L’emotività, l’ideologismo e una radicalizzazione velleitaria hanno impedito un approccio pragmatico ed efficace alla salvaguardia dell’ambiente e del pianeta. La fondazione dell’ex premier laburista britannico Tony Blair ha provato a sostanziare in termini molto argomentati questo concetto in un suo recente studio. Bisogna rendere le alternative a basso impatto carbonico economicamente vantaggiose, piaccia o meno, questo non deve essere un tabù, ne oggetto di demonizzazione in nome di un pauperismo perbenista che tende all’ottimo ma dimentico del bene, ossia della concretezza.
La questione ambientale globale si trova in un momento paradossale: la consapevolezza della fragilità del nostro pianeta e della consistenza dell’impatto umano su ambiente e clima è indubbiamente assimilata nella società, nel contempo le strategie e le politiche per contenere tale impatto e, se possibile, invertirlo stentano enormemente a trovare consenso. Anzi, spesso sono profondamente avversate provocando una sostanziale inazione o comunque un’azione inefficace. Le politiche green ultimamente, in particolare nei “paesi avanzati” sono invise ad ampie fasce sociali e provocano cortocircuiti che producono consenso alle forze che non solo ne negano l’utilità, ma che addirittura arrivano a negarne le premesse, ovverosia il cambiamento climatico, il tema delle emissioni di anidride carbonica e della sostenibilità ambientale. Se siamo arrivati a questo, come ho cercato spesso nel mio piccolo di evidenziare e come hanno fatto autori ben più insigni del sottoscritto lo si deve all’orientamento assunto dalla maggioranza dell’ambientalismo nelle sue varie espressioni negli ultimi due decenni. L’emotività, l’ideologismo e una radicalizzazione velleitaria hanno impedito un approccio pragmatico ed efficace.
Politiche su vasta scala con obbiettivi ambientali che richiedano investimenti, cambi di stili di vita, sacrifici non trovano supporto diffuso nell’opinione pubblica e nelle forze sociali sia nelle democrazie avanzate che nei paesi in via di sviluppo. Nel primo caso perché percepite come destabilizzanti della sicurezza economica e ininfluenti rispetto alla situazione globale (pensiamo alla UE che si è imposta politiche draconiane a fronte di una sua incidenza del 10% sulle emissioni globali di CO2), nel caso dei paesi emergenti, perché ritenute ingiuste e castranti rispetto alle giuste ambizioni di raggiungere un benessere diffuso come quello dei paesi avanzati. Troppo spesso chi ha sollevato queste questioni è stato iscritto nel club dei negazionisti climatici, a dimostrazione dell’ottusità del discorso ambientale mainstream. Proprio per questo metivo il tema del cambiamento climatico, di un cambio globale del paradigma socio economico della nostra società e di produzione energetica richiede una grande ripartenza, un grande e celere RESET.
La fondazione dell’ex premier laburista britannico Tony Blair ha provato a sostanziare in termini molto argomentati questo concetto in un suo recente studio1. Partendo dall’assunto che il cambiamento climatico è una realtà, così come la determinante azione antropica nel provocarne l’accelerazione in corso, lo studio analizza le cause del “disamoramento” delle opinioni pubbliche verso le politiche green e delle difficoltà, sul tema, da parte dei decisori politici, ponendosi, quindi, il problema di proporre basi su cui ricostruire il consenso su questi temi e ricalibrare le strategie d’azione. Partendo da alcuni punti fermi:
- Negli ultimi 20 anni la potenza installata da energie rinnovabili è cresciuta esponenzialmente, ciononostante anche la domanda complessiva di energia è aumentata e ancora oggi i tre quarti del fabbisogno globale è coperto dalle fonti fossili con un ruolo ancora preponderante tra queste del carbone.
- Non solo il carbone è ancora una fonte energetica primaria, ma Cina e India stanno aumentando la produzione energetica basata su di esso.
- Il famoso “picco del fossile” ossia il momento in cui le riserve di idrocarburi avrebbero dovuto iniziare a declinare o per riduzione o per aumento dei costi continua a venire procrastinato.
- Nonostante l’indubbio e importante aumento della produzione energetica da fonti rinnovabili le emissioni globali di anidride carbonica non sono diminuite, anzi, così come il trend di crescita delle temperature globali, rendendo l’obbiettivo degli accordi di Parigi di contenerlo entro 1,5°C assolutamente utopistico, per non dire illusorio.
- Negli ultimi 20 anni il trasporto aereo è raddoppiato e continua ad avere un trend in aumento, da qui al 2050 l’espansione urbana assorbirà il 40% dell’incremento della domanda di acciaio e il 50% di quella di cemento, questi tre settori pesano per un quindi sulle emissioni globali di CO2 e le loro alternative a basse emissioni sono ancora economicamente pesantemente sconvenienti.
- Nel 2000 il 70% dell’incremento delle emissioni di CO2 si doveva a USA e UE, oggi siamo al 56%; nel 1990 USA e UE rappresentavano il 61% delle emissioni complessive, oggi il 30%; adesso i grandi emettitori sono Cina, India, Brasile, Russia e SudEst Asiatico.
Questo significa che misure di neutralità climatica svolte nella sola UE non solo hanno rilevanza effettiva, ma possono essere, ed in parte si è visto esserlo, economicamente controproducenti e in grado di generare quei fenomeni di ostilità più volte richiamati. E’ necessario, quindi, che i Paesi emergenti siano pienamente coinvolti nella riduzione delle emissioni, ma questo non può impedire le loro legittime aspirazioni di conseguire un benessere sociale simil – occidentale, poiché parimenti vi sarà opposizione – come vi è – rispetto a tali questioni. Bisogna rendere le alternative a basso impatto carbonico economicamente vantaggiose, piaccia o meno, questo non deve essere un tabù, ne oggetto di demonizzazione in nome di un pauperismo perbenista che tende all’ottimo ma dimentico del bene, ossia della concretezza.
La fondazione Blair pone diverse linee di azione su cui lavorare:
- Uscita dal carbone per davvero, anche tramite un rilevante impiego del nucleare e dell’idrogeno. Io ci aggiungo Biogas e utilizzo di Combustibili Solidi Secondari (vulgo: da lavorazione rifiuti).
- Utilizzo spinto della cattura di CO2, che non solo può contenere le emissioni, ma anche ridurle. La pratica è stata a lungo avversata dal mondo ambientalista perché vista come greenwashing di Big Oil, ma è uno strumento dalle grandi potenzialità. Ad oggi le pratiche “artificiali” non sono ancora finanziariamente sostenibili su larga scala, ma investimenti e innovazione possono renderle percorribile nell’arco dei prossimi decenni, nel mentre vanno percorse quelle tecniche di sequestro carbonico già disponibili, come la riforestazioni su larga scala e la tutela delle aree umide, che fungono da “pozzi carbonici” (un motivo in più per noi italiani di tutelare la Laguna di Venezia).
- Utilizzo dell’Intelligenza Artificiale per analizzare le reti e le connessioni energiche, ottimizzando la distribuzione, riducendo gli sprechi e i fabbisogni, contenere i costi energetici e gestendo più proficuamente la produzione.
- Investimenti per rendere a minor impatto carbonico la produzione di acciaio e cemento.
Lo studio della fondazione Blair pone come fondamentale l’azione dei decisori politici e delle istituzioni democratiche, sottolinea la necessità che questi operino secondo strategie razionali ed efficaci e vengano sottratte alla pressione esercitata da un certo tipo di dibattito, che ne condizionano la lucidità. Il timore dell’impopolarità ha indubbiamente condotto a scelte più emotive che pragmatiche. Viene rilanciato il ruolo di tecnica e tecnologia, troppo spesso demonizzato, ma è palese che potremo progredire su queste questioni non con “decrescite (in)felici”, ma dispiegando appieno il potenziale dell’ingegno umano. Spiace constatare che questo importante contributo, in Italia ha visto a parte la lodevole eccezione del “Foglio”2 e un passaggio del Corriere3, la riflessione solo di qualche rivista tecnica di nicchia. Il grosso del movimento ambientalista è passato oltre, come sembra aver fatto anche la maggioranza delle forze politiche sia di Governo che Opposizione, l’assenza discussione di queste ultime, particolarmente di quelle che si richiamano alla Sinistra Progressista, è per me, particolarmente desolante.
1 https://institute.global/insights/climate-and-energy/the-climate-paradox-why-we-need-to-reset-action-on-climate-change
2 https://www.ilfoglio.it/economia/2025/04/30/news/le-politiche-ambientali-si-sono-trasformate-in-paradosso-dice-tony-blair-7674861/
3 https://www.corriere.it/esteri/25_aprile_30/tony-blair-transizione-ecologica-decarbonizzazione-02aa5701-ffe5-49eb-9919-bcbc135bdxlk.shtml







