L’Italia senza stipendio è diventata ufficialmente l’Italia dell’inganno previdenziale. È il trionfo di quell’ipocrisia ben vestita che il Colle ha giustamente ammonito, ma che la politica continua a indossare con disinvoltura. Non è una riforma, è una presa in giro.

C’è un limite oltre il quale la propaganda smette di essere folklore elettorale per farsi insulto. Quel limite è stato valicato con il maxi-emendamento alla Manovra 2026, un documento che mette la pietra tombale sull’annosa messinscena dell’“abolizione della Fornero”. Per anni ci hanno somministrato la favola di Quota 41 come fosse l’elisir di lunga vita del lavoratore, con Matteo Salvini nel ruolo del pifferaio magico pronto a farsi “spernacchiare” – parole sue – in caso di fallimento. Ebbene, si preparino i fischietti, perché il fallimento è servito, condito con una dose di cinismo che persino la professoressa Elsa, nei suoi giorni più cupi, avrebbe faticato a immaginare. Mentre su queste colonne abbiamo documentato un’Italia senza stipendio, con salari reali che a settembre 2025 giacciono ancora sotto il peso di un’inflazione che ha mangiato quasi 9 punti di potere d’acquisto, il Governo decide che non basta pagarci poco: deve anche trattenerci in ufficio fino al tramonto biologico.
La vera perla di questa manovra è la svalutazione del riscatto della laurea, un capolavoro di slealtà istituzionale. Migliaia di cittadini hanno versato risparmi sudati per “comprare” tempo, convinti che lo Stato avrebbe onorato il patto: io ti do i soldi oggi, tu mi lasci andare in pensione prima domani. Niente affatto. Con un colpo di spugna, il valore temporale di quel riscatto viene falcidiato fino a perdere 30 mesi di efficacia entro il 2035. In pratica, lo Stato si comporta come un venditore di auto che, dopo aver incassato il saldo, ti consegna il mezzo senza le ruote. È la “borghesia che ha scelto l’ignoranza”, come scrivevo poco tempo fa, ma qui l’ignoranza è elevata a sistema di governo: si colpisce chi ha studiato e chi ha creduto nella legalità dei contratti.
Non bastasse questo, si allungano le “finestre mobili”, quel limbo burocratico che intercorre tra la maturazione del diritto e l’effettivo incasso dell’assegno. Passeremo dai canonici tre mesi a sei mesi di attesa entro il 2034. Un semestre di vita regalato all’INPS mentre il portafoglio muore, come denunciato nei miei precedenti articoli sul divario tra PIL e vita reale. E per chiudere il cerchio della distrazione di massa, ecco il silenzio-assenso sul TFR per i neoassunti: un assalto mascherato alla liquidità delle famiglie per foraggiare fondi pensione che servono più a puntellare il sistema finanziario che a garantire una vecchiaia serena a chi oggi prende stipendi da fame. L’Italia senza stipendio è diventata ufficialmente l’Italia dell’inganno previdenziale. È il trionfo di quell’ipocrisia ben vestita che il Colle ha giustamente ammonito, ma che la politica continua a indossare con disinvoltura. Non è una riforma, è una presa in giro.







