Cronache di un divario morale. Se il PIL cresce, ma il portafoglio muore, il Paese è malato. E non di febbre, ma di ipocrisia ben vestita.
Come si diceva nell’articolo precedente, per decenni, il rumore di fondo era rassicurante: “L’occupazione cresce, il PIL galleggia”. Balle! La realtà, nota a chiunque scenda dal balcone di Montecitorio e si rechi al supermercato, era quella dei salari fermi al ventennio scorso. Unica, nobile eccezione europea, noi. Il silenzio con cui abbiamo accettato di vederci svuotare le tasche è stato il vero capolavoro della nostra classe dirigente.
Oggi, però, l’idillio è rotto. Il Presidente Mattarella — che dal Quirinale vede bene anche senza dover far la spesa — ha tuonato: «Troppi gli squilibri nelle retribuzioni». Un’ovvietà, certo, ma detta ad alta voce: mentre la platea dei super manager si fa pagare centinaia di volte un dipendente (a volte anche per fallire con eleganza), sotto la soglia di povertà c’è chi lavora. Non è più economia, è un tradimento del patto civile.
La Finanziaria si muove timida. Il piano è alleggerire il “ceto medio” con briciole fiscali — una riduzione IRPEF che a conti fatti regala l’equivalente di un caffè in più al mese. E c’è chi propone la flat tax sugli aumenti contrattuali. Lodevole. Ma a che serve detassare l’aumento, se prima non si ha il coraggio di imporre l’aumento? Il problema non è il fisco. Il problema è il coraggio.
E in questo quadro di malessere silente, c’è il malumore dei giovani che deflagra nelle piazze. Si, la miccia l’hanno data le tragedie oltreconfine, ma il carburante è tutto nostro: è la rabbia di chi sa che la sua laurea vale di più sul Reno che sull’Arno. È la disillusione per l’elemosina a tempo determinato, per l’iniquità non più sopportabile. Protestano per la Palestina, ma bruciano per l’Italia. La loro vera fuga non è un aereo per Berlino; è una ritirata morale da un Paese che non premia il talento. Finché la politica continuerà a temere il rumore delle scelte più di quanto tema il silenzio dei poveri che lavorano, il futuro continuerà a fuggire. Se un uomo come Pertini potesse affacciarsi oggi, guarderebbe le nostre classi dirigenti con l’affetto severo di un padre tradito. Direbbe, con la sua inimitabile veemenza: «La Repubblica si fonda sul lavoro, non sulla precarietà e l’elemosina!». E ai giovani, direbbe di non fermarsi alla protesta ideale, ma di battersi per la concretezza e la prospettiva del loro futuro.






