Contro l’idolatria funesta e lo scrolling alcolico, ripartiamo dall’ABC dei nostri areali. Perché il vino è solo una parte del tutto, anche se è la più splendida.
di Gian Omar Bison
Se ne leggono di ogni, come sempre: dalle pacche sulle spalle fini a sé stesse alle critiche più efferate e autoreferenziali; dalle lodi sperticate ai necrologi più tristi. Quello che difficilmente cambia del Vinitaly — ammesso ci sia qualcosa da cambiare e che serva veramente farlo, a parte trasporti e logistica, ma qua da anni non se ne esce — è l’immutabilità delle analisi, dei commenti e delle impressioni degli addetti ai lavori. E qua mi ci infilo pure io, per carità. Al di là delle valutazioni economiche e sull’andamento del comparto produttivo, con dati chiari e definiti che fotografano la tendenza dei consumi e dei mercati, una volta registrata una certa e inevitabile flessione generale (considerato l’andazzo internazionale e pure una certa stanchezza, questa sì da capire bene), la cosa che più mi ha lasciato perplesso è l’assenza, latente da tempo, di risposte concrete, di ricette nuove . Ma mancano pure ipotesi, teorie, idee. E sono certamente parziali, se non fuorvianti, pure le domande a monte.
Mi spiego meglio. Premesso che è un mondo vario dove le esigenze di certi consorzi, gruppi e aziende divergono — considerate le dimensioni, gli obiettivi e le strategie di approccio ai mercati — c’è un aspetto che ritorna tra tutti: la presentazione e il racconto del vino sono ancorati a modelli di narrazione barocchi, ampollosi, superati dal tempo e dallo spazio. Modelli che, per questo, allontanano i consumatori nel mondo, in particolare i più giovani, così poco fidelizzabili e così facili allo “scrolling alcolico”. Si cambiano i brand, il packaging, il contenitore, la chiusura; si immagina di arricchire e ampliare i momenti di consumo e pure l’abbinabilità; si prova pure col vocabolario. Ma la realtà è che si imbelletta un po’ il canovaccio che, alla fine della “Fiera”, resta comunque lo stesso. E vale anche per l’enoturismo, usato come panacea di tutti i mali, del quale ci riempiamo la bocca in troppi da anni senza capire cosa sia e dove possa portare esattamente, al di là di alcune evidenze e prescrizioni piuttosto banali: accoglienza adeguata, degustazione all’altezza, conoscenza delle lingue, ecc. Non che sia scontato, eh! Anzi! Spesso manca proprio l’ABC, persino nelle aziende più blasonate e riconosciute. Ma che ci sia una strategia generale nuova e diversa, di lungo respiro oltre il giorno dopo, proprio no!
I vini intellettuali, aristocratici e snob hanno stancato e vanno smitizzati, snelliti, resi più cool e meno “boomer”? Può essere, per quanto anche qua non si debba generalizzare. Con tutto il rispetto, mi vuoi far approcciare ad un Brunello Riserva o ad un grande Amarone allo stesso modo con cui mi accompagni a un calice di un frizzante sui lieviti o a uno Charmat? Mi devi per forza spiegare che, dopo cinque ore in ghiacciaia, posso godere di un grande Barolo in ottimo abbinamento con un branzino al sale? Si scherza, ma non scherziamo!
Il vino va fatto scendere dall’altare? Si sta rischiando l’idolatria funesta? Probabile. Ma cosa facciamo, come lo avviciniamo, come lo raccontiamo in maniera più agevole e funzionale? Non si sa! Non c’è una regia. Forse il segreto per riportare il vino al centro del villaggio, del racconto e quindi della promozione più giusta e funzionale, è proprio quello di partire dal villaggio. Invertire l’ordine dei fattori e concentrarci di più — e meglio — su quanto sta attorno al vino. Vedere la bellezza del villaggio e raccontarla con trasporto: il borgo, le colline, la biodiversità vegetale e animale, le colture, le varietà autoctone, i fiumi, i monti, il folklore, i dialetti… e i grandi piatti della tradizione, con i formaggi, i legumi e gli insaccati che si trovano solo lì, in quell’areale spesso di poco più di dieci chilometri quadrati. Dove si trovano prodotti DOP, IGP, STG, Bio, solidi e liquidi; sistemi di certificazione regionale, di produzione integrata, di allevamento codificato.
Una volta capito e raccontato come si deve il villaggio — che deve attrarre di per sé i consumatori e i turisti — si può srotolare il tappeto rosso per la passerella del principe dell’agroalimentare: il vino. Il grande racconto del vino, di quel vino da porre al centro del villaggio. E il grande racconto dei produttori, i nostri grandi stilisti, che hanno storie personali spesso curiose, avvincenti, fatte di sacrifici, fatica, lavoro e amore da svelare. Storie di cui il vino è solo una parte. Magari la più importante, ma pur sempre una parte.







