”, la locomotiva che traina il Paese, ma siamo anche la terra dove il dumping contrattuale è diventato sport olimpico. I nostri capitani d’azienda piangono in televisione per i dazi di Trump, ma nelle fabbriche tra Piave e Brenta troviamo contratti pirata e paghe che non permettono nemmeno di pagare l’affitto in un monolocale a Mestre. Vantiamo record di export mentre i nostri laureati scappano a gambe levate verso il Nord Europa, dove le loro competenze valgono il doppio. Il Veneto è diventato un paradosso vivente: ostenta ricchezza nei bilanci delle holding ma nasconde la miseria nei portafogli dei suoi operai e dei suoi giovani. Si riempiono la bocca di “identità” e “autonomia”, ma poi sono i primi a svendere il capitale umano per un punto in più di margine. È il volto cinico di un padronato che ha barattato il futuro dei figli con la convenienza del momento.
Essere “popolari” oggi significa smettere di applaudire al balcone della propaganda populista e sovranista. Significa avere il coraggio di dire che se il lavoro non paga la dignità, se la politica flirta con i despoti e i bulli, allora la nostra democrazia è solo un involucro vuoto. La verità è l’unica rivoluzione che ci resta, prima che il fascismo eterno ci tolga anche l’ultima libertà: quella di non essere complici di questo declino travestito da progresso.






