Il progetto di ENIREWIND, società del gruppo ENI, sul realizzo di un impianto di recupero energetico da fanghi di depurazione da 150mila tonnellate annue e le problematiche per i disservizi del servizio di raccolta dei rifiuti, in particolare per le frazioni organico e secco. Alessio Bonetto studioso e tecnico esperto del settore pregia Il Popolare con un parere alto, meditato, per niente populista e demagogico.
La riflessione che vorrei sottoporre stavolta alla lettura del pubblico del Popolare è più politica del mio solito, su alcune questioni di estrema concretezza che mi hanno, anche, coinvolto personalmente in una fase non breve della mia vita, questioni che ritengo piuttosto esplicative di come applicazioni manichee di scelte amministrative, spesso supportate da altrettanto manichee campagne d’informazione portino ad esiti infelici con costi a carico della collettività. Spesso di quella futura. L’approccio improvvisato, basato più su convinzioni preconcette, anziché su attente ponderazioni, ossia quello che potremmo chiamare “la politica populista”, alla fine porta a fare scelte che producono risultati opposti ai programmi, senza però che chi le ha prese debba pagare dazio.
Leggo in queste settimane tra le notizie che riguardano il mio Comune natale due notizie:
- La soddisfazione per lo stop della commissione VIA al progetto di ENIREWIND, società del gruppo ENI, di realizzare un impianto di recupero energetico da fanghi di depurazione da 150mila tonnellate annue
- Le problematiche per i disservizi del servizio di raccolta dei rifiuti, in particolare per le frazioni organico e secco.
Sulla questione del mancato parere favorevole della commissione regionale sul progetto ENIREWIND, ammetto di aver letto solo per via indiretta il pronunciamento, mentre ho letto diffusamente le dichiarazioni soddisfatte dei politici e comitati locali contrari al progetto, non che quelle degli esponenti regionali che evidenziavano l’attenzione delle Regione alla salubrità ambientale. Orbene, non voglio essere troppo tecnico sulla questione, ma va detto che in Veneto una problematica sulla gestione fanghi da depurazione esiste, infatti una parte non piccola finisce all’estero (a recupero energetico si badi), non per due soldi, continuare a fare spallucce sul tema non so quanto sia sostenibile ancora a lungo sia economicamente che ambientalmente. C’è la questione dei PFAS, le sostanza perfluoroacriliche, che sappiamo essere un problema vero, e che finiscono nelle acque reflue. Se vogliamo gestire i fanghi da depurazione in agricoltura, piuttosto che in altro modo, allora bisogna mettere mano pesantemente all’impiantistica di depurazione, affinché sia in grado di rimuovere TUTTI i PFAS dai fanghi e questo vuol dire un revampig dell’impiantistica esistente molto significativo. Con costi a carico della collettività, per chiarezza. Ed in ogni caso una volta rimossi i PFAS da qualche parte vanno messi. La decomposizione termica resta il procedimento più promettente per la loro eliminazione, su questa via stava lavorando anche l’EPA (l’agenzia per l’ambiente USA), che sta affrontando la questione con circa un ventennio di anticipo su l’Europa, prima della fase demenziale della gestione trumpiana. Ormai vi sono diversi studi che dimostrano una rilevante scomposizione dei PFAS in composti non nocivi o comunque più trattabili già a 850°C ossia la temperatura di molti dei termovalorizzatori a letto fluido odierni. Si dirà che molti di questi studi escono proprio da ENI, rispondo: e da chi dovrebbero uscire visto che sono loro tra i soggetti principali impegnati a sviluppare questi processi? È un po’ come quelli che fanno dietrologia sul fatto che siano le case farmaceutiche a sviluppare nuovi medicinali. E chi lo dovrebbe fare?
Tornando alla questione locale, va detto che la commissione Via ha cassato il progetto ENIREWIND anche per una sua gestione dell’istruttoria documentale, che a molti non è parsa adeguata a un’azienda di questa caratura. E va ricordato che precedentemente la medesima commissione aveva approvato comunque un progetto di valorizzazione energetica dei fanghi da depurazione per un impianto da 90mila tonnellate annue, presentato dalla multiservizi locale Veneziana, segno che non è eresia questo tipo di pratica. Il progetto, che mirava a ottimizzare il ciclo locale si è poi, per me, inspiegabilmente perso nelle secche della Laguna e i fanghi continuano le loro onerose peregrinazioni.
I disservizi del sistema di raccolta rifiuti
Veniamo alla spinosa questione dei disservizi del sistema di raccolta, che di primo acchito sembrerebbero essere da attribuire a cambi organizzativi dettati dall’emergenza caldo, ma anche da deficit di forza lavoro. Per molti anni mi sono occupato di attività connesse alla gestione delle raccolte differenziate, per altro proprio nei territori oggi in sofferenza e sono stato, sembra ormai un’altra era, anche consigliere comunale in quelle aree, per altro di minoranza proprio nella fase storica in cui si decise l’introduzione del sistema domiciliare.Allora, molte amministrazioni comunali erano letteralmente abbagliate dal sistema di raccolta domiciliare, altrimenti detto “porta a porta”, perché: si riteneva permettesse la misurazione puntuale di quanto ciascuno produce di rifiuti, facendo pagare così a ognuno il suo; la qualità del “raccolto” sembrava migliore, aumentandone la valorizzazione e i media su questo soffiavano abbondantemente; veniva paventata una potenziale riduzione dei costi quando il sistema fosse andato a regime, perché avrebbe portato a ridurre i costi in bolletta e anche la produzione rifiuti, quindi meno bisogno di detestati impianti di stoccaggio e trattamento. Tutto questo era suffragato da alcune particolari esperienze di specifiche amministrazioni comunali e di un particolare operatore del settore che seppe farsi stretto consigliere di una figura nazional politica allora molto in voga, che stava dando vita a un movimento politico in folgorante ascesa e che prese molto piede anche nella mia Riviera del Brenta. Per la cronaca, quel riverito consulente finirà fallito. Allora, qualcuno tentò qualche ragionamento, parlò degli studi che mostravano come analizzando completamente il ciclo del sistema il porta a porta comportasse maggiori emissioni di CO2 e i costi non potevano calare visto che servivano: più addetti per fare più frazioni e più passaggi; impianti di stoccaggio intermedi, poiché si dovevano usare mezzi più piccoli; le realtà prese a modello avevano delle peculiarità che mal si adattavano alla nostra situazione territoriale essendo più piccole, meno densamente abitate, con meno pendolarismo e diverso tessuto socio economico. Inoltre, la qualità del “raccolto” non era così eccelsa da creare remunerazioni sufficienti per ripagare gli extra costi, anche per via del fatto che essendoci più movimentazioni, in taluni casi per talune frazioni, la qualità decresceva addirittura. Si aggiunga poi una certa parcellizzazione del servizio, perché ogni comune lo voleva a modo suo e secondo le proprie ispirazioni, cosa che per lungo tempo ha impedito standardizzazioni ed economie di scala che qualche beneficio economico l’avrebbero potuto produrre. Purtroppo sui rifiuti, ogni amministrazione si picca spesso di esserne esperta forse perché si pensa di capirne solo per il fatto di produrne – però io non penso di essere cardiologo solo per il fatto di avere un apparato cardio vascolare – e, quindi, tende a imporsi e su questo talune multi servizi, per ragioni che qui non ritengo di discutere, sono spesso troppo accondiscendenti perdendo, così, di vista la loro vera mission.
E poi c’erano già le prime avvisaglie di un problema ulteriore: l’operatività del servizio nel medio periodo comportava l’insorgere di patologie muscoloscheletriche, in particolare alle articolazioni delle spalle e alla fascia lombare per la tipologia di movimenti ripetitivi (per esempio la presa del bidoncino e il “lancio” nel mezzo del sacchetto) che il servizio comportava, il che voleva dire che, per non incorrere in malattie professionali croniche, serviva un certo turn over, che non sempre poteva essere garantito. Ricordo ancora i sorrisini di derisione quando esponevo il tema. Ma oggi il nodo è giunto e diversi operatori non sono più idonei alla mansione. Oggi, inoltre, si pone anche il tema demografico con la difficoltà a reperire nuove risorse umane. E ciò si deve non solo al fatto che il lavoro non sia ritenuto appetibile o che non siano adeguate le condizioni offerte dall’azienda gestrice – così qualcuno ipotizza – ma anche al fatto che adesso la gente manca, manca fisicamente. E questo sarà un dato che andrà peggiorando. Questo deve necessariamente portare a ragionare ad una gestione che richieda meno operatori, più dedicati al controllo che non all’operatività spiccia. In questo la tecnologia sicuramente può fare molto. Un sistema di gestione rifiuti è un affare complesso e non si può pensare che vi sia un modello che vada bene per tutte le realtà. Il modello deve essere come un vestito fatto su misura e che va adeguate nel tempo. Bisogna tener conto della geografia, l’urbanizzazione, la componente demografica, la situazione socio economica, la presenza di infrastrutture o realtà produttive, il pendolarismo, l’ubicazione degli impianti di destino o l’opportunità di realizzarne ad hoc. Va poi finalmente spiegato che il sistema tariffario è complesso, nella bolletta rifiuti, per esempio, si trovano anche i costi per gestire le vecchie discariche per dirne una, che spesso sono gestioni assai onerose, e che le frazioni valorizzabili contribuiscono a ridurre i costi del servizio, ma non li coprono affatto e spesso risentono, anch’esse, delle questioni di mercato delle materie prime. Inoltre va detto che i nostri territori non stanno fermi. Inoltre si poneva il tema delle perequazioni. Se teoricamente il concetto “paghi per quanto produci” è giusto, alla fine si penalizzano le famiglie numerose, già abbastanza messe in difficoltà in questo Paese sempre più anziano. Tornando alla Riviera del Brenta, per chi la conosce, vi sembra sia la stessa di 15 anni fa? E questo vale per tutto lo stivale, servono, quindi, modelli pensati per adeguarsi progressivamente ai mutamenti dei territori serviti. Per cui non ci si deve lasciare abbagliare da modelli raccontati come universali, ma avere un approccio più concreto analitico.
In conclusione
A suo tempo non fu così, chi poneva questioni fu trattato da servitore dei poteri forti e chi avrebbe dovuto per ruolo farsi sentire tacque e si andò avanti secondo convinzioni preconcette. Oggi i problemi si manifestano con la schiettezza che solo i fatti concreti sanno avere. Purtroppo, però, mi pare che gli attori in campo oggi non siano intenzionati ad affrontare la questione con franchezza. Le amministrazioni non vogliono modificare lo status quo, perché sanno che ci sarebbero dei costi per la collettività e comunque, molte mi paiono ancora innamorate delle loro convinzioni. I media, inoltre, valorizzano più la polemica perché ovviamente fa più audience che i ragionamenti. Anche oggi, chi dovrebbe dare un supporto ragionato tace o bisbiglia, forse perché preso in altri affanni o impegnato a tirare a campare.Resta la magra consolazione di aver avuto ragione, ma come diceva Andreotti, aver ragione non basta, serve qualcuno che te la dia. E per questo resta l’amarezza di non essere riusciti a farsi ascoltare, soprattutto dalla cittadinanza, che troppo spesso preferisce farsi ammaliare dalle soluzioni semplici a problemi complessi e da chi le racconta, piuttosto che da quelli che li sfidano con le argomentazioni.







