I recenti dati ISTAT (Rapporto BES 2024) mostrano che l’Italia è stabilmente sopra la media europea per rischio di povertà e disuguaglianza. In particolare, il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9% in Italia, contro il 16,2% della media UE27, e la disuguaglianza del reddito netto è anche superiore (5,5% in Italia contro il 4,7% dell’UE27).La notizia che campeggia oggi sulla prima pagina de Il Gazzettino, non fa che acuire questo dramma. Se, da un lato, le buste paga non crescono, dall’altro, l’inflazione sui beni essenziali divora il potere d’acquisto. I dati ISTAT confermano un aumento record dei prezzi alimentari, saliti di circa il 25% negli ultimi quattro anni.
E allora, mettiamoci l’anima in pace e guardiamo in faccia questa nostra Italia, che da troppi anni ama farsi del male con una pervicacia che ha del geniale. Stiamo parlando di stipendi, naturalmente. E la faccenda è di una semplicità disarmante, talmente ovvia da far pensare a un complotto di massa: siamo l’unico Paese cosiddetto occidentale – badate bene, l’unico – dove il lavoro non vale più nulla. Trent’anni, dicono gli economisti, che non si muove foglia. E non è per colpa del destino cinico e baro; è per la palese inettitudine di una classe dirigente che, come un qualsiasi padrone di casa disattento, ha lasciato che la muffa si allargasse fin dentro il portafoglio.
La conseguenza diretta è la disintegrazione del nostro patto sociale. Non si tratta solo di non poter comprare beni voluttuari; ormai, intere famiglie si indebitano per far fronte a emergenze basilari, come la visita medica o il conto dell’idraulico. A confermare questa deriva, i recenti dati ISTAT (Rapporto BES 2024) mostrano che l’Italia è stabilmente sopra la media europea per rischio di povertà e disuguaglianza. In particolare, il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9% in Italia, contro il 16,2% della media UE27, e la disuguaglianza del reddito netto è anche superiore (5,5% in Italia contro il 4,7% dell’UE27). Questa è la cornice drammatica in cui si inserisce la notizia che campeggia oggi sulla prima pagina de Il Gazzettino: gli stipendi, immobili da decenni, rappresentano il vero problema strutturale, aggravato da un costo della vita in accelerazione. Se, da un lato, le buste paga non crescono, dall’altro, l’inflazione sui beni essenziali ne divora il potere d’acquisto. I dati ISTAT confermano un aumento record dei prezzi alimentari, saliti di circa il 25% negli ultimi quattro anni. Questo rincaro si traduce per le famiglie in oltre 1.300 euro di spesa aggiuntiva annua rispetto alla media europea, costringendo i nuclei a basso reddito a una vita “al risparmio” che taglia anche i beni di prima necessità. La rinuncia alle cure di tre milioni di persone (ISTAT) non è un dato, è la fotografia del nostro fallimento civile. A rendere il meccanismo ancora più perverso è il divario, denunciato da Coldiretti, che vede i prezzi aumentare da 3 a 5 volte dal campo alla tavola, con l’inflazione che schiaccia il consumatore e la deflazione che attanaglia l’agricoltore. E non parliamo dei giovani. Il famoso ascensore sociale? L’hanno fermato al piano terra, lo usano solo i figli dei magnati per andare a spasso. Mandiamo all’estero i nostri migliori laureati – che qui hanno stipendi inferiori al 35% rispetto a quelli di Berlino – e lo facciamo pure in pompa magna, per poi lamentarci che il nostro è un Paese di vecchi. Ma è ovvio! Chi resterebbe in un posto dove la qualifica vale quanto un paio di jeans?
E non illudetevi che i cerotti dell’ultima Finanziaria possano cambiare questa musica. Il taglio al cuneo fiscale, che pure è cosa buona, è stato riproposto per pochi mesi, con un respiro cortissimo e senza alcuna visione strutturale. È un sollievo che si esaurirà prima che i cittadini abbiano finito di abituarsi alla nuova cifra in busta paga. È il solito vizio italiano: risolvere i problemi di domani con l’illusione di oggi. È un sussulto momentaneo che non affronta il vero male: la necessità di un aumento strutturale, legato alla produttività e non ai capricci del bilancio statale.
È un meccanismo di una logica perversa: se i salari sono miseri, i consumi si contraggono, e chi è che ci rimette? Gli enti locali nell’erogazione dei servizi di prossimità, ovviamente. Meno incassi, meno servizi. Si taglia sulla manutenzione, sulla pulizia, e le periferie diventano ciò che sono sempre state destinate a essere: la discarica del nostro disinteresse. Qui in Veneto lo sappiamo bene: siamo bravi a lavorare, ma quando c’è da mettere le mani nel bilancio nazionale perdiamo sempre la partita. È l’assenza di serietà che dilaga, rendendo l’Italia tutta un’area di crisi.
Per risistemare questo casino, non servono prediche o miracoli, ma un po’ di buon senso che, come sappiamo, non abita più da queste parti da tempo. Si facciano quattro cose, brevi, secche, e magari le si mantengano per più di una stagione:
- Salario Minimo Legale. Si dia immediatamente dignità ai lavori più poveri con una soglia minima oraria stabilita per legge, ponendo fine al dumping salariale e assicurando un reddito dignitoso.
- Taglio Fiscale Strutturale. Ma serio, per carità. Che si ridia ai lavoratori il frutto della loro fatica subito, senza fare troppi ghirigori. Non una misura a tempo, ma una scelta di civiltà fiscale.
- Premio al Merito. Si abbandoni l’egualitarismo da parrocchia e si leghi finalmente il salario alla produttività e alla competenza. Se un operaio o un impiegato fa bene il suo lavoro, deve guadagnarci. Sennò, perché sbattersi?
- Basta Precariato. Si smetta di finanziare l’instabilità con gli incentivi. Il lavoro a tempo indeterminato non è un lusso, è la base di ogni società che non voglia sfasciarsi.
Non succederà nulla, è chiaro. Ma almeno avremo avuto il coraggio di dire la verità, che in questo Paese è già una mezza rivoluzione.







