Non è un errore, è una scelta. L’unico Paese del G20 che paga i suoi figli con l’elemosina ha semplicemente preferito la rendita al merito. La patologia vera è l’accettazione della mediocrità come modello di governo.
La questione salariale in Italia non è una novità, ma l’ennesima riproposizione di un vizio antico, una patologia genetica che infetta la nostra vita pubblica e, quel che è peggio, la nostra economia. Quando si analizzano i dati, non si può più parlare di incidente: siamo di fronte a una volontà precisa di decadenza. L’Italia che ha perso l’8,7% del salario reale dall’inizio del secolo e che ha regalato 134 miliardi di valore umano all’estero, non è un Paese sfortunato. È un Paese che ha scelto di non pagare la propria intelligenza. Questa è la prova della nostra inettitudine storica. Abbiamo creato una “nuova classe operaia” di laureati e professionisti costretti all’esodo, e il sistema se ne lava le mani. Ma l’onta più bruciante viene dai dati sulla produttività: dal 2022, il lavoro italiano è tornato a generare un valore superiore, ma questo surplus non è stato redistribuito. I salari sono rimasti al palo. Non si tratta di scarsa liquidità, ma di un cinismo manageriale che vede il lavoratore qualificato non come un investimento, ma come un costo da tenere al limite della sopravvivenza. È il trionfo del dilettantismo, quel vizio borghese che ha sempre preferito la scorciatoia al rigore. Quella stessa mentalità che, per anni, ci ha fatto credere che un po’ di disordine e di gaglioffaggine fossero ingredienti del miracolo economico. Oggi, quel caos presenta il conto, e lo presenta alle nuove generazioni.
Il collasso non è solo verticale, è anche orizzontale. La nazione si sta sfilacciando sotto il peso di una disparità territoriale intollerabile. Il divario salariale tra un impiegato a Milano e uno a Vibo Valentia, che sfiora le decine di punti percentuali nel settore privato, non è un dato statistico neutrale. È il segno che si è permesso di ricostituire, sotto mentite spoglie contrattuali, una vera e propria gerarchia di caste basata sulla geografia. Questo dimostra che la classe dirigente – politica, industriale, sindacale – ha abdicato alla funzione primaria di uno Stato unitario: garantire pari dignità. Ha lasciato che il destino economico fosse deciso non dalla competenza, ma dalla legge non scritta della provincia, dove il padrone locale fissa il prezzo del lavoro in base a quanto è difficile fuggire dalla zona.
A Voi, i nuovi precari della nazione
A voi, giovani che siete costretti a fare i conti con questa realtà degradata, non servono complimenti, ma lucidità. Non siete voi gli insufficienti, ma è la società italiana che è insufficiente a sé stessa. Avete la sfortuna di vivere in un tempo in cui si preferisce il conforto della bugia al disagio della verità, e dove il successo si ottiene per cooptazione, non per merito. La vostra battaglia per un salario che abbia un senso, che sia misurato sul potere d’acquisto europeo (ricordate: siete pagati circa $3.500$ PPS in meno), è la battaglia per un ritorno alla realtà. È l’ultimo tentativo per impedire che questa Italia, sottomessa e stanca, si trasformi definitivamente nel Paese delle fiction dove tutti sorridono mentre l’economia affonda. Il giornalismo ha il dovere di raccontare la verità asciutta. E la verità è che il fallimento dei vostri stipendi è il fallimento della nostra democrazia autoritaria e strisciante, che ha perso ogni senso di responsabilità collettiva. Non abbiate timore di andare a cercare l’ordine e la giustizia dove non c’è caos. L’Italia, in questo momento, non vi sta ascoltando.






