Un’eredità costruita in vigna, affinata in cantina e proiettata oltre i confini familiari: la storia degli Adami incarna il legame tra vino, territorio e generazioni. Franco Adami, presidente del Consorzio Conegliano Valdobbiadene, racconta la sua visione sul futuro del Prosecco: valorizzare l’identità territoriale, ridurre le rese per aumentare la qualità e costruire un sistema produttivo orientato al bene comune. Una storia familiare, imprenditoriale e umana che attraversa tre generazioni tra tradizione, innovazione e senso di responsabilità.
Te lo racconta con la pacatezza, la rotondità di pensiero e la diplomazia del gran ciambellano che ha indossato nuovamente i galloni da Presidente del Consorzio Conegliano Valdobbiadene Docg. E non tralascia nulla della storia e delle peculiarità del suo Prosecco, un vino, secondo Franco Adami, moderno e di prospettiva come pochi. E come pochi, a suo dire, in grado di blandire e lusingare i nuovi consumatori, i giovani avventori titubanti, gli indecisi da adulare e stuzzicare: fresco, godibile fuori pasto, non troppo alcolico, aromatico e pure versatile quanto basta in abbinamento. Il fenomeno Prosecco è senza dubbio tra i figli prediletti di una terra laboriosa e tenace, tra il Friuli Venezia Giulia ed il Veneto, “ma nato, cresciuto e diventato famoso a Conegliano e Valdobbiadene” puntualizza Franco. Un successo riconosciuto e pianificato negli ultimi decenni, cullato da un’imprenditoria visionaria e concreta allo stesso tempo. Tra i top seller nel mondo è tra i vini più resilienti alle nuove e diverse modalità di consumo di alcol e per questo tra i più contemporanei. Stratificato nella famosa piramide del valore che vede alla base il Prosecco Doc (660 milioni di bottiglie nel 2024) e a salire le due Docg “Asolo Prosecco Superiore” (30 milioni di bottiglie) e “Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore” con anche, verso l’apice, le declinazioni “Rive” e “Cartizze” (96 milioni di bottiglie), il “mondo Prosecco” non intende abbassare la guardia. E nemmeno Franco. “Tutti i produttori, io compreso, devono capire che tutto quanto viene scritto in etichetta è un bene comune. Se tutti lavoriamo prima per il bene comune e poi ci applichiamo il brand e il valore del marchio aziendale, si guadagna tutti due volte e si fa del bene tre volte: al consumatore, all’area di produzione e alla propria azienda. Questa responsabilità sociale di tutti i produttori va rivista e migliorata. Tra 10 o 20 anni? Se questa cosa riusciamo a metterla in pratica il fenomeno Prosecco continuerà a durare per decenni perché è conosciuto e piace a tutti e a Valdobbiadene se ne trova la più autentica espressione. Noi produttori dobbiamo dimostrarlo accontentandoci di meno bottiglie prodotte, con rese ad ettaro più contenute, ad un prezzo di conseguenza adeguato ma alla portata di tutti”. E allora avanti nella convinzione, radicata in Franco, che il “Conegliano Valdobbiadene” possa essere un vino più longevo e godibile nel tempo di quanto si pensi. E avanti nel perorarne le occasioni di consumo considerate le caratteristiche di freschezza e di alcolicità contenuta. “Tante cose – puntualizza Franco – vengono bevute perché fanno status, “l’è figo e no me intaressa se xe bon”. Però quando sento i locali modaioli che sanno spiegare con dovizia di particolari al loro ospite i sette gin che hanno in carta e quando devono spiegare un Prosecco ti dicono “se te vol xe questo” allora mi convinco di quanto siamo rimasti indietro nel lavoro di comunicazione, di avvaloramento del prodotto, tanto più considerato che il Prosecco, mediamente, ti permette di bere un bicchiere in più degli altri”.
La storia e la filosofia degli Adami sono declinate soprattutto nel Vigneto Giardino acquistato da nonno Abele nel 1920. Nel 1933 diventa Riva Giardino Asciutto e viene presentato alla I^ Mostra dei Vini Tipici D’Italia a Siena: da allora le uve che ne derivano sono sempre state vinificate ed imbottigliate da sole. “È probabilmente la prima selezione da singolo vigneto fatta a Valdobbiadene. È lo stemma di famiglia e ci ha insegnato che un vigneto particolare può diventare un vino particolare. Lo facciamo da più di 100 anni considerato che datiamo l’azienda 1933 perché mio nonno disponeva di un atto di fondazione specifico, nonostante la cantina Adriano Adami sia nata formalmente nel 1956. Mio nonno e mio padre lo facevano “col fondo” e noi lo abbiamo fatto diventare spumante nel 1983”.
La filosofia dei “Casel”.
Nato esattamente nella stanza dove adesso c’è il salotto di casa a Colbertaldo di Vidor, Franco Adami, co-titolare della nota casa spumantistica è sempre vissuto li ed ha sempre voluto occuparsi di vino. Abele Adami, il nonno viticoltore, ha creato la filosofia produttiva dell’azienda di famiglia nei primi anni del novecento. “Era viticoltore a Santo Stefano di Valdobbiadene – ricorda Franco – e disponeva di oltre una decina ettari di vigneti dai quali ricavava una gran quantità di vino per l’epoca. Quando ha comprato vigneti ed immobili a Colbertaldo ha distribuito le attività ai tanti figli, 11 di 13 (due sono mancati molto presto) destinati alle diverse proprietà. Il figlio più giovane, Adriano, mio padre scomparso nel 2003, si è dedicato anche all’acquisto di uve e alla commercializzazione del vino con l’obiettivo di accrescere il mercato che all’epoca era limitato al Veneto. Lui iniziò a spumantizzare da giovanissimo, inizialmente con un collega dal quale in seguito si divise per dedicarsi esclusivamente all’azienda di famiglia. Vinificava e produceva soprattutto vino “col fondo” e contemporaneamente faceva spumantizzare il suo vino anche ad altre aziende”. Verso la fine del 1950 la prima bottiglia prodotta insieme al fratello Aldo dal quale poi si divise alla fine degli anni 70. In quel periodo io e mio fratello Armando frequentavamo ancora le scuole superiori”. Nel 1982 Adriano lasciò le redini dell’azienda ai figli Adriano, Armando e Mario che avevano percepito quanto la spumantizzazione potesse essere il futuro di quest’area. “Abbiamo da subito acquistato presse, autoclavi e imbottigliatrice e sviluppato il mercato Italiano attraverso la costruzione di una rete commerciale. Ci ha dato una grossa mano in particolare Massimo Gibellini di Verona una figura di grande spessore e notevole esperienza. Avere da subito un piglio così decisionista è stata la nostra fortuna, ma la fortuna non viene a caso: se hai un’idea chiara le opportunità da cogliere arrivano, diversamente stai al palo. Noi avevamo le idee chiare perché sapevamo bene chi fossimo e cosa volevamo in funzione delle forze e delle risorse disponibili. E così, sin dalla seconda metà degli anni ottanta siamo stati indicati tra le aziende emergenti, impegnati a sedimentare una domanda estera con la partecipazione a fiere e missioni internazionali; la prima azienda del mondo prosecco chiamata a partecipare al Merano Wine Festival nei primi anni novanta”. Oggi Adami è una piccola – media azienda nell’area, con una produzione di 750.000 bottiglie circa, che esporta in 29 Paesi e copre quasi tutte le province italiane. “Ma è la filosofia che conta. Per poter dare personalità ad un vino devi avere una filosofia produttiva e solo così diventa tuo. Mio nonno che ha partecipato alla prima mostra dei “Vini Tipici d’Italia” svoltasi a Siena nel 1933 portando i due suoi vini più buoni, il Prosecco di Cartizze asciutto e il Riva Giardino asciutto, l’ha impostata a mio padre. E Adriano che ha continuato a fare le vinificazioni separate per singola area e singolo vigneto che poi nel tempo sono diventate le zonazioni come per il Cartizze o le Rive o le Vigne, l’ha impostata a noi. Singole zone, singoli momenti di maturazione, per poi fare due cose: le grandi vigne rimangono da sole come Cartizze e Giardino e le altre, una trentina di provenienze diverse, quasi totalmente di Colbertaldo, vengono messe insieme in un rapporto sinergico che dà vita ai nostri vini più importanti per quantità come il “Bosco di Gica”, il nome del grande bosco dove oggi c’è il vigneto giardino”. L’orografia del territorio mostra bene quanto le colline del Conegliano Valdobbiadene siano diverse tra di loro ed ecco spiegato perché nel 2009 siano nate le Rive. “Abbiamo delle diversità che si possono raccontare nella qualità delle uve e del vino e anche nei paesaggi. Se le Rive sono vicine si fa fatica a percepire la differenza organolettica. Si avverte, invece, in maniera abbastanza netta per chi ha il palato allenato, la differenza tra le colline di Valdobbiadene e quelle di Conegliano o del Vittoriese. Non c’è il più buono, sono timbri diversi. È la grande opportunità che ci da questo territorio di lavorare in questo modo”. Perché sono soprannominati Casel? “Il Casel è una piccola casa che serviva come ricovero attrezzi e ce ne sono tutt’ora tra le vigne nelle colline. Piccole di dimensione ma sembra che gli avi di mio nonno ci abbiano addirittura vissuto perché una frana gli aveva portato via la casa a Santo Stefano di Valdobbiadene”.
Farò l’enologo!
“Nostro padre, lungimirante, non era intenzionato a spostare i confini di promozione e vendita del vino aziendale e tuttavia vedeva con ammirazione la voglia di uscire e di esportare di noi figli ventenni. E fu così che poco dopo aver terminati gli studi, io nel 1980 e Armando nel 1977, e dopo aver maturato brevi esperienze in stage, ci diede le chiave dell’azienda dicendoci: “Fate voi!”. Questo voleva dire assumerci delle responsabilità che abbiamo voluto e accettato pienamente. Non contiamo le ore di lavoro perché facevamo materialmente tutto noi dalla contabilità al vigneto, dalla cantina alle fiere. Ma se ci credi prima o poi cresci e dopo aver acquistato negli anni ulteriori terreni, ad oggi lavoriamo complessivamente quattordici ettari e acquistiamo uve da una trentina di fidati conferitori con i quali valutiamo i singoli momenti di maturazione. Abbiamo due aziende: la agricola che si occupa di gestire i vigneti e la Adami che ne acquista le uve e acquista anche da terzi per poi spumantizzare e occuparsi della promozione e commercializzazione dei vini. Per trent’anni ho mangiato trenta chili di uva prima della vendemmia perché le analisi di laboratorio sono importanti, ma anche il gusto mi ha sempre orientato per capire se l’uva fosse da vendemmiare in una determinata settimana piuttosto che nella seguente. Complessivamente lavoro in vigna attento, vinificazioni attente così come le scelte di mercato. Noi facciamo solo Prosecco per la maggior parte Valdobbiadene Docg e poi qualcosina nella Doc Treviso, e non imbottigliamo il nostro vino per terzi. Partire dai vigneti di proprietà significa dare personalità ai vini. Acquistiamo pochissime basi spumante e solo se necessario e sicuri sulla qualità delle stesse”. A Franco bambino piaceva questo mondo e non ha mai pensato di fare altro. “Ricordo un tema in quinta elementare che ancora conservo e ogni volta che lo rileggo è da morire da ridere. La maestra ci chiese di scrivere cosa avessimo voluto fare da adulti ed io scrissi l’enologo. Vuoi perché vivevo in una famiglia di produttori, ma questo mondo mi ha sempre affascinato molto in particolare la fase vendemmiale. Ai miei tempi si raccoglieva ai primi di ottobre ed io, nonostante la contrarietà di mia madre in quei giorni stavo volentieri a casa da scuola. La vendemmia, la pigiatura, la fermentazione, la vinaccia per me era tutto magia. Poi l’ho fatto l’enologo e pure mio padre avrebbe potuto farlo. Avevamo uva e vino, ma anche stalle con le vacche, animali di bassa corte, orti, seminativi nei terreni di pianura. Insomma, il lavoro non mancava e le braccia erano preziose. Ho frequentato elementari e medie a Valdobbiadene e poi le superiori al Cerletti di Conegliano. Non è stato per niente facile arrivarci. In quegli anni le iscrizioni erano a numero chiuso e purtroppo mia mamma Virginia Mattiazzo detta Ginetta, nell’anno deputato passò tardivamente a ritirare il diploma di terza media col quale andare ad iscrivermi al Cerletti. Purtroppo le iscrizioni erano al completo. Per me è stata una delusione enorme. Le hanno consigliata di iscrivermi ad un altro istituto per poi fare il passaggio al secondo anno e così mi trovai studente dell’istituto tecnico industriale di Conegliano. Io sono andato a scuola lì che stavo malissimo e mio fratello era già in quarta superiore sempre al Cerletti. Dopo pochi giorni tra lime e calibri mia mamma che è sempre stata tostissima chiese a mio fratello di andare a parlare col Preside per dirgli che aveva un fratello che stava soffrendo molto per la sua situazione scolastica. È andato dal Preside che ha acconsentito al mio trasferimento in prima D. Per me è stato come vincere al totocalcio. Il primo giorno ad enologia mi sentivo a casa. Una scuola che ho sempre amato e amo tutt’ora e per la quale ho dato tutto quello che potevo. Terminato il Cerletti e il servizio di leva, ci siamo dedicati totalmente all’impresa. È stato importante che in un percorso simile avessimo le idee chiare: volevamo un’azienda mirata alla migliore qualità per immetterci nel canale horeca e non nella distribuzione organizzata che non denigro, anzi, ma non è il nostro obiettivo: se tu vuoi produrre al top della qualità devi trovare tra gli acquirenti chi la cerca veramente”. La cantina crebbe molto negli anni ottanta rispetto ai trascorsi con alla guida Abele e poi Adriano e ancora di più negli anni novanta. E sempre senza mai perdere di vista la mission. “Da quando siamo subentrati io e Armando insieme a Mario, fratello e socio che si occupa di elettronica, le cose sono andate sempre discretamente bene al punto che adesso stiamo pensando al passaggio generazionale”.
Tosati me rovinè el vin!
Abele vinificava in botti di legno di castagno che si faceva lui con macerazione senza raspi fino a quasi fine fermentazione. Subentrato Adriano alla guida dell’azienda iniziò a vinificare in vasche di cemento con macerazioni brevi, appena appena un’alzata di cappello e poi si svinava. “Mio nonno diceva “Jano ti tu me rovina el vin fazendo cossi”. Quando mio padre lascio la cantina a me e Armando, abbiamo acquistato la pressa pneumatica e i serbatoi di acciaio. E lui ci disse “Tosati ma cossi me rovine el vin”. Eppure, era quello che bisognava fare. Adesso ho un figlio che vorrebbe fare la macerazione a freddo dentro i serbatoi d’acciaio e stavo per dirgli che mi avrebbe rovinato il vino. Sono stato zitto. Che provi! Ogni generazione deve anche poter interpretare i tempi e i mercati con le nuove conoscenze e convinzioni portate in dote. Mio padre, ad esempio, dopo le prime titubanze ci assecondò nonostante la vera investitura per me avvenne nei primi anni ottanta. All’epoca andavo a morose come è giusto che sia e una sera tornai a casa alle due di mattina trovando i portoni della cantina aperti e le luci accese. Il giorno dopo chiesi a mio padre che chiamavo Classe: “Classe perché no tu ha serà a cantina?” Mi rispose: “One da serarla mi?”. Non servono tante parole per farti capire che le cose sono veramente cambiate. In buona sostanza mi disse che era compito mio occuparmi di tutto e che tutto doveva essere in ordine. È stato come averci detto “Io vi aiuto finché posso, ma io vi aiuto e le decisione sono vostre” capendo benissimo che la nostra voglia e la nostra linea era determinata e proiettata al futuro. Tanto è vero che abbiamo acquistato delle autoclavi e una vecchissima linea di imbottigliamento firmando noi le opportune garanzie. Ricordo una volta che Armando decise di andare in vacanza, le poche vacanze che abbiamo sempre fatto e disse “io vado in ferie, non fare assegni”. Questo per dire quanta attenzione e quanta voglia avevamo. L’opportunità prima o dopo ti passa davanti e la sai cogliere solo se hai le idee chiare. Nel tempo abbiamo imparato l’importanza delle relazioni, l’importanza dell’essere presenti sui mercati e nelle istituzioni. Da quella volta che ho trovato la cantina aperta ho capito bene che il compito era mio e stop”. In quell’epoca c’erano aziende valdobbiadenesi già molto strutturate che erano il punto di riferimento per gli Adami. Aziende che imbottigliavano spumante e che erano già organizzate con la rete vendita e distributiva. “Noi per costruire una rete commerciale adeguata qualche cantonata l’abbiamo presa. Ma quando impari a tue spese impari in fretta”. Aziende come Bisol, Ruggeri, Bortolomiol, Nino Franco già sommavano 4-500000 bottiglie. “Mio padre non faceva parte di quella cerchia non essendo enologo. E c’era già la Confraternita del Valdobbiadene. La spumantistica stava cominciando ad emergere con forza e li abbiamo capito che il nostro futuro sarebbe stato quello e in pochi anni abbiamo scalato posizioni. Il futuro per noi era chiaro: mercato horeca ed export strutturando adeguatamente la vendita. Vedevamo queste grandi aziende da imitare, in parte, dal punto di vista commerciale e non siamo mai scesi a compromessi sulla qualità del vino che deve essere profumato e dal sapore di macedonia. Tutt’ora stiamo andando avanti e nonostante gli ultimi tre anni non siano stati entusiasmanti siamo certi che mantenere a dritta la barra pagherà sempre al di là delle fisiologiche flessioni”.
Adriano ha fatto a tempo a vedere i successi dell’azienda. “Non era di tantissime parole, lavorava e aveva i suoi incarichi come l’imbottigliamento e la filtrazione. Nel più bello che avrebbe potuto fermarsi si è ammalato e ci ha lasciati. Mia mamma, invece, nonostante gli acciacchi e la veneranda età ci chiede ancora “come vala? Funziona? Si vende”? E ancora oggi fa il suo giretto in cantina. È sempre stata l’anima, la spinta della famiglia”.
Nel 1986 Franco si sposa con Rosanna e negli anni la famiglia si ingrandisce. Il primo figlio, Enrico, nato nel 1991 è ingegnere energetico e si occupa di riconversione di fabbricati. “A tredici anni mi disse: “papà, io non voglio restare nel mondo del vino. Primo perché si prendono pochi “schei” e poi perché non sono interessato”. Il mio timore era che i figli vivessero l’obbligo di dedicarsi all’azienda di famiglia. Su questo sono sempre stato chiaro fin dalla fine delle medie inferiori: dovevano seguire le loro aspirazioni qualsiasi fossero. Fabrizio invece nato nel 1993 era sicuro di andare a fare enologia ed è arrivato alla laurea a Conegliano e ora lavora in azienda e segue tutti i vigneti dell’azienda”. Dei tre figli di Armando, Alberto fa l’ingegnere elettronico, Claudio è in amministrazione e Cristina è a Sorapiana dove gli Adami hanno un immobile dedicato al turismo del vino. “Mario, l’altro mio fratello ha due figli più piccoli: Giorgia si sta laureando in sociologia mentre Davide si sta laureando in economia e vedremo cosa vorranno fare. Non mancano gli eredi”.
Il senso del dovere
Il percorso di Franco è stato faticoso ma lineare. E si è sempre impegnato molto nella denominazione tanto che nel 2002 è diventato presidente del Consorzio Prosecco Doc lavorando alacremente con altri colleghi fino al riconoscimento della docg Conegliano Valdobbiadene. “Ho fatto tantissime riunioni in quel periodo e dopo la docg sono arrivate le Rive e le politiche di contenimento delle rese a 135 quintali ettaro”. Nel 2011 Franco si dimise per poi diventare Presidente del Consorzio Docg Conegliano Valdobbiadene lo scorso anno.
Negli anni il fenomeno Prosecco è cresciuto oltre le più rosee aspettative. “Io stesso all’epoca, nel 2009, avevo immaginato che la doc potesse arrivare a quattrocento milioni di bottiglie. Ed ero convintissimo che il mondo delle bollicine se lo sarebbero spartito lo Champagne e il Prosecco perché hanno vitigni diversi, metodi diversi, gusti diversi e momenti di consumo diversi. Tutti gli altri nel mondo vanno verso l’uno o l’altro ma come imitazioni. Se togliamo l’Asti che è un mondo a parte, il Prosecco è il principe nella sua categoria così come lo champagne nella sua. Adesso siamo al top, dopo anni in cui la qualità media avrebbe potuto essere migliore, e tutti sanno più o meno cosa è il Prosecco. Ma dobbiamo trasmetterlo di più e meglio. In particolare, questo grandissimo patrimonio che è il Conegliano Valdobbiadene deve avere un dialogo sereno al suo interno. Se è vero che ora come ora noi produttori stiamo tutti abbastanza bene l’importante è mantenere nel tempo uno standard medio di qualità e una redditività adeguati”. Come va tra doc e docg? “Bisogna inevitabilmente condividere parte della comunicazione e della promozione. La Doc ha fatto conoscere il Prosecco nel mondo ma dovrebbe riconoscere che la docg è il top di gamma. In mezzo a tutto questo ci sono stati e in parte ci sono ancora tutta una serie di discorsi che non vanno avanti e che si sono incancreniti. Ci sono alcuni che vorrebbero addirittura togliere il nome Prosecco dall’etichetta del Conegliano Valdobbiadene senza il timore che, secondo me, si andrebbe a rinunciare ad una fetta importante di identità. Chiedere un’ombra di Conegliano Valdobbiadene? Penso che non funzioni! Funziona, ad oggi, un’ombra di Prosecco che poi nello specifico può essere espressione del Conegliano Valdobbiadene. Ma lo si dice dopo. Il peso delle cantine sociali? Nel Conegliano Valdobbiadene contano il 40% della produzione”.
Cosa pensa del vino naturale e dei vitigni resistenti? “Naturale è una parola che non esiste. Il vino è tutto naturale perché il mosto diventa naturalmente vino. Quando mi si descrive un vino come naturale devo sempre chiedere cosa si intenda. Capisco, ad esempio, se mi si dice senza solfiti aggiunti. I vitigni piwi, invece, sono la soluzione ad un problema perché permettono di ottenere vino impattando meno in termini di trattamenti fitosanitari in vigna. E questo mi sta bene. Dall’altra parte della bilancia dobbiamo comunque considerare che spesso non garantiscono gli aromi e i sapori ai quali siamo mediamente abituati ottenuti dai vitigni convenzionali. Ciò detto, se sono buoni e tengono il tempo in termini di qualità media, ben vengano. Al momento credo debbano fare ancora un buon percorso di crescita in questo senso così come la cisgenetica applicata ai vitigni. Mi auguro che un gene resistente alla peronospera e all’odio si possa immettere nella glera che però deve rimanere tale e quale rispetto al vino che ne deriva. Il Giardino non deve cambiare di gusto anche se riesco a trattare quattro volte di meno le uve. Il vino deve essere pulito, privo di difetti e buono, se poi sono anche più sostenibili le pratiche di vigneto, meglio. Complessivamente credo moltissimo nell’agricoltura ragionata: tratta meno che puoi, solo quando serve e con i prodotti più giusti possibili tra quelli autorizzati”.
Verso il futuro e oltre
“L’unica cosa che ci terrei a ribadire è che tutti i produttori accomunati da una denominazione d’origine, io compreso, devono capire che tutto quanto viene scritto in etichetta è un bene comune. Se tutti lavoriamo prima per il bene comune e poi ci applichiamo il brand aziendale, si guadagna tutti due volte e si fa del bene tre volte: al consumatore, all’area di produzione e alla propria azienda. Questa responsabilità sociale di tutti i produttori va rivista e migliorata. Se questa cosa riusciremo a metterla in pratica al meglio il fenomeno Prosecco continuerà a durare per decenni perché è conosciuto e piace a tutti. Come dimostrarlo? Accontentandoci di produrre meno bottiglie e ad un prezzo al dettaglio più adeguato e alla portata di tutti. Mi auguro che la tanto rinomata ristorazione italiana con tanti locali di alto livello tengano sempre almeno cinque Prosecchi in carta andando a scegliersi quelli che loro ritengono essere i migliori o i più funzionali alla proposta gastronomica. Oggi purtroppo chi ci rappresenta nell’alta ristorazione tende a dire “ah, io il prosecco non lo tengo”. Voglio capire il perché o perché spesso ne tengano soltanto una tipologia da quattro soldi sotto il banco per fare gli spritz. Se hai un ristorante o un locale di livello devi andarti a cercare i prosecchi migliori. Il consumo di vino dei giovani? Dobbiamo comunicare meglio il vino e in modo adatto a loro. Comunicare la qualità, il lavoro che c’è dietro, non solo il consumo che deve essere responsabile. Abbiamo tanti concorrenti, dalla mixology alle birre artigianali che hanno avuto un’esplosione. Poi c’è il problema economico perché la capacità di spesa dei consumatori, dei giovani in particolari, arriva fino ad un certo punto. Il concetto è che tante cose vengono bevute perché fanno status, “l’è figo e no me intaressa se xe bon”. Tuttavia, quando sento i locali che sanno spiegare con dovizia di particolari al loro ospite i sette gin che hanno in carta e quando devono spiegare un prosecco ti dicono “se te vol xe questo” mi rammarico e mi convinco di quanto siamo rimasti in dietro tanto più considerato che il Valdobbiadene ti permette di solito, considerato il tenore alcolico, di bere un bicchiere in più di altre tipologie di vino. Complessivamente mi pare ci sia più una diminuzione di interesse che di consumo. E parliamo di una modalità di consumo che spesso è fuori pasto ed è tipico delle bollicine da parecchi anni. Anche perché i vini più strutturati e alcolici si fatica a berli senza mangiarci su. Anche tra i bianchi ci sono vini di estrema qualità che con due calici ti…appesantisci! Dove sono finiti i vini buoni degli anni ottanta con 12% di titolo alcolometrico? È chiaro che in tutto questo una certa influenza negativa ce l’hanno avuta anche i giornalisti e le guide. Facile degustare e decantare le lodi di calici di vini opulenti e calorici, che magari risultano più buoni, sputandone la metà. Il segnale che viene dato è che si deve andare tutti in quella direzione. Invece a volte il Prosecco, che ha fatto tanta fatica a farsi considerare perché basso di alcolicità e quindi leggero per qualcuno, oggi risulta buonissimo anche a 10,80%. Non è il calore che ti prende nel Valdobbiadene Prosecco ma la freschezza con la quale siamo andati all’opposto e un aroma piacevole che soddisfa tutta la lingua. E quando espiri deve venire fuori la macedonia. Credo, inoltre, che la nostra Docg saprà dimostrare che disponiamo di un vino che ha una tenuta ben maggiore nel tempo e una variabilità aromatica più ampia rispetto a quanto siamo abituati a pensare e a raccontare”.
Prosecco According to Adami: More Value and an Identity to Defend Together
A legacy built in the vineyard, refined in the cellar, and projected beyond family borders: the Adami story embodies the link between wine, territory, and generations. Franco Adami, president of the Conegliano Valdobbiadene Consortium, shares his vision for the future of Prosecco: enhancing territorial identity, reducing yields to increase quality, and building a production system oriented toward the common good. A family, entrepreneurial, and human story that spans three generations of tradition, innovation, and a sense of responsibility.
He tells it with the composure, intellectual depth, and diplomacy of the Grand Chamberlain who has once again donned the stripes of President of the Conegliano Valdobbiadene DOCG Consortium. And he omits nothing of the history and peculiarities of his Prosecco, a wine that, according to Franco Adami, is modern and forward-looking like few others. And, in his view, one of the few capable of charming and flattering new consumers, hesitant young patrons, and those who are undecided: fresh, enjoyable outside of meals, not too alcoholic, aromatic, and versatile enough for pairing.
The Prosecco phenomenon is undoubtedly one of the favorite children of a hardworking and tenacious land, between Friuli Venezia Giulia and Veneto, “but born, raised, and made famous in Conegliano and Valdobbiadene,” Franco points out. A recognized and planned success over the last few decades, nurtured by an entrepreneurship that is both visionary and practical. Among the world’s top sellers, it is one of the most resilient wines to new and different modes of alcohol consumption, making it one of the most contemporary. Stratified in the famous value pyramid, which places Prosecco DOC at the base (660 million bottles in 2024), ascending to the two DOCGs: “Asolo Prosecco Superiore” (30 million bottles) and “Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore,” which also includes the “Rive” and “Cartizze” variations near the apex (96 million bottles)—the “Prosecco world” has no intention of lowering its guard. And neither does Franco.
“All producers, including myself, must understand that everything written on the label is a common asset. If we all work for the common good first, and then apply our company brand and its value, everyone gains twice and does good three times: for the consumer, the production area, and one’s own company. This social responsibility among all producers must be reviewed and improved. In 10 or 20 years? If we manage to put this into practice, the Prosecco phenomenon will continue for decades because it is known and liked by everyone, and its most authentic expression is found in Valdobbiadene. We producers must demonstrate this by settling for fewer bottles produced, with lower yields per hectare, and a consequently adequate price that is still within everyone’s reach.”
And so, Franco moves forward with the conviction that the “Conegliano Valdobbiadene” can be a wine that is more long-lived and enjoyable over time than commonly thought. And he continues to advocate for its consumption occasions, considering its characteristics of freshness and low alcohol content. “Many things,” Franco points out, “are drunk because they are a status symbol—’it’s cool, and I don’t care if it’s good.’ However, when I hear trendy venues that can meticulously explain the seven gins on their menu to their guest, but when they have to explain a Prosecco, they just say, ‘if you want, here is this one,’ then I realize how far behind we are in the work of communication and product validation, especially considering that Prosecco, on average, allows you to have one more glass than others.”
The Adami family’s history and philosophy are especially embodied in the Vigneto Giardino (Garden Vineyard), purchased by grandfather Abele in 1920. In 1933, it became Riva Giardino Asciutto and was presented at the 1st Exhibition of Typical Italian Wines in Siena: since then, the grapes derived from it have always been vinified and bottled separately. “It is probably the first single-vineyard selection made in Valdobbiadene. It is the family crest and taught us that a particular vineyard can become a particular wine. We have been doing it for over 100 years, considering we date the company to 1933 because my grandfather had a specific founding document, even though the Adriano Adami winery was formally established in 1956. My grandfather and father made it col fondo (with sediment), and we turned it into a sparkling wine in 1983.”
The “Casel” Philosophy
Born exactly in the room that is now the living room of his home in Colbertaldo di Vidor, Franco Adami, co-owner of the renowned sparkling wine house, has always lived there and always wanted to work in wine. Abele Adami, the grandfather winemaker, created the family company’s production philosophy in the early 1900s. “He was a winegrower in Santo Stefano di Valdobbiadene,” Franco recalls, “and owned over ten hectares of vineyards, from which he produced a large quantity of wine for the time. When he bought vineyards and properties in Colbertaldo, he distributed the activities to his many children—11 out of 13 (two passed away very early)—designating them to the different properties.”
The youngest son, Adriano (Franco’s father, who passed away in 2003), also dedicated himself to purchasing grapes and marketing wine with the aim of expanding the market, which was limited to Veneto at the time. He started making sparkling wine very young, initially with a colleague, from whom he later separated to dedicate himself exclusively to the family business. He vinified and produced mostly col fondo wine while simultaneously having his wine sparkling-produced by other companies. Towards the end of 1950, the first bottle was produced with his brother Aldo, from whom he separated at the end of the 1970s. “During that period, my brother Armando and I were still attending high school.” In 1982, Adriano handed over the reins of the company to his sons Adriano, Armando, and Mario, who had realized that sparkling wine could be the future of the area.
“We immediately purchased presses, autoclaves, and a bottling machine and developed the Italian market by building a commercial network. Massimo Gibellini of Verona, a figure of great depth and considerable experience, gave us a big hand in particular. Having such a decisive approach from the start was our fortune, but fortune doesn’t happen by chance: if you have a clear idea, opportunities arise; otherwise, you stay put. We had clear ideas because we knew well who we were and what we wanted based on the available strengths and resources. And so, since the second half of the 1980s, we have been recognized among the emerging companies, committed to building foreign demand by participating in international fairs and missions; the first Prosecco world company called to participate in the Merano Wine Festival in the early nineties.” Today, Adami is a small-medium company in the area, with a production of about 750,000 bottles, exporting to 29 countries and covering almost all Italian provinces.
“But the philosophy is what matters. To give a wine personality, you must have a production philosophy, and only then does it become yours. My grandfather, who participated in the first exhibition of ‘Typical Italian Wines’ held in Siena in 1933, bringing his two best wines, dry Prosecco di Cartizze and dry Riva Giardino, established that for my father. And Adriano, who continued to do separate vinifications for each single area and single vineyard, which over time became the zonations like for Cartizze or the Rive or the Vigne, established that for us. Single areas, single moments of ripening, to then do two things: the great vineyards remain separate, like Cartizze and Giardino, and the others, about thirty different origins, almost entirely from Colbertaldo, are blended in a synergistic relationship that gives life to our most important wines by quantity, like the ‘Bosco di Gica‘—the name of the large woods where the garden vineyard is located today.”
The orography of the territory clearly shows how different the hills of Conegliano Valdobbiadene are from each other, which explains why the Rive were established in 2009. “We have differences that can be expressed in the quality of the grapes and the wine, and also in the landscapes. If the Rive are close, it is difficult to perceive the organoleptic difference. However, the difference between the hills of Valdobbiadene and those of Conegliano or the Vittoriese is quite clear to those with a trained palate. There is no ‘best one,’ they are different expressions. This is the great opportunity that this territory gives us to work in this way.”
Why are they nicknamed Casel? “The Casel is a small house that served as a tool shed, and there are still some among the vineyards in the hills. Small in size, but it seems that my grandfather’s ancestors even lived there because a landslide had swept away their house in Santo Stefano di Valdobbiadene.”
“I will be an oenologist!”
“Our father, farsighted, was not intending to move the boundaries of the company’s wine promotion and sales, yet he admired the desire of us twenty-year-old sons to go out and export. And so, shortly after finishing our studies—I in 1980 and Armando in 1977—and after brief internship experiences, he gave us the keys to the company, saying: ‘You do it!’ This meant taking on responsibilities that we fully embraced and accepted. We didn’t count the hours of work because we literally did everything ourselves, from accounting to the vineyard, from the cellar to the trade fairs. But if you believe in it, sooner or later you grow, and after purchasing additional land over the years, we now work a total of fourteen hectares and purchase grapes from about thirty trusted suppliers with whom we evaluate the individual moments of ripening.”
“We have two companies: the agricultural one, which manages the vineyards, and Adami, which purchases its grapes and also buys from third parties, then making the sparkling wine and handling the promotion and commercialization of the wines. For thirty years, I ate thirty kilograms of grapes before the harvest because laboratory analyses are important, but taste has also always guided me to understand whether the grapes should be harvested in a specific week rather than the following one. Overall, I am careful in the vineyard, careful with vinifications, as well as with market choices. We only make Prosecco, mostly Valdobbiadene DOCG and then a little in the Treviso DOC, and we do not bottle our wine for third parties. Starting from our own vineyards means giving personality to the wines. We buy very few sparkling wine bases, and only if necessary and when we are sure of their quality.”
As a child, Franco liked this world and never thought of doing anything else. “I remember an essay from the fifth grade that I still keep, and every time I reread it, it makes me laugh to death. The teacher asked us to write what we wanted to be as adults, and I wrote oenologist. Maybe because I lived in a family of producers, but this world has always fascinated me, especially the harvest phase. In my day, harvesting took place at the beginning of October, and despite my mother’s objections, I happily stayed home from school during those days. The harvest, the pressing, the fermentation, the pomace—it was all magic to me. Then I became an oenologist, and my father could have been one too. We had grapes and wine, but also stables with cows, barnyard animals, vegetable gardens, and arable land in the plain areas. In short, there was no shortage of work, and hands were precious.”
“I attended elementary and middle school in Valdobbiadene and then high school at the Cerletti Institute in Conegliano. It was not easy to get in at all. In those years, enrollment was limited, and unfortunately, my mother, Virginia Mattiazzo, known as Ginetta, was late in picking up my middle school diploma that year, which I needed to enroll at Cerletti. Unfortunately, enrollment was full. It was a huge disappointment for me. They advised her to enroll me in another institute and then transfer in the second year, so I found myself as a student at the technical industrial institute in Conegliano. I was miserable going to school there, and my brother was already in his fourth year at Cerletti. After a few days among files and calipers, my mother, who has always been incredibly tenacious, asked my brother to go speak to the Principal to tell him he had a brother who was suffering greatly from his school situation. He went to the Principal, who consented to my transfer to class 1D. For me, it was like winning the lottery. On the first day of oenology, I felt at home. A school I have always loved and still love and for which I gave everything I could. After finishing Cerletti and my military service, we dedicated ourselves totally to the business.”
“It was important that we had clear ideas on such a path: we wanted a company focused on the best quality to enter the HORECA channel and not organized distribution, which I do not disparage, but it is not our goal: if you want to produce top quality, you must find buyers who genuinely seek it.” The cellar grew significantly in the eighties compared to the past under Abele and then Adriano, and even more so in the nineties. And always without losing sight of the mission. “Since Armando and I, along with Mario, my brother and partner who deals with electronics, took over, things have always gone reasonably well, to the point that we are now planning the generational transition.”
“Kids, you’re ruining the wine for me!”
Abele vinified in chestnut wooden barrels that he made himself, with maceration without stems until almost the end of fermentation. When Adriano took over the company, he started vinifying in cement tanks with short macerations, just barely one alzata di cappello (cap submersion), and then he racked the wine. “My grandfather used to say, ‘Jano, you’re ruining the wine for me by doing that.'” When my father left the cellar to Armando and me, we purchased the pneumatic press and steel tanks. And he said to us, “Kids, you’re ruining the wine for me like that.” Yet, that was what needed to be done. Now I have a son who wants to do cold maceration inside steel tanks, and I was about to tell him he would ruin the wine for me. I stayed silent. Let him try! Every generation must also be able to interpret the times and markets with the new knowledge and convictions they bring. My father, for example, indulged us after his initial hesitation, even though the true investiture for me happened in the early eighties.”
“At the time, I was going out with girlfriends, as is right, and one evening I came home at two in the morning to find the cellar doors open and the lights on. The next day I asked my father, whom I called Classe: ‘Classe, why didn’t you close the cellar?’ He replied: ‘Why should I close it?’ You don’t need many words to understand that things have truly changed. Essentially, he told me that it was my job to take care of everything and that everything had to be in order. It was like him saying, ‘I will help you as long as I can, but I’ll only help, and the decisions are yours,’ understanding very well that our desire and our direction were determined and projected toward the future. So much so that we bought autoclaves and a very old bottling line, signing the necessary guarantees ourselves. I remember one time Armando decided to go on vacation, one of the few vacations we ever took, and he said, ‘I’m going on vacation, don’t write any checks.’ This is to say how much attention and desire we had. Opportunity passes by sooner or later, and you only grasp it if you have clear ideas. Over time, we learned the importance of relationships, the importance of being present in the markets and institutions. Since that time I found the cellar open, I clearly understood that the task was mine, period.”
In that era, there were already highly structured Valdobbiadene companies that were the reference point for the Adamis. Companies that bottled sparkling wine and were already organized with sales and distribution networks. “We made a few mistakes while building an adequate commercial network. But when you learn the hard way, you learn fast.” Companies like Bisol, Ruggeri, Bortolomiol, and Nino Franco were already totaling 400,000–500,000 bottles. “My father was not part of that circle, not being an oenologist. And the Confraternita del Valdobbiadene was already there. Sparkling wine production was beginning to emerge strongly, and there we understood that our future would be that, and in a few years, we climbed the ranks. The future was clear to us: HORECA market and export, adequately structuring the sales. We saw these large companies to imitate, in part, from a commercial point of view, and we never compromised on the quality of the wine, which must be fragrant and taste like fruit salad. We are still moving forward, and despite the last three years not being exciting, we are certain that keeping the bar steady will always pay off, despite physiological downturns.”
Adriano lived long enough to see the company’s successes. “He wasn’t a man of many words; he worked and had his tasks, like bottling and filtration. Just when he could have stopped, he became ill and left us. My mother, however, despite her ailments and venerable age, still asks us, ‘How is it going? Is it working? Are you selling?’ And she still takes her little tour of the cellar today. She has always been the soul, the driving force of the family.”
Towards the Future and Beyond
“The only thing I would like to reiterate is that all producers united by a designation of origin, including myself, must understand that everything written on the label is a common asset. If we all work for the common good first, and then apply the company brand, everyone gains twice and does good three times: for the consumer, the production area, and one’s own company. This social responsibility among all producers must be reviewed and improved. If we manage to put this into practice to the best of our ability, the Prosecco phenomenon will continue for decades because it is known and liked by everyone. How do we prove it? By settling for producing fewer bottles at a more appropriate and accessible retail price for everyone. I hope that the renowned Italian catering sector, with so many high-level establishments, will always keep at least five Prosecchi on the menu, choosing those they consider the best or most functional to their gastronomic proposal. Today, unfortunately, those who represent us in fine dining tend to say, ‘Oh, I don’t carry Prosecco.’ I want to understand why, or why they often only keep one cheap type under the counter for making Spritzes. If you have a high-level restaurant or venue, you must seek out the best Prosecchi.
What about youth wine consumption? We need to communicate wine better and in a way that is suitable for them. Communicate the quality, the work behind it, not just responsible consumption. We have many competitors, from mixology to craft beers, which have exploded. Then there is the economic problem because the spending capacity of consumers, especially young people, only goes so far. The point is that many things are drunk because they are a status symbol—’it’s cool, and I don’t care if it’s good.’ However, when I hear venues that can meticulously explain the seven gins on their menu to their guest, but when they have to explain a Prosecco, they just say, ‘if you want, here is this one,’ I regret it and am convinced of how far behind we are, especially considering that Valdobbiadene usually allows you, given the alcohol content, to drink one more glass than other wine types. Overall, it seems to me there is more a decrease in interest than in consumption. And we are talking about a consumption pattern that is often outside of meals and has been typical of sparkling wines for many years. Also because more structured and alcoholic wines are difficult to drink without food. Even among whites, there are extremely high-quality wines that… weigh you down after two glasses! Where have the good wines of the eighties with 12% alcohol content gone? It is clear that journalists and guides have also had a certain negative influence on all of this. It’s easy to taste and praise glasses of opulent and caloric wines, which may taste better, spitting out half of it. The signal being sent is that everyone should move in that direction. Instead, sometimes Prosecco, which struggled to gain consideration because of its low alcohol content and therefore being “light” for some, tastes excellent today even at 10.80%. It’s not the warmth you get in Valdobbiadene Prosecco, but the freshness with which we went the opposite way, and a pleasant aroma that satisfies the whole tongue. And when you exhale, the fruit salad should come out. Furthermore, I believe that our DOCG will be able to demonstrate that we have a wine that has a much greater longevity and a wider aromatic variability than we are used to thinking and talking about.”







