Faccia-a-faccia con Stefano Cesari, che racconta da Grezzana la trincea urbanistica, il retroscena di Roma, il congedo dal Consorzio, la battaglia per un Amarone “raro e caro” e la libertà di “lasciar sbagliare”.
Nascere a Verona, tra le quinte di tufo e i silenzi calcarei della borghesia cittadina degli anni Cinquanta, significava crescere dentro una traiettoria già tracciata. C’era una geometria precisa nei destini della buona gioventù veronese del dopoguerra: il liceo classico Maffei, la facoltà di Economia, il transito naturale e quasi burocratico nell’impresa di famiglia. Stefano Cesari, venuto al mondo il 10 novembre del 1954, quella traiettoria l’ha assecondata lungo il passo svagato di chi non ha mai amato troppo i banchi di scuola.
GEOMETRIE BORGHESI ED EDUCAZIONE PADANA
“Non sono mai stato un grande studente”, ammette oggi con una limpidezza che non cerca l’assoluzione. C’è stato un intoppo in quarta ginnasio e il confino riparatore nel collegio degli Istituti Filippini di grande e severa memoria per recuperare l’anno perduto in due mesi di studio matto e disperatissimo. Poi l’iscrizione all’università e la facoltà di Economia e Commercio vissuta come un lungo corridoio d’attesa, fino a quel giorno in cui la vita vera, quella dei capannoni e dei bilanci, ha bussato alla porta prima che la tesi fosse scritta. Mancavano due esami, due scogli neri e indigesti: matematica e statistica. Rimasero lì, sospesi, lettere morte di un percorso immolato al pragmatismo della stirpe.
Lassù alla Locanda Case Vecie, a Grezzana, l’aria ha una nitidezza che pulisce i pensieri e allunga lo sguardo fin dove i vigneti aggrappati alla collina incontrano la linea scura del bosco. C’è una freschezza pulita che sale dai muretti a secco, il riverbero del sole del mattino che taglia il tavolo. Stefano Cesari ha la postura distesa di chi ha smesso da tempo di rincorrere l’orologio, lo sguardo abituato a misurare le distanze e i mutamenti a vista. Non c’è fretta. In questo chiarore diffuso, c’è solo il respiro profondo della Valpantena e il flusso di una memoria che inizia a dipanarsi solida, calda, evocando le origini.
DAI TESSUTI AI VIGNETI
L’azienda di famiglia si chiamava Stegagno. Importavano e distribuivano macchine per il movimento terra, giganti di ferro destinati a scavare i canali e le fondamenta della ricostruzione agraria e industriale della pianura padana. Da due generazioni i Cesari e gli Stegagno muovevano le leve di quel commercio pesante. Tutto era iniziato quando Renzo Cesari, figlio di Pompilio e nonno di Stefano, arrivò a Verona da Firenze negli anni a ridosso della Grande Guerra. La famiglia toscana si occupava di forniture di vestiario militare e l’alto commissariato dell’esercito di allora esigeva la presenza in Veneto. Renzo, nel 1922, sposa Elisetta Stegagno, donna di censo e di piglio commerciale.
In quegli anni di camicie nere e di adunate, il nonno Renzo stringe un legame antico e profondo con il vecchio Gaetano Marzotto. Erano gli anni in cui la Lanerossi e i Marzotto inventavano la confezione industriale in Italia; l’utente sovrano era l’esercito e sotto il fascismo c’era da vestire un popolo intero, dai Figli della Lupa ai Balilla, fino ai reggimenti in partenza per le colonie. Grazie a quel commercio florido, i Cesari accumulano liquidità e stabilità. Ed è con quell’oro di sartoria militare e di intermediazione che il 29 maggio del 1929, pochi mesi prima che il mondo crollasse sotto i colpi di Wall Street, Renzo acquista la tenuta di Brigaldara, a San Floriano. Dieci ettari in tutto, una villa padronale immersa nel verde della Valpolicella classica e sei ettari di vigneto che allora erano poco più di un giardino bucolico, un luogo dell’anima dove la famiglia andava a passare la villeggiatura estiva e a curare le fioriture, ben lontano dall’idea che il vino potesse diventare un destino.

Il dopoguerra ridisegna i compiti. Lo zio Carlo – fratello di Lamberto, il padre di Stefano – prende le redini della Stegagno che si ingrandisce mentre le forniture militari scemano, soffocate dal fiorire di cento concorrenti e dalla specializzazione dei Marzotto in altri settori. Stefano entra in azienda nel 1978, nel pieno degli anni di piombo e delle ristrutturazioni industriali. Ma lo sguardo, già allora, scivolava oltre le vetrate degli uffici di città. Frequenta l’Associazione Nazionale Giovani Agricoltori (Anga) e sotto l’ala di Stefano Wallner, Carlo Fratta e Corrado Giacomini, lavora a Bruxelles dove fa per due mandati il vicepresidente del CEJA, l’organismo dei giovani agricoltori europei. C’è una febbre della terra che cova sotto la giacca da giovane dirigente.
NELLA TRINCEA DELLA FABBRICA
Prima di potersi dedicare interamente a quel fazzoletto di vigne, tuttavia, per Stefano c’è la trincea della fabbrica. Viene spedito a fare le ossa nel fuoco della crisi, nella bassa veronese, a gestire una partecipazione della famiglia nella Cosmoter. Sessanta operai, sindacati inflessibili e duri, conti in profondo rosso. Sono gli anni in cui la pianura padana è un cimitero di piccole officine metalmeccaniche che tentano di sfidare l’acciaio. Piccoli laboratori che vengono spazzati via dai colossi globali — Caterpillar, Hitachi, la stessa Fiat — che introducono nei padiglioni i robot di saldatura e le economie di scala. “Facevamo serie di cinque escavatori alla volta quando i grandi ne producevano cento”, ricorda Cesari con il tono di chi ha combattuto contro i mulini a vento. Tre anni di trincea, poi il concordato fallimentare nel 1986. Fu una sconfitta industriale, ma una profonda vittoria umana: insieme al ragionier Campana, figura mitologica di dirigente aziendale d’altri tempi, Cesari trova un acquirente che produce camion e tre assi. Quaranta operai vengono assorbiti, gli altri ricollocati. Nessun bagno di sangue sociale. È la prima grande lezione di Stefano: l’impresa ha un dovere che supera il perimetro del profitto; deve preservare l’ordine del villaggio.
IL GRANDE RIFIUTO E IL CAMPEGGIO SUL GARDA
Nel 1986, chiusa la liquidazione della Cosmoter, lo zio Carlo è perentorio: “Torna alla Stegagno”. Ma lo scacchiere familiare è cambiato. Il nonno ha diviso le proprietà: la maggioranza dell’azienda meccanica va allo zio Carlo e alle sue figlie, mentre al padre di Stefano, Lamberto, resta la minoranza azionaria e la terra di Brigaldara. Stefano capisce che rientrare in città significherebbe lavorare “sotto paron”, accettare una gerarchia di cugine e zii che non gli appartiene. Va dal nonno Renzo e gli chiede l’affitto di quella campagna di Brigaldara, che fino ad allora era stata gestita con passione dal padre Lamberto che da tempo aveva liquidato i mezzadri, migliorato il vigneto e vendeva le uve alla storica casa vitivinicola Bertani. Il vecchio lo guarda come si guarda un matto, opponendo il suo grande rifiuto: “in quell’azienda io ci ho sempre rimesso dei soldi, il vino è una cosa che non funzionerà mai, dimenticati questa cosa, il futuro è nella meccanica”. Il nonno ragionava da commerciante del Novecento: la terra era uno status symbol o un rifugio, non una fabbrica di reddito.

Stefano dice di no al nonno e allo zio Carlo. Ha il passo duro e la giacca da giovane dirigente già sbottonata: si licenzia e si mette “a piede libero”. È la frattura definitiva con il destino industriale. In quel momento di transizione, mentre si prepara al matrimonio con Maria Gilla Gaspari dopo un lungo fidanzamento, arriva in soccorso lo zio Piero Arvedi. Personaggio leggendario della Verona dell’epoca, uomo esplosivo, creativo, capace di finire alla presidenza della squadra di calcio della città dopo averne combinate di tutti i colori. Lo zio Piero gestisce un campeggio a Peschiera, sul Lago di Garda, e gli offre un’ancora di salvezza: “vieni a darmi una mano in campeggio così hai almeno un po’ di stipendio, perché col vin sarà difficilissimo campare”.
SCARPONI, TRATTORE E TECNOLOGIA IN FRUTTAIO
Stefano e Maria Gilla vanno a vivere a Brigaldara. È l’anno zero, la fase bucolico-creativa. Il vecchio nonno Renzo, vedendolo così deciso, capitola davanti alla fermezza del nipote e gli concede il capitale per acquistare quattro ettari confinanti. I sei ettari originari diventano dieci. Cesari si toglie la giacca da ufficio, calza gli scarponi, sale sulle ruspe e sul trattore: diventa coltivatore diretto a tutti gli effetti, intenzionato a ripiantare ogni singolo metro quadro di quella terra. Frequenta i vecchi della Valpolicella, lui che viene dalla città ma sa ascoltare con rispetto, e viene accolto, quasi adottato. “Vengo coccolato da alcuni di questi che veramente mi hanno fatto da papà o da fratello maggiore. Tra questi, prima di tutti, Carlo Speri, e poi Franco Allegrini, Lorenzo Begali… insomma, divento uno di loro”.
La Valpolicella di fine anni Ottanta è un mondo sospeso. L’Amarone è ancora un vino d’eccezione, quasi domestico, prodotto in pochi milioni di bottiglie e spesso gravato da un’atavica instabilità tecnologica. “I contadini mettevano le uve sui graticci e pregavano che l’inverno fosse clemente. Ma l’inverno veneto è fatto di nebbie padane, di umidità stagnante che penetra nei granai e nei fruttai. Spesso la Botrytis degenerava in marciume acido, le uve ammuffivano e i vini nascevano già ossidati, stanchi, segnati da difetti volatili che venivano spacciati per tradizione“. È qui che Stefano Cesari incontra l’uomo che cambierà per sempre il destino enologico del territorio: Roberto Ferrarini. Grande enologo, tecnologo alimentare visionario, mente scientifica prestata alla terra. Insieme a lui e a Franco Allegrini, Stefano intuisce che l’appassimento non può più essere un gioco d’azzardo contro la meteorologia e il tempo. “Mettevamo le uve in appassimento, magari delle uve perfette, e poi un inverno cattivo pieno di nebbia le faceva degenerare”, rammenta Cesari. Affittano allora una vecchia cella per l’essiccazione del tabacco e cominciano le prime sperimentazioni di appassimento controllato. “Ferrarini capisce che il segreto non è scaldare l’uva, ma eliminare l’umidità nei momenti critici, evitare il ristagno dell’aria quando le temperature autunnali sono ancora alte. Una volta arrivato il gelo di novembre e dicembre, la natura fa il suo corso; basta una leggera ventilazione”.

LO SLANCIO DELL’AMARONE
Negli anni Novanta, quella che era un’intuizione da pionieri diventa un’architettura collettiva. Ventitré produttori si uniscono e fondano Terre di Fumane, un grande centro di appassimento controllato dove vengono conferiti diecimila quintali d’uva. Cesari, che ha la parola facile e la mente aperta dalle frequentazioni europee dell’Anga, diventa lo speaker di quel mondo, il portavoce di una generazione che vuole portare la Valpolicella sulla mappa dei grandi vini del mondo. Nasce allora la celebre disputa tra tradizionalisti e innovatori. “Erano tutte chiacchiere – sorride oggi Cesari – ma sono servite a far decollare l’Amarone”.
La denominazione passa da quattro a diciotto milioni di bottiglie. “Come spesso accade nelle grandi innovazioni dei processi produttivi, ogni evoluzione porta con sé nuove sfide”, riflette Cesari riavvolgendo il nastro di quegli anni. L’appassimento controllato, nato inizialmente come presidio tecnologico per tutelare i raccolti nelle annate meteorologicamente più difficili, finisce per trasformare radicalmente la gestione stessa dei tempi e dell’uva. “Il rischio, quando la tecnologia diventa patrimonio comune, è che si tenda ad accelerare ciò che per natura richiederebbe lentezza. L’appassimento non è solo un’estrazione di concentrazione, ma un percorso biologico fatto di gelo, micro-ventilazione e trasformazioni enzimatiche che solo il fattore tempo sa regalare”.

LA TRINCEA DI PALAZZO BARBIERI E L’OCCHIOLINO DI MATTARELLA
Il percorso di Stefano Cesari non si esaurisce tra i filari. C’è in lui una vocazione consorziale e categoriale che lo porta a scalare i vertici della Confagricoltura veronese fino a entrare nella Giunta nazionale guidata da Augusto Bocchini. È lo stesso mondo che anni dopo vedrà emergere Lodovico Giustiniani, seppur appartenente a un’altra generazione. Quell’impegno sindacale ed economico accende i riflettori della politica cittadina sulla sua figura.
Nel 1998 il sindaco di Verona, la caparbia Michela Sironi (eletta nelle liste di Forza Italia) deve formare la giunta per il suo secondo mandato. Cerca figure della società civile, imprenditori e volti capaci di governare i processi reali senza le lungaggini delle tessere di partito. Chiama Stefano Cesari e gli affida la delega più pesante e scivolosa: l’Urbanistica, a cui si aggiungeranno nel tempo il Patrimonio, l’Edilizia Privata e la gestione degli Enti Partecipati. La vita si trasforma in un ingranaggio infernale. I figli, Lamberto e Antonio, sono ancora piccoli. La giornata di Stefano è scandita da un ritmo monastico e febbrile. “La mattina la passavo in azienda, tra le vigne di Brigaldara; quando erano le dieci, le undici, partivo per il Comune. Rimanevo fino alle due del pomeriggio negli uffici tecnici, poi tornavo in azienda. E quasi ogni sera, ero in giunta o consiglio comunale a difendere le delibere fino a mezzanotte”. Era una vita d’inferno, ma in famiglia le tradizioni erano liberali e chiedevano impegno. “Il Partito Liberale era un approccio culturale a un certo tipo di mondo, estremamente elitario”, spiega Cesari, tracciando la differenza con la Coldiretti democristiana e centrista. Confagricoltura rappresentava gli “agrari”, l’anima di centro-destra che poi si riconobbe nel primo Berlusconi, quello che catapultava i professionisti nella stanza dei bottoni.
Di quegli anni a Palazzo Barbieri, Cesari non conserva rimpianti. “Credo di non aver fatto grosse stupidaggini”, dice con ironia. Per lavorare in pace, seguendo il consiglio del suo predecessore, l’ingegner Polo, Cesari applica una strategia ingegnosa e si fa allestire un ufficio distaccato, fuori dalle mura storiche del Comune. “Ricevevo solo su appuntamento e in un posto talmente decentrato che se uno avesse voluto trovarmi avrebbe dovuto venirmi a cercare. Altrimenti lo sport nazionale era venire a romperti le scatole e bussarti alla porta a ciclo continuo”.
Di quel periodo passato nei corridoi comunali, c’è un ricordo che a Stefano illumina ancora gli occhi di una luce speciale, un misto di orgoglio civile e divertimento puro: l’acquisto dall’esercito delle caserme Santa Marta e Passalacqua, un’enorme porzione di città adiacente alla sede universitaria che l’amministrazione Sironi voleva trasformare in un grande parco urbano e in un campus moderno per i ragazzi. Eppure, quell’operazione monumentale era cominciata con tutt’altre intenzioni, quasi per un vicolo cieco dell’urbanistica. “L’idea di partenza era completamente diversa”, racconta, e la voce si fa più confidenziale, rallentando il passo. “Noi volevamo acquistare un’altra struttura, il circolo Ufficiali di Castelvecchio. Così vado a parlarne con il comandante di allora. Lui mi ascolta, scuote la testa con l’autorità dei vecchi militari e mi dice: Ma dottor Cesari, lasci stare Castelvecchio, là dentro ci sono troppe beghe, non ne uscite più. Perché invece non vi prendete la Santa Marta e Passalacqua? Fu una folgorazione, un cambio di rotta improvviso. Ci si mise subito al lavoro con il sindaco Sironi e l’assessore al patrimonio Patrizia Martello. Vennero coinvolti la Fondazione Cariverona con l’ingegner Paolo Biasi e il rettore dell’Università Mario Marigo. C’era un’energia pazzesca; nel giro di un anno e mezzo, correndo come i matti, si arrivò alla firma a Roma, negli uffici di Via Veneto”.
Stefano si interrompe e sorride rievocando il dietro le quinte di quel giorno. “Prima della firma, il generale di turno mi invita a pranzo al circolo ufficiali del Ministero della Difesa. Mi guarda solenne e mi dice: Dottor Cesari, sono stato molto contento di lavorare con lei. D’altronde, con il suo stato di servizio, non avevo dubbi che saremmo andati d’accordo. Io rimango un attimo interdetto, lo guardo e dico: ma quale stato di servizio? E il generale sorride: Lei ha prestato servizio militare da noi. Si è comportato molto bene, se n’è andato da caporal maggiore promosso sergente. Il suo fascicolo parla per lei. I servizi informativi dell’esercito mi avevano schedato prima di cederci i gioielli immobiliari dello Stato”. La risata di Stefano è sommessa, ma il vero colpo di scena doveva consumarsi il pomeriggio, davanti al tavolo ufficiale della firma. Al momento di mettere l’inchiostro sul contratto c’era il Ministro della Difesa dell’epoca: Sergio Mattarella. Accanto a lui c’erano Biasi, Marigo e il sindaco Sironi. “Nel momento in cui le penne toccano i fogli – ricorda Cesari – vedo l’ingegner Biasi che fa un occhiolino d’intesa, complice e d’altri tempi, proprio a Mattarella”. Stefano fa una piccola pausa, lo sguardo si perde per un attimo oltre i tavoli della locanda, verso il bosco. “In quel preciso istante ho capito tutto. Ho capito che noi avevamo corso come pazzi sulla parte urbanistica e infrastrutturale, convinti di fare un’impresa solitaria… e invece, sopra di noi, c’erano due grandi burattinai gentiluomini che si conoscevano da trent’anni e avevano già orchestrato e gestito tutto, perché si stimavano da una vita. Ma sai cosa ti dico? Che va bene così! Meglio così! È la bellezza di quando la politica era fatta da uomini con una dignità e una visione superiori”.
L’ADDIO ALL’IMPEGNO POLITICO
Finito il mandato nel 2002, Cesari stacca la spina. Gli viene chiesto un impegno maggiore, una candidatura ulteriore, ma l’azienda chiama e la politica non lo ha sedotto fino al punto da fargli perdere la terra. Conserva però la lucidità malinconica del testimone di un’epoca tramontata. “Ho imparato a fare politica restando zitto per i primi due anni ad ascoltare. Allora c’era una scuola quadri, c’erano professionisti che arrivavano in consiglio comunale dopo vent’anni di assemblee e sezioni. Oggi la politica si è svuotata, manca l’ambizione di persone provvisti di una preparazione enorme. Nelle frequentazioni della mia gioventù, il professor Giorgio Zanotto, che è stato sindaco e presidente della provincia e di una banca, era un amico di famiglia. Frequentavo la stessa scuola dei suoi figli e si andava in vacanza insieme sul Gargano. Si prendeva la macchina, si visitavano le cattedrali pugliesi e lui entrava e te le raccontava pietra su pietra perché le conosceva. Uomini così non ci sono più. Il processo democratico si è svilito perché sono scomparsi i corpi intermedi. Una volta Confagricoltura parlava con la Commissione Agricoltura della Camera ogni due mesi. Oggi la politica verticistica non ha più bisogno di nessuno, né degli agrari né dei sindacati; i parlamentari vengono calati dall’alto con le liste bloccate e non e più necessaria la ricerca del consenso sul territorio. I giovani, poi, non sono neanche richiesti. Io un tempo conoscevo personalmente tutti gli onorevoli del mio collegio, venivano a cercarti, c’era un dialogo. Oggi non so neanche chi siano. Finché c’è un piatto di pasta sulla tavola agli italiani va comunque bene, però prima o dopo la cosa è destinata a deflagrare. E quando succede in Italia, deflagra male. In maniera pesante”.

LA SECESSIONE E L’AMARONE “RARO E CARO”
Il ritorno all’agricoltura a tempo pieno coincide con la crescita dimensionale di Brigaldara. La tenuta si espande: nel 1991 Stefano affitta la proprietà di Case Vecie dallo zio Piero; alla morte di quest’ultimo, nel 2015, i cugini – con una generosità che Cesari ricorda ancora con profonda gratitudine – decidono di vendergliela per permettergli di investirci in maniera strutturale. Sessantasei ettari complessivi, di cui dieci vitati. Altri vigneti vengono presi in affitto nella valle di Marcellise, portando Brigaldara a contare ad oggi cinquanta ettari di vigne proprie.
Nessun conferimento esterno. “Lavoriamo solo le uve nostre nella cantina di San Floriano – precisa con orgoglio – per una produzione che oscilla tra le trecento e le quattrocentomila bottiglie, distribuite su trenta mercati internazionali. Facciamo centomila bottiglie di Amarone, centomilamila di Ripasso e centomila di Valpolicella. Un terzo, un terzo, un terzo”. È la trinità identitaria dell’azienda.
La vera firma di Stefano Cesari è stata l’introduzione di una visione borgognona o barolista in terra veronese: un Amarone per ogni vigneto, una mappatura liquida per leggerne le ore di luce, i suoli e l’altitudine. L’Amarone Classico di Brigaldara nasce a centocinquanta metri di quota, esposto a ovest, prendendo tutto il calore del sole della sera; è un vino ricco, pieno, muscolare. L’Amarone Cavolo è alla stessa altezza, ma guarda a est e riceve il sole del mattino su un terreno più leggero; è un vino immediato, che si concede prima al bevitore. L’Amarone Case Vecchie è a 450 metri d’altezza in alta collina, con le uve che maturano lentamente, la vendemmia slitta a fine ottobre e l’affinamento richiede un anno di più in cantina. “È forse la nostra espressione migliore in questo momento”, sussurra Cesari, ed è il trionfo di quella collina storica che lui e Ferrarini avevano cercato di proteggere.
La difesa di questa visione rigorosa e artigianale ha portato Stefano Cesari al punto di rottura più sofferto della sua vita professionale: la scelta di uscire dal Consorzio di Tutela e di aderire al percorso delle Famiglie Storiche. Per un uomo che per quella realtà ha speso anni — prima come presidente del Consorzio e poi come vicepresidente di Federdoc — quella separazione resta un capitolo delicato, sofferto e complesso. “Lasciare la casa comune è stato un passaggio doloroso”, ammette con una punta di amarezza. “All’origine di quella scelta non c’è mai stato un calcolo di opportunità, ma una diversa sensibilità sul modo di intendere il futuro del territorio e le dinamiche di rappresentanza. Quando vengono a mancare i presupposti per una visione condivisa, il dialogo rischia di diventare formale. Per me era diventato fondamentale rimanere coerente con l’idea di denominazione in cui ho sempre creduto”. Una scelta che nasce dall’idea che Cesari ha sempre coltivato per l’Amarone: un vino d’eccellenza, fortemente legato alla collina, al valore del tempo e alla cultura della pazienza. “L’Amarone, per storia e vocazione, deve rimanere un vino ‘raro e caro’. È un prodotto che richiede un rigore naturale e una determinata visione produttiva. Quando le strade per interpretare questo valore si dividono, è giusto che ciascuno segua con rispetto la propria. Rientrare in un contesto unitario ha senso solo se si ritroverà una sintesi capace di valorizzare le differenti anime del territorio. Fino ad allora, continuerò a percorrere la mia strada”.
CHI SONO & COSA FACCIO Sono Gian Omar Bison, giornalista e divulgatore. Mi occupo di agroalimentare, enogastronomia, economia agricola, attualità e politica, raccontando cosa c’è davvero dietro i fatti di settore.
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IL SAPORE DELLA POLVERE E IL VENTO DELL’INVERNO
C’è un’eleganza antica nel modo in cui Stefano Cesari affronta il crepuscolo della propria stagione all’interno dell’azienda. Molti patriarchi del vino veneto restano aggrappati alle chiavi della cantina fino all’ultimo respiro, logorando i rapporti con le nuove generazioni in una lunga guerra di tenzone patrimoniale. Stefano Cesari no.

Ha fatto un passo di lato con una serenità rara nelle cronache rurali. “Faccio fatica a trovare dei rimpianti – risponde con una pacatezza profonda – Una delle cose di cui vado più fiero è di aver lasciato mano libera ai miei ragazzi fin da subito, da quando sono entrati in azienda. Io ho il 32% delle quote, loro hanno il 34% a testa. Hanno la maggioranza numerica e legale. Fanno quello che vogliono, senza chiedere il mio parere. Ma il mio parere c’è e ci sarà, che lo chiedano oppure no. Io rimango nella struttura di controllo, ma le decisioni sono loro”. Antonio, trentasette anni, è oggi l’uomo-azienda, il volto pubblico, l’immagine e il gestore totale di Brigaldara. Lamberto lavora part-time, si occupa al cento per cento della splendida realtà di Case Vecie portandola avanti e poi vive una vita “a latere” come giornalista e lavora nella nautica per Gottifredi Maffioli. “Li ho lasciati tranquillamente fare, senza condizionarli mai. Sono molto fiero di questo”.
C’è un’eredità immateriale, un codice d’onore della stirpe che Stefano sente di aver protetto, ed è il diritto all’errore. “Mio padre Lamberto fece la stessa cosa con me: mi lasciò sbagliare sapendo che stavo sbagliando, ma tenendomi le spalle coperte. Ho potuto sbagliare. Io credo, spero di essere riuscito a fare la stessa cosa con i miei figli. È fondamentale nella vita togliere ogni tanto il materasso da sotto i piedi dei figli. Bisogna lasciarli prendere le cantonate, perché solo così ci si rende conto dell’errore e si riparte. Se non provi il sapore della polvere, non impari a camminare”.
TRA MARKETING ED ENOTURISMO
L’altro legame segreto che unisce Stefano Cesari alla terra passa attraverso un atavico istinto predatorio e conservativo: la caccia. “Sono un cacciatore da sempre, per tradizione familiare. L’agricoltore e il cacciatore sono due fratelli gemelli, perché condividono lo stesso identico approccio alla natura”. Non è la natura idilliaca dei cittadini; è quella ruvida del bosco, del vento, del passaggio degli animali, del mutare delle stagioni, dell’attesa solitaria sulle creste prima dell’alba. È questa consuetudine con la realtà nuda che lo rende scettico davanti alle derive del marketing contemporaneo. Fino alla pandemia di Covid, a Brigaldara la parola comunicazione non esisteva. L’azienda viveva sul prestigio accumulato e sul responso delle guide cartacee. “Dobbiamo alle guide l’ottanta per cento del nostro successo storico. Se non ci fossero state loro, nessuno avrebbe saputo che il nostro vino aveva una qualità superiore”. Poi, nel silenzio del lockdown, i figli lo hanno costretto a un brainstorming totale. Hanno ridisegnato le etichette, ripensato l’immagine, assunto consulenti che hanno insegnato alla famiglia a guardarsi dentro. “È stato un grande insegnamento dei miei figli, io prima ero sempre andato avanti a intuito, non ne avevo mai sentito l’esigenza. Oggi il brand si rafforza raccontando, avvicinando il consumatore all’essenza dell’azienda, dimostrandola e facendola vedere. È uno sforzo lunghissimo e complesso, ma il nuovo paradigma è questo”.
Un produttore storico come Giorgio Salvan ha teorizzato e coniato la divisione tra “i vini che viaggiano” — i prodotti da grande volume che si muovono nelle rotte globali della gdo e della ristorazione — e “i vini che fanno viaggiare“, ovvero le etichette artigianali legate all’enoturismo, capaci di attrarre il viaggiatore alto-spendente all’interno di un ecosistema fatto di borghi, ristoranti, salumi e formaggi tipici. Ma Cesari, che con Case Vecie gestisce anche una splendida locanda e un sistema di accoglienza, non si lascia sedurre dalle facili risposte dell’enoturismo. Lo sguardo si fa cupo, velato dall’inquietudine del vecchio cacciatore che avverte il mutare profondo del vento, quando analizza i dati macroeconomici: “Io ho un grande dubbio… Tutti dicono che il turismo enogastronomico internazionale sta crescendo, che l’incoming tiene. Eppure, i vini che fanno viaggiare hanno delle difficoltà. Mi spaventa ad esempio il momento di transizione che sta vivendo il Brunello di Montalcino, quando la Toscana resta la regione enologica più visitata del mondo. Il Brunello è il turismo americano per eccellenza. E se hanno delle difficoltà loro, significa che c’è qualcosa di più profondo che si sta rompendo a monte. E secondo me alle spalle c’è una crisi globale dei consumi e una disaffezione generazionale verso il vino. C’è un’incertezza geopolitica dilagante, l’inflazione che morde, e vedo tanta confusione nei mercati esteri. Mi spaventano gli Stati Uniti per la loro totale imprevedibilità politica ed economica; mi spaventa la Germania che ha smesso improvvisamente di investire e di spendere. I nostri partner storici sono in affanno”.

Il sole di mezzogiorno illumina pienamente la vallata di Case Vecie. Stefano Cesari rimane in silenzio per un attimo. Ha affrontato crisi sindacali nella metalmeccanica, ha firmato l’acquisto di caserme storiche insieme al futuro presidente della Repubblica e ha sfidato chiunque in nome di un Amarone antico, fatto di gelo, di legno e di attesa. Non cerca risposte facili per il futuro che incombe; non ha rimpianti, non ha rimorsi. Gli basta sapere che quassù, sulle colline alte, la natura segue ancora il suo ordine antico. E che i suoi ragazzi hanno imparato a guidare la nave da soli, liberi di prendere la loro parte di polvere.







