Dall’osteria di Piedemonte all’Erasmus a Digione, dalla cattedra di microbiologia enologica alla cantina di famiglia: Sabrina Tedeschi — produttrice schietta in un mondo ancora attonito davanti alle donne che sanno di vino — racconta il suo percorso tra radici secolari, scienza e il respiro largo della Valpolicella.
Chi frequenta Sabrina Tedeschi ne avverte subito la tempra asciutta, la parola misurata e mai ornamentale. Sabrina non indora, non cede alla retorica del vino-poesia, non si concede divagazioni salottiere. Ha ereditato il tratto schietto e scabro del padre Lorenzo, detto Renzo, e vi ha innestato la curiosità metodica di chi ha consumato anni tra laboratori universitari, aule scolastiche e testi di microbiologia prima ancora di varcare stabilmente la soglia della cantina di famiglia. Del vino parla come di un frutto della terra a cui restituire dignità senza orpelli, con la sobrietà ferma di chi sa che ogni aggettivo di troppo è un tradimento della sostanza. È cresciuta tra damigiane panciute e tavole imbandite per clienti che si sedevano a pranzo con la famiglia, e quel confine mai tracciato tra vita domestica e impresa le ha inciso dentro una convinzione granitica: il lavoro è sangue, mani, testa, olfatto — e la passione si trasmette solo se è desiderata, mai imposta come un dovere ereditario. Nata a Negrar nel 1966, nel cuore pulsante della Valpolicella classica, Sabrina porta con sé l’unica colpa che un figlio di vignaioli non può dissimulare: l’annata di nascita. “È stata un’annata veramente scadente — racconta con un sorriso sottile che tradisce un’ironia affilata — perché noi figli di produttori ricordiamo le nostre nascite con le annate del vino. I miei fratelli Antonietta e Riccardo sono nati in due grandi annate, nel ’64 e nel ’69, e io ho avuto la sfortuna di nascere in un anno che non sarà certo ricordato per il vino“. Una diminutio che dice molto di lei: l’autoironia come armatura leggera, il senso delle proporzioni come bussola.
PIEDEMONTE, L’OSTERIA E IL PROFUMO DEI MOSTI
La storia della famiglia Tedeschi ha origini documentate che risalgono al 1630 e si incardina a Piedemonte, borgo adagiato tra le colline veronesi dove nel 1824 fu aperta un’osteria che segnò l’avvio di una tradizione vinicola lunga ormai due secoli. Il nonno vendeva uva e vino alle osterie del circondario, in quell’economia minuta e capillare fatta di damigiane caricate su carri, strette di mano e parola data. Il padre Renzo era uno di quattro fratelli, ma solo due seguirono il mestiere della vigna. Con diciannove anni di scarto dai maggiori, Lorenzo si ritrovò a reggere l’azienda da solo a metà degli anni Ottanta, in un frangente che definire complesso è generoso eufemismo. La crisi del metanolo era deflagrata come un ordigno nel mondo del vino italiano, polverizzando fiducia e reputazione. Per la famiglia Tedeschi fu imperativo ribadire la propria estraneità a quello scempio. “Mio padre inviava lettere ai clienti, assicurando la qualità dei nostri prodotti e la nostra correttezza — ricorda Sabrina — quel periodo è stato determinante per far emergere chi lavorava seriamente e con passione“.

Fu il setaccio che separò il grano dal loglio, e chi aveva operato con rigore ebbe finalmente modo di farlo pesare. Crescere in quella famiglia significava respirare vino come si respira l’aria di collina: senza accorgersene. “Capitava spesso di rientrare da scuola e ritrovarci intorno al tavolo con clienti che la mamma ospitava per il pranzo. Eravamo immersi nella vita dell’azienda senza rendercene conto. Crescevamo così, imparando a relazionarci con le persone, a capire l’importanza di ogni gesto, di ogni parola“. Negli anni Settanta il vino si smerciava ancora sfuso in damigiane, poi vennero le bottiglie e il tappo di sughero e la costruzione paziente di un’identità precisa. Ma Renzo aveva un punto fermo inscalfibile, un principio non negoziabile: il nome Valpolicella doveva campeggiare sulle etichette, sempre. “Qualche cliente ci chiedeva di toglierlo, ma lui ha tenuto duro. Solo negli ultimi anni il Valpolicella è stato finalmente valorizzato e apprezzato come merita“. Quella testardaggine lungimirante, quel fiuto contadino per ciò che dura oltre la moda, è forse il lascito più prezioso che i tre figli si portano dentro. Erano tanti, figli di vignaioli, in quei paesi sparsi tra le valli e i declivi veronesi. Ma com’era percepito quel mondo da chi lo guardava da fuori? “Era considerato un lavoro di fatica, non certo redditizio come può essere oggi – riflette Sabrina, e negli occhi le passa l’ombra di un’epoca scomparsa — I pre-anni Novanta erano ben diversi nel percepito. Avrò avuto vent’anni ma ancora si utilizzavano le mani, altro che l’automazione di adesso. Cassetta per cassetta nel fruttaio vecchio stampo. D’altra parte, avevamo un clima che aiutava il viticoltore in maniera diversa. Oggi abbiamo un cambiamento climatico che senza tecnologia e possibilità immediata di intervento ci creerebbe grosse difficoltà. Allora avevamo meno tecnologia ma clima migliore“. Un equilibrio che si è rovesciato come una clessidra, e che impone oggi strumenti e saperi che allora sarebbero parsi fantascienza.
LA CHIMICA, DIGIONE E LA CATTEDRA
L’infanzia e l’adolescenza trascorrono tra Pedemonte e Verona, scandite da una scelta familiare controcorrente: iscrivere i figli a una scuola privata cattolica fin dalle medie, lontano dalla rete protettiva del paese. “A dieci anni allontanarsi dal gruppo degli amici non era facile, ma ci ha insegnato a muoverci da soli, a conoscere nuovi spazi e persone. È stata una scelta condivisa dai miei genitori che ci ha dato il senso di autonomia e il coraggio per affrontare esperienze nuove“. La passione per la chimica applicata al food — materia che unisce il rigore della formula alla concretezza del prodotto — la conduce a Scienze delle preparazioni alimentari a Milano e, grazie a un legame familiare, alla scelta di Digione per l’Erasmus. “Avrei preferito Parigi, certo — racconta con la franchezza di chi non si vergogna delle proprie aspettative disattese — ma Digione si rivelò straordinaria. Ero tra i primi studenti Erasmus, accolta con grande attenzione dall’università, e questo mi ha permesso di completare parte della tesi in un contesto internazionale. Ho imparato moltissimo, non solo professionalmente, ma anche come persona indipendente, viaggiando da sola in treno di notte, senza cellulari, nel 1989-90“. Era un’altra epoca e un altro modo di temprarsi: senza rete, senza schermi luminescenti, con la sola bussola dell’intuito e della determinazione. Al rientro in Italia, dopo la laurea nel luglio 1991, Sabrina viene chiamata dall’Istituto della Fondazione Edmund Mach per insegnare enologia e microbiologia enologica. Un destino imprevisto, che inizialmente le destava una resistenza quasi istintiva. “All’inizio pensavo che l’insegnamento fosse l’ultima cosa che avrei voluto fare — ammette — e invece è stata una scuola di vita formidabile. Mi confrontavo con studenti adulti, in un ambiente prevalentemente maschile, dove impari a conquistarti lo spazio e a guadagnarti il rispetto centimetro per centimetro. Ogni lezione richiedeva preparazione, capacità di argomentare e di governare la classe. Ho imparato a conoscere i limiti dell’insegnamento e il valore di chi lo fa davvero“. Sette anni di cattedra e un periodo da ricercatrice le hanno forgiato strumenti di metodo e disciplina intellettuale che si sarebbero rivelati preziosi, quasi provvidenziali.
IL RITORNO A CASA
Nel 1999 arriva la chiamata dei fratelli: l’azienda ha bisogno di lei. È il richiamo della terra, la voce del sangue che si traveste da esigenza pratica. “All’inizio è stata una scelta difficile. Ero sposata, avevo una figlia, la casa a Trento. Ma ho iniziato a fare avanti e indietro, fino a trasferirmi qui quando è nata la seconda figlia. Da lì è cominciata la mia esperienza vera in azienda“. Sabrina si getta immediatamente sulle certificazioni ISO 9000, sulla comunicazione e sull’export, contribuendo ad edificare col tempo un’architettura organizzativa in cui ciascuno dei tre fratelli occupa il proprio spazio naturale, senza sovrapposizioni né attriti. Antonietta, la primogenita, presidia amministrazione e mercato italiano con la solidità discreta di chi tiene i conti e i nervi saldi. Riccardo, enologo di famiglia, segue l’export — in particolare il Canada — e percorre il mondo per osservare, assaggiare, confrontarsi con le altre realtà vitivinicole. “Siamo molto fortunati perché riusciamo a lavorare in armonia, ognuno concentrandosi su ciò che sa fare meglio. L’azienda oggi è una piccola realtà, ma ognuno di noi si occupa di tanti aspetti diversi, il che rende il lavoro vario e stimolante“.

Il passaggio generazionale dal padre ai figli è stato graduale, sagace e privo di strappi. “Nostro padre ha mollato completamente in alcune cose, come la commercializzazione e la distribuzione. Nella produzione e negli assaggi invece ha partecipato a lungo. Ma soprattutto non ha mai fatto differenze tra noi fratelli, riconoscendoci tutti e permettendoci di sceglierci i ruoli che meglio ci calzavano. Non ricordo ci abbia mai detto perentorio un no. Più o meno d’accordo nel fare certe cose, ma non ci ha mai bloccato“. Un lasciar fare sapiente, calibrato, che è forse la forma più alta e rara di fiducia paterna: non l’assenza di giudizio, ma la rinuncia deliberata al veto.
DONNA NEL VINO: LO STUPORE CHE NON DOVREBBE ESSERCI
C’è un tema che Sabrina affronta senza perifrasi e con la lucidità tagliente di chi l’ha patito sulla propria pelle, più volte, in contesti dove non te lo aspetteresti. Essere donna nel mondo del vino significa ancora, nell’anno di grazia 2026, imbattersi in uno stupore che ha il sapore stantio del pregiudizio travestito da galanteria. “Noi donne spesso veniamo considerate quando dobbiamo parlare di strategie, di marketing e simili. Nel momento in cui si trova una donna preparata dal punto di vista tecnico ed enologico si incontra ancora quasi una sorta di stupore e si incrociano complimenti esagerati. E questo per la meraviglia causata dal fatto che si è preparate nonostante si sia donne. Questo pregiudizio dovrebbe essere stato superato nel tempo, ma purtroppo non è ancora così“. L’episodio che la racconta meglio, e che la indigna con la compostezza misurata di chi ha imparato a non sprecare collera, risale a una masterclass di due anni fa. Sabrina aveva dissertato di viticoltura con puntualità e competenza, per ricevere al congedo i complimenti per essere così preparata nonostante fosse una donna. “Queste persone esistono — chiosa con una pacatezza che è severità trattenuta — e io dico sempre che ogni volta che ho una degustazione non smetto mai di leggere e di informarmi per farmi trovare pronta alle domande, e magari anche riconoscere dove non si hanno argomenti e risposte esaustive“. E cos’è, allora, un vino femminile? “Forse lo vogliono riferire all’eleganza, ma potremmo farne anche a meno“. È una di quelle etichette linguistiche che tradiscono più chi le pronuncia che il vino che pretendono di definire. Come d’altronde quell’aggettivo croccante che oggi si appiccica a qualunque calice con la disinvoltura di un luogo comune.
IL VINO SI RACCONTA SENZA FRONZOLI
Il discorso sfocia con naturalezza nella comunicazione del vino e nei suoi eccessi retorici. Sabrina, figlia di un padre di poche parole e molti fatti, ha le idee nitidissime. “Sono cresciuta con un genitore molto pragmatico, molto pratico e diretto, per cui a volte c’è stato un momento del racconto del vino come una poesia che a tratti era anche esagerato, salottiero, elitario. Soprattutto la mia esperienza mi ha portato a viaggiare in Paesi dove la cultura del vino non è così elevata come da noi. E anche quando si va a trovare un cliente, il vino va raccontato in sintesi, va classificato. I racconti che dovrebbero definire il vino devono essere più diretti e funzionali senza togliere valore al prodotto“. Una filosofia che si potrebbe distillare in un precetto: spogliare il superfluo senza impoverire la sostanza. “Il vino è un frutto della terra a cui dare il giusto valore considerate le fatiche, le annate storte. Ma dobbiamo fare in modo che la comunicazione non sia autocelebrativa. Dobbiamo essere concreti e leggeri“. Concretezza e leggerezza: un binomio che sembra un ossimoro e che invece, nella bocca di Sabrina, suona come la definizione più esatta del mestiere.
CONVENZIONALI PER SCELTA, SOSTENIBILI PER CONVINZIONE
Sul versante viticolo, i Tedeschi sono produttori convenzionali certificati sostenibili, animati da un pragmatismo illuminato che non rinuncia alla sperimentazione ma diffida delle mode vestite da ideologia. “Nelle annate possibili lavoriamo col biologico. Non si può generalizzare perché dipende dalle annate e dalle zone. Noi abbiamo fatto la scelta di rimanere in collina, e la collina in determinate annate ci favorisce. Il cambiamento climatico crea problemi, in particolare con le quantità di pioggia che cadono in tempi limitati. I trattamenti fatti secondo legge e come si deve vanno fatti se e quando necessario“. La sperimentazione non è mancata: biologico e biodinamico sono stati praticati nella proprietà di Maternigo, ma la mole di lavoro è risultata sproporzionata e insostenibile. “Il biologico dipende dall’annata. Ci è risultato complesso, pur senza essere contrari“. Quanto ai Piwi e alla cisgenesi, Sabrina non esita: “Credo nella scienza e credo che dovremmo continuare a sperimentare e a studiare, perché se tutto ci porta ad essere più sostenibili con minori o zero trattamenti, dovremo pensare a come inserire queste varietà nelle diverse denominazioni, a parità di risultato finale nel calice“. Sui vini naturali il giudizio è quello dell’enologa che non dimentica la microbiologia: “I vini in genere mi piacciono quando sento estrema pulizia al naso. Non ne ho trovati tantissimi di naturali che la garantiscano. Io ritengo che il mio prodotto non sia innaturale. Il vino in ogni caso deve essere una bevanda sicura e piacevole“. A suffragare la posizione interviene una ricerca sulla caratterizzazione aromatica condotta con l’Università di Verona: “Le prove sull’influenza dei lieviti, indigeni e no, hanno dimostrato che i vini con i lieviti aggiunti sono quelli che esprimono al meglio il carattere del terroir, perché i lieviti indigeni possono dar luogo a deviazioni che non garantiscono a pieno la finezza e la pulizia aromatica del prodotto finale“. La scienza al servizio dell’identità territoriale, non in antagonismo con essa: è il filo rosso che percorre tutta la visione di Sabrina.

L’AMARONE CHE VERRÀ
Il discorso sulla politica consortile della Valpolicella tocca corde sensibili e questioni ancora aperte. Sabrina riconosce i progressi compiuti — “sono state fatte delle battaglie che alla fine sono state importanti per orientare tutti i produttori” — ma non si risparmia osservazioni affilate sulla comunicazione istituzionale, terreno sul quale la sciatteria lessicale può fare danni ingenti. “Noi da sempre abbiamo parlato di alzare la qualità dell’Amarone, che da qualche anno sta crescendo mediamente. Ma nel momento in cui si parla di Amarone dicendo che serve leggerezza, è un termine delicato. L’Amarone deve essere un vino complesso che grazie alla capacità dell’enologo deve risultare elegante e bevibile. Dire leggerezza si rischia di svilire il prodotto“. Una parola sbagliata può fare più danno di un’annata storta, quando riguarda l’identità di una denominazione intera. L’Amarone opulento, eccessivo, palestrato degli anni ruggenti? “Era un errore anche prima. Il muscoloso e superconcentrato prodotto per prendere certi mercati è stato un errore madornale. Adesso dobbiamo combattere per tornare come si deve su quei mercati“. Il filo conduttore resta la coerenza stilistica, quella che si ritrova intatta scendendo in cantina a recuperare una bottiglia degli anni Ottanta. “È certamente diversa da quelle di questi anni, ma riconosci comunque uno stile che è stato mantenuto. L’acidità di allora la ricerchiamo anche oggi, ma è diverso il clima, è cambiato l’appassimento, e in questo ci suffraghiamo di nuove conoscenze e tecnologie. Non rinnego il nostro Amarone del passato“. Tradizione non come mausoleo ma come alveo: il fiume è lo stesso, l’acqua è sempre nuova. Anche il Recioto reclama attenzione: “È una chicca del territorio con una sua unicità e deve essere valorizzato“. E il Valpolicella come tipologia sembra imboccare una rotta, per quanto non ancora delineata con chiarezza. “Il Consorzio deve lavorare per dare un’identità chiara al prodotto senza annullare il passato. Il territorio non è un insieme di brand e basta”.

MATERNIGO, LA SCIENZA E L’ORIZZONTE
Sabrina scruta l’avvenire con la solidità tranquilla di chi conosce le proprie fondamenta. L’azienda collabora oggi con quattro enti di ricerca: il Professor Maurizio Ugliano del dipartimento di Biotecnologia dell’Università di Verona sulla caratterizzazione aromatica, il Dipartimento di Viticoltura dell’ateneo scaligero sugli effetti del cambiamento climatico, l’Università di Roma per un’indagine sulla biodiversità a Maternigo, e la Fondazione Edmund Mach per l’analisi varietale e le prove di vinificazione in vista di una futura spumantizzazione. “Dentro un territorio forte, il brand deve rafforzarsi a sua volta” — puntualizza, con quella capacità tutta sua di condensare in una frase il nocciolo di una strategia. Il futuro attraversa anche il restauro dell’immobile di Maternigo, che potrebbe diventare il cuore pulsante di un’ospitalità diversa, pensata per turisti e winelovers in un territorio che sull’enoturismo sconta ancora un ritardo evidente rispetto ad altre zone. “Una cosa che piace molto all’enoturista è essere portato in vigna e aprire lì il vino che se ne ricava. Da noi facciamo degustazione con formaggi territoriali super selezionati. Il co-marketing è sempre stato utilissimo“. E per raccontare la Valpolicella al mondo occorre un orizzonte più vasto, una narrazione che trascenda la vigna: “Il sistema Verona deve essere anche sistema Venezia. Nel mondo funziona dire che siamo a cento chilometri da Venezia. E per raccontare la Valpolicella dobbiamo a volte evitare di parlare di uve e vini per parlare di tutto il resto che ci sta intorno“. Un paradosso fecondo: per vendere il vino bisogna saper parlare d’altro. I giovani consumatori? “Devono essere educati al fatto che l’Amarone non è un vino da tutti i giorni. Ma nelle diverse tipologie di Valpolicella si può trovare il vino giusto per il momento giusto. Gli ospiti del sabato mattina nel nostro showroom sono per lo più giovani che vengono a conoscere il territorio. Bisogna avere il tempo e la pazienza di avvicinarli come si deve“. Il vino come prodotto di attempati occidentali e benestanti? Sabrina non si lascia inquietare dalle fluttuazioni: le trova fisiologiche, come le annate. Anche il mercato ha le sue stagioni.
I figli e i nipoti rappresentano il domani, ma la libertà di scelta resta un principio inviolabile. “Li vogliamo formare altrove, farli crescere e sceglieranno loro se e quando rientrare. Chi lo farà dovrà avere energia, progetti e convinzione. Chi non vuole, va bene lo stesso“. Un approccio che ha trovato recente concretezza nell’ingresso di Enrico, figlio di Antonietta e primo della nuova generazione a diventare operativo in azienda. Avvocato con visione strategica, Enrico supporterà lo sviluppo del brand nel mercato italiano, cercando un linguaggio contemporaneo capace di dialogare con i nuovi consumatori. Il suo innesto segna l’avvio di un progetto generazionale più ampio, volto a garantire continuità e innovazione alla storica realtà della Valpolicella. Dove si vede tra dieci anni Sabrina? “Personalmente mi vedo a godermi l’azienda con maggiore tranquillità, sapendo che è portata avanti dalla famiglia. Noi abbiamo fatto un passetto ulteriore rispetto ai risultati raggiunti da papà, e mi auguro che ci sia uno sviluppo ancora maggiore, soprattutto dal punto di vista commerciale e distributivo“. Renzo Tedeschi ha insegnato ai figli che l’azienda è famiglia e la famiglia è azienda, e che il nome Valpolicella non si cancella dall’etichetta, nemmeno quando il mercato lo suggerisce con l’insistenza suadente dei numeri. Sabrina, con i suoi anni di laboratorio e di cattedra, con la sua chimica nel sangue e l’olfatto educato alla pulizia assoluta, ha aggiunto al patrimonio di famiglia una certezza semplice e tuttavia ancora necessaria: che essere preparate non dovrebbe mai suscitare meraviglia.







