Chi ha provato a parlare di Venetismo, di Liga Veneta da rappresentare di più e meglio negli organismi di partito della Lega Nord e nelle istituzioni è stato spesso deriso, accantonato, isolato, se non espulso compatibilmente con gli umori e i disegni del Capo di turno, sempre lombardo, sempre lombardista. Ma il Venetismo non è di destra, ne di sinistra.
Il Venetismo e’ una cosa seria per quanto ai puristi che sostengono non sia mai esistito possa venire l’orticaria. Lo è da tempo, tanto si è impresso nell’immaginario collettivo dei veneti, affondando profonde radici culturali e sociali a ben prima che il vessillo di San Marco venisse blandito e strattonato, a volte svilito e spesso strumentalizzato da troppi che negli ultimi decenni ne hanno scientemente ignorata la vera storia e la portata simbolica. Il Venetismo non è prima il Veneto, cosa significhi non si sa. Non è di destra, come piacerebbe a tanti, e non è di sinistra dove a più di qualcuno dovrebbe interessare un po’ di più. Il Venetismo non è contro qualcuno, contro qualcosa, contro un territorio. È certamente un’indicazione geografica che ha a riferimento ideale un’area che, grossomodo, ha coinciso per secoli con i domini della Repubblica Serenissima. È la consapevolezza di voler dare rappresentanza politica e amministrativa ad una Regione, in una cornice nazionale ed europea, schiacciata tra regioni a statuto speciale e autonomo e che, talvolta a ragione, si sente sacrificata e vessata e ai confini dell’impero.
Questa premessa, inevitabilmente incompleta e riduttiva, mi serve per introdurre il vero tema oggetto di questa riflessione: tanti, troppi, hanno da decenni “appaltato” ad una parte politica precisa il vessillo del Venetismo, la rappresentanza politica di una regione e dei suoi abitanti e le istanze rivendicative di un autonomismo amministrativo, in una cornice nazionale repubblicana, mai neanche lontanamente sfiorato. Piaccia o meno per quarant’anni è stato consegnato il vessillo del Venetismo alla Lega Nord, un partito o movimento che picchiava al centro e al sud, a destra e a manca spesso al grido di “Roma ladrona”. Risultati negli anni? Relativamente pochi e discutibili se paragonati ai tanti anni di presenza al governo nazionale e al vertice degli enti locali. Giorgio Panto lo aveva capito bene e dichiarato più volte.
E il Venetismo? Da quelle parti è sempre interessato poco! Ma per un motivo tra tutti: che anche se non soprattutto all’interno del suddetto Movimento, il Venetismo, o presunto tale, è sempre stato vissuto come un problema. Un ideale, un afflato da reprimere; un carrozzone indispensabile di voti da immolare sull’altare del lombardismo o lombardocentralismo. Così allora e così adesso nonostante la recente mutazione genetica tale da farne un partito nazionale di destra piuttosto estrema. Chi ha provato a parlare di Venetismo, di Liga Veneta da rappresentare di più e meglio negli organismi di partito e nelle istituzioni è stato spesso deriso, accantonato, isolato, se non espulso compatibilmente con gli umori e i disegni del Capo di turno, sempre lombardo, sempre lombardista. Hanno pagato Rocchetta, Comencini, Tosi, e con loro una lunga lista di militanti, eletti, amministratori in odor di fronda. La colpa? Lesa maestà! Avere rivendicato un peso nel partito e nelle istituzioni proporzionale al numero di iscritti, di eletti, di voti presi in Veneto.
Da ultimo, dopo i tanti mal di pancia occorsi con l’ultimo congresso regionale veneto del Movimento, la vicenda dell’europarlamentare Toni Da Re. Sia giusto o meno che un partito allontani chi ha offeso il capo mi interessa poco. Di sicuro un altro veneto che conta nel Venetismo, per storia personale e impegno profuso nel movimento, è stato accantonato così come sono stati sopiti i tanti mal di pancia che da tempo vorrebbero trovare sfogo in un congresso nazionale rinviato da anni e ancora privo di data certa.
Può avere ancora vera, forte, autorevole rappresentanza il lighismo e il venetismo all’interno del mondo Lega come la sudtiroler volkspartei ha avuto per il mondo Altoatesino? Probabilmente si e non serve fare il nome di chi potrebbe mettersene a capo tirato, com’è stato, per anni per la giacchetta. Il convitato di pietra gode di un consenso personale tale da poter autorevolmente rappresentare le istanze e le rivendicazioni del lighismo e del venetismo nella galassia Lega. Ma non gli interessa e continua a tentennare trincerandosi dietro al ruolo di alto Commis d’Etat a cui è stato chiamato per decenni. Il rischio? Apparire definitivamente nudo, più lealista e realista del re, più lombardista dei lombardi.







