Cronache del divario tra Pil e Portafoglio
C’è un divario, in questa nostra Italia eterna e distratta, che è più di un semplice errore contabile. È un’inclinazione morale, un tradimento silenzioso. Non parlo dello spread tra i BTP e i Bund tedeschi, giacché quello, con le sue oscillazioni nervose, almeno fa rumore sui giornali. Parlo del divario tra le cifre dei Ministeri e la vita che si consuma ogni giorno sulla soglia di casa. Ci dicono che l’Italia galleggia. Il Prodotto Interno Lordo, quella sigla arcana che a Roma si venera come un simulacro, magari non esalta, ma l’occupazione, dicono, cresce. Un sospiro di sollievo che sa di ipocrisia. Perché se si scende dal balcone di Montecitorio e si entra in un qualsiasi supermercato, la storia cambia colore. È la storia di un portafoglio che si svuota prima del dovuto, di un conto in banca che è un elastico sempre troppo teso e di quei sogni di normalità – la casa, il mutuo onesto, la sicurezza per i figli – che, a quarant’anni, mediamente non decollano.
L’altro giorno, in piazza, ho incrociato un vecchio operaio, uno di quelli che hanno costruito l’Italia solida del dopoguerra. Aveva le mani callose e un’amarezza pulita negli occhi. Mi ha detto: “Non capisco più, sa. Ci dicono che il Paese va bene, ma la spesa, le bollette… e io non riesco a dare una mano a mio nipote che non trova un lavoro che non sia un’elemosina a tempo determinato”.
Eccolo il punto. Non è un problema da tecnocrati, è un problema da persone. È la cruda evidenza che, negli ultimi decenni, qualcuno ha permesso che il potere d’acquisto degli italiani venisse eroso in silenzio. Un rullo compressore invisibile che ci ha lasciato con le tasche vuote e, peggio ancora, con il cuore in subbuglio per l’incertezza del domani.
Il Salario immobile e l’Europa che ci supera in scioltezza
Le statistiche, talvolta, sono bugiarde per omissione. Ma in questo caso, la verità è impietosa, e per una volta persino le cifre non mentono. Il dato, lo sferzante dato dell’OCSE, parla da solo, e dovrebbe far arrossire chiunque abbia governato questo Paese negli ultimi trent’anni: tra il 1990 e il 2020, i salari medi reali in Italia sono diminuiti del 2,9%. Se c’è un dato che racconta la nostra stasi strutturale, è questo. La Francia? Ha visto crescere i salari del 24,5%. La Germania? Un robusto +25,1%. L’Italia, no. Noi, unici nell’area Euro, abbiamo deciso di fare il passo del gambero. Certo, non siamo più l’Italia del boom economico, quando la lira correva e la televisione prometteva la ricchezza facile a tutti. Ma che in trent’anni si sia arrivati a perdere a tal punto potere d’acquisto è un dato che tradisce ogni principio di equità sociale. È il fallimento di un’intera generazione politica.
L’inflazione ha agito come l’acqua sotto le fondamenta, lenta ma inesorabile. Se dal 2002 a oggi il costo dei beni alimentari e delle bevande – il pane, il latte, la pasta, la spesa che non si può tagliare – è aumentato in media di circa il 55%, a che serve una crescita salariale nominale irrisoria? È un’aritmetica da quarta elementare che si scontra con l’economia da premio Nobel. E quando, tra il 2022 e il 2024, il picco d’inflazione ha sfiorato il 10%, la minima crescita nominale è stata inghiottita in un sol boccone.
Non sono “punti percentuali”, come dicono i telegiornali. Sono fatiche. Sono le rinunce a quel piccolo extra per il figlio, la paura di aprire la bolletta, il conto salato che si paga al cassiere con l’imbarazzo in gola.
Il lavoro precario e la fuga dei talenti
E l’occupazione? Certo, si celebra il record storico del 62,8%. Ma guardiamo meglio, con l’occhio non annebbiato dagli slogan. È un lavoro che rende liberi o un lavoro che tiene a bada la fame? La crescita del lavoro è trainata da contratti fragili e da figure over 50. Intanto, i giovani… beh, i giovani si dimettono dal Paese. Il sistema contrattuale italiano è una giungla inestricabile. Oltre 1.000 CCNL e decine di migliaia di contratti di secondo livello. È la prova che l’Italia ha preferito la complessità burocratica alla chiarezza e alla dignità. Risultato? Oltre 3 milioni di persone con un contratto a termine, in perenne attesa del “domani”, come in un eterno limbo lavorativo.
Quando ho visto i dati AIRE – il registro degli italiani residenti all’estero – il cuore mi si è stretto. Nel 2022, 82.014 italiani hanno fatto le valigie. Di questi, circa la metà sono giovani tra i 18 e i 34 anni. Perché? La risposta non è l’avventura, ma la necessità. Un neolaureato qui arranca con 1.384 euro netti. Oltre la Manica o sul Reno, un talento vale molto di più, anche tre volte tanto.
Ma non è solo lo stipendio. È la profonda, amara sensazione che questo sistema non valorizzi il talento. È una crisi di prospettive, sostenuta da livelli di istruzione che non reggono il passo europeo e, diciamocelo, da una piaga sociale che il Censis chiama “analfabetismo di ritorno” che serpeggia tra gli attempati. Un Paese che non investe e non sa trattenere le sue menti migliori è un Paese che si prepara a un declino demografico senza precedenti, con un tasso di natalità di 1,2 figli per donna. Stiamo scomparendo per eccesso di miopia.
E adesso? La dignità della scelta
Per anni ci hanno raccontato la favola dell’ineluttabilità: “Non si può fare di più, la crisi è globale”. Una menzogna consolatoria. La verità è che il patto sociale è stato tradito da una classe dirigente che ha preferito la mediocrità autoreferenziale alla visione audace. Una classe dirigente che, a ben vedere, sembra più preoccupata di aggiustare i lampioni sotto casa propria che di illuminare la strada al Paese. Hanno lasciato morire la scuola, sfibrato il welfare, e ignorato la famiglia, pilastro della nostra storia e società. E l’hanno fatto, e questo è il punto più grave, con la complicità di un sistema elettorale che ha reso i cittadini impotenti. Si vota per nomi decisi nelle stanze ovattate di Roma, e il legame con la gente, con la piazza, è stato reciso.
Ma l’accusa, per quanto giusta, non può bastare. La rassegnazione non è un’opzione per chi, come noi, ha un pò di storia sulle spalle. E allora, a quei giovani che pensano di dover lasciare tutto, io dico: non mollate il campo. La storia di questo Paese, la sua dignità, non può essere scritta solo nei palazzacci sordi. Deve risuonare nella forza di quei ragazzi che ancora si sentono parte di una comunità e che hanno il coraggio di battere i pugni sul tavolo.
Il futuro non si aspetta, si costruisce. E questa volta, signori, non si può più tacere. Se il Paese è malato, i suoi figli hanno il dovere di alzarlo dal letto. A patto che, prima, si ricordino che la rassegnazione è il vero assistente del potere. Senza paura e senza sconti. È l’unica, vera eredità che possiamo lasciare.







