di Alessio Bonetto
Si ricorderanno molte cose di lui e la dimensione del suo papato sarà valutata dagli storici. Però, dal mio punto di vista, val la pena sottolineare la centralità data alla “questione ambientale”, tanto da dedicarvi la sua enciclica “Laudato Si”, in cui, partendo dal messaggio del poverello d’Assisi affronta il tema della sostenibilità ambientale nel nostro tempo e della cura della “nostra casa comune”.
La scomparsa di S.S. Papa Francesco mi ha lasciato interdetto. Non perché inaspettata, poiché ad 88 anni e dopo una lunga degenza ospedaliera, una dipartita non è affatto evento anomalo e imprevedibile, checché ne dicano i poveri dietrologi d’accatto che s’affollano sui social, ma perché la figura del Santo Padre si era resa, per le peculiarità di questo papato, presente e viva nel vissuto quotidiano di ciascuno, credente o meno che fosse. I gesti, a volte anche spicci, dati sino all’ultimo e l’immediatezza nel porsi, hanno reso questo Papa familiare a tutti, anche a chi non vive nella Chiesa. Si ricorderanno molte cose di lui e la dimensione del suo papato sarà valutata dagli storici. Però, dal mio punto di vista, val la pena sottolineare la centralità data alla “questione ambientale”, tanto da dedicarvi la sua enciclica “Laudato Si”, in cui, partendo dal messaggio del poverello d’Assisi affronta il tema della sostenibilità ambientale nel nostro tempo e della cura della “nostra casa comune”. Ovviamente il Pontefice ha inquadrato la questione in chiave neo creazionista, portando avanti il così detto “disegno intelligente”, un modo per conciliare esistenza del divino con le evidenze scientifiche. Ovviamente un approccio scientifico rigoroso non avvalla questa posizione, che, di fatto, porta ad un approccio eterodiretto della ricerca scientifica, ed anche perché fa sì che vi possano essere posizioni preconcette su alcune questioni.
Nella sua enciclica, il Papa, infatti, aveva posizioni, diciamo contestabili, in primis perché, nel momento in cui il Santo Padre entra in disquisizioni che non sono più strettamente legate a dottrina e spiritualità si espone a critiche, poi ancor di più se fa propri degli argomenti che hanno visuali ideologiche alla base. Penso alla sua “diffidenza” verso le biotecnologie in campo agricolo, per esempio. Va detto, però, che ha saputo legare il tema della sostenibilità ambientale del modello socio – economico a quello sociale e di aver compreso l’urgenza di un cambio di paradigma, e di aver compreso la necessità di favorire un dialogo con il mondo scientifico, avvalendosi molto della peculiarità della Pontificia Accademia delle Scienze.
C’era in Francesco, comunque, una non avversione per il pensiero razionale e la capacità, nei limiti del ruolo, di non cedere alle sirene dell’irrazionale e del misticismo magico. Esempio ne fu l’atteggiamento tenuto durante la pandemia Covid 19, dove ha saputo accettare e far applicare disposizioni anche severe, anche quando interferivano pesantemente con la ritualità del culto cattolico e generavano avversioni profonde in ambienti ecclesiastici. Memorabile in tal senso, la sua immagine solitaria alla Via Crucis. Gli va anche dato atto del coraggio del dialogo con figure a lui profondamente distanti sui temi sensibili della bioetica, a prescindere dal fatto che tale dialogo abbia generato o meno cambiamenti entro la cattolicità. La sua scomparsa, alla causa ambientale globale, ha fatto perdere, forse, l’ultima grande voce su scala universale, dopo che si sono eclissate altre figure che portavano avanti tali discorsi, oltre ad essere avvenuta in un momento di crisi della sensibilità ambientale nella società.
Credo che nemmeno il migliore degli sceneggiatori avrebbe, però, saputo scrivere un’uscita di scena più teatrale: il lunedì dopo la Pasqua, dopo l’ultimo bagno di folla, in un anno giubilare, nel pieno di due conflitti, di cui uno violentissimo in Terra Santa, dopo l’incontro con un neoconvertito al cattolicesimo vice presidente USA, esponente di una Presidenza lontana sideralmente dalle sensibilità del Pontefice proprio sui temi sociali e ambientali. Un finale dal sapore decisamente di incompletezza e soprattutto, amarezza.






