I dati dell’indagine Fòrema e del Cnel pubblicati in questi giorni non sono semplici numeri, ma la cronaca di un fallimento strutturale: il motivo dell’addio di troppi giovani che cercano l’Eldorado fuori dall’Italia non è una generica voglia di avventura, ma una brutale differenza di ottocento euro netti al mese tra l’esordio lavorativo in Italia e quello nel resto d’Europa.
C’è un numero che più di ogni altro dovrebbe togliere il sonno a chi governa, ed è il 7344. Sono i giovani neolaureati che nel solo 2024 hanno abbandonato il Veneto, un’emorragia di competenze che in dieci anni è più che raddoppiata e che sta dissanguando i territori. Quando Treviso vede partire 1.994 giovani, Vicenza ne perde 1.335 e Padova 1.232, la statistica smette di essere fredda e diventa il diario di un Paese che sta smarrendo la propria sostanza. I dati dell’indagine Fòrema e del Cnel pubblicati in questi giorni non sono semplici numeri, ma la cronaca di un fallimento strutturale: il motivo dell’addio non è una generica voglia di avventura, ma una brutale differenza di ottocento euro netti al mese tra l’esordio lavorativo in Italia e quello nel resto d’Europa. Mentre un neolaureato magistrale italiano deve accontentarsi di una media di 1.447 euro, i suoi coetanei europei partono da 2.231 euro, una forbice che dopo cinque anni diventa un abisso, portando il salario estero a sfiorare i 2.900 euro contro i miseri 1.788 euro rimasti nelle tasche di chi resta.
In questo scenario, la proposta di istituire “borse di impiego” finanziate con l’Irpef regionale appare come l’ennesima ipocrisia ben vestita. È l’ammissione di un sistema che non vuole pagare il valore reale del lavoro e chiede alla mano pubblica di mettere una pezza sui bilanci privati. La realtà contrattuale italiana è infatti un labirinto di precarietà: i dati confermano che all’estero il contratto a tempo indeterminato interessa il 41,9% dei nuovi assunti a un anno dalla laurea, mentre in Italia la percentuale crolla drasticamente al 28,8%. Qui si preferisce abusare dello stage extracurriculare, spesso ridotto a manovalanza a basso costo, o di apprendistati che, nati per la formazione, vengono troppo spesso distorti in meri contratti di sostituzione. A questo si aggiunge la piaga dei contratti a termine che oggi alimentano quel tasso di povertà relativa salito drammaticamente al 18,9% nel 2024.
Le aziende lamentano che l’ottantaquattro per cento delle ricerche di personale va a vuoto, parlando di un “mismatch” di competenze, ma la realtà è che per il cinquantacinque per cento degli under 29 la priorità assoluta è la retribuzione e l’indipendenza. I giovani non cercano “visioni” astratte, cercano di sfuggire a un sistema che offre loro solo frammentazione contrattuale e salari al lumicino. Continuare a investire nel “ferro” della tecnologia ignorando la “carne” dei collaboratori è il vero suicidio economico del Nord-Est. Finché la risposta alla fuga dei cervelli saranno le borse di studio temporanee o i bonus fiscali, non faremo altro che finanziare il biglietto di sola andata per i nostri figli verso paesi dove il lavoro ha ancora un prezzo e una dignità. L’Italia senza stipendio è ormai la cronaca di un tradimento annunciato, dove il merito è solo una parola vuota e la fuga l’unica forma di autodifesa rimasta.







