Edizioni Biblioteca dell’Immagine, il libro è piacevole e intrigante in quanto giallo; scorrevole e curioso nella capacità di raccontare la Venezia del tempo; suggestivo nel rievocare il ruolo riconosciuto e stimato dei cronisti e dei poliziotti dell’epoca.


“L’Isola del Rimorso”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, è un noir ambientato a Venezia che Pierluigi Rizziato, giornalista di lungo corso, con trent’anni di Gazzettino alle spalle, ha scritto da cronista e da storico conquistato dalla città lagunare che ha raccontato in centinaia di articoli e pubblicazioni. È una storia profondamente veneziana e mestrina ambientata, soprattutto, tra gli anni cinquanta e ottanta del novecento e il mistero che racconta con dovizia di particolari e inaspettati colpi di scena è a modo suo una fotografia nitida e a tratti malinconica della Venezia che fu: chiassosa e ancora piuttosto legata a ritmi e stili di vita e di lavoro caratteristici e non replicabili altrove nonostante la grande migrazione “di là del Ponte”, dal secondo dopoguerra, che ha interessato anche i Campaltin, la famiglia protagonista del libro. La Venezia dei veneziani fatta anche di chiacchiere e pettegolezzi, di finestre socchiuse e tende che svolazzano; di osti che origliano, preti che osservano, nobili decaduti e betoneghe e maranteghe che spettegolano. Ciacole che svolazzano di calle in calle, di ponte in ponte, avvolte nelle nebbie, portate dal “borin”, umide e impregnate di acqua alta e salsedine, zeppe di ombre (comprese quelle di vino). Dicerie e indiscrezioni che prima o dopo arrivavano all’orecchio di chi aveva ancora il controllo del territorio: il cronista e il poliziotto vecchio stampo. Quelli che conoscevano tutti, parlavano con tutti, ascoltavano tutti, che si circondavano di fonti autorevoli e di gole più o meno profonde.
Ecco, il giallo lagunare di Rizziato è anche questo: la ricostruzione di come si faceva cronaca locale e nera nei quotidiani dell’epoca dove la figura del cronista e la sua capacità di fiutare la notizia e di indagare era ancora centrale negli interessi degli editori e dei direttori e trovava ampio spazio nelle pagine dei fascicoli provinciali. Un ruolo riconosciuto, prezioso, da troppo tempo svilito nei tanti quotidiani che non investono più su queste figure in grado di sostenere un’inchiesta e di creare una notizia e che troppo spesso divulgano pagine simili con poco oltre alle veline. Il cronista autorevole, riconosciuto dai lettori e rispettato dalle istituzioni che girava per parrocchie e osterie, botteghe e caserme. E poi il libro, come detto, è anche la memoria di come si faceva il poliziotto all’epoca senza telefonino, senza internet e pure senza pc. Affidandosi e fidandosi di occhi e orecchie sparse sul territorio di competenza, tra questi l’appuntato della Riviera del Brenta Oscar Bison, che si controllava pienamente e del quale si conosceva tutto e tutti.
Complessivamente ho trovato il libro piacevole e intrigante in quanto giallo; scorrevole e curioso nella capacità di raccontare la Venezia del tempo; suggestivo nel rievocare il ruolo riconosciuto e stimato del cronista e del poliziotto dell’epoca. Perché… «Succede però che una persona scompare. Non è la sola, altre sono già scomparse. Una cena tra fratelli a Mestre assume i contorni di un complotto. E in laguna c’è una barca che vaga da sola, sulla barca c’è del sangue». La verità fatica a rivelarsi, «complice Venezia, complice la nebbia».






