Intervista a Inama, innovatore “per rabbia” dagli studi di biotecnologia in UK al ritorno in vigneto. Racconti e visioni, non senza provocazioni, dai Colli Berici al mercato mondiale con vini che hanno voluto segnare una rottura.
Se non hai una sfilza di avi vignaioli da esibire come trofei, o una storia di famiglia che si perde nelle nebbie del Medioevo, nel mondo del vino italiano sei spesso considerato un parvenu. C’è tutta una letteratura fatta di blasoni e sangue blu, buona per riempire i manuali del “vignaiuolo meraviglioso” e incantare i turisti con lo storytelling della polvere secolare. Eppure, in questo Veneto seduto sul benessere del Prosecco e sulla pigrizia dei soliti sapori, c’è chi ha deciso che la nobiltà non si eredita, si inventa. Stefano Inama è uno di questi: un “eretico per scelta e un innovatore per rabbia”, uno che ha studiato biotecnologie in Inghilterra per capire quanto fosse asfittico il cortile di casa.

Non aspettatevi le solite chiacchiere sulla tradizione: qui si parla di sinapsi attive, di tecnologia che serve a pulire la bocca e di una ricerca dell’eccellenza che somiglia più a una privazione cistercense che a un business plan.
Inama ti accoglie con la schiettezza di chi non deve chiedere permesso a nessuno, con la voce di chi sa che per fare un vino che ti resta piantato nel cervello per trent’anni non serve l’araldica, ma il rigore di chi vuole strappare la specialità al dialetto locale. È una storia che sa di basalto e di scommesse vinte contro i sacri testi dell’enologia, il racconto di un uomo che ha barattato il ragioniere con lo spirito, convinto che il futuro del vino non sia nella “robetta” da prezzo, ma in quell’emozione grassa e persistente che ti lascia addosso il ricordo di un pollo arrosto mangiato come Dio comanda.
C’ERA UNA VOLTA LA PIPÌ DI GATTO
C’è un momento preciso, nel silenzio di una cantina che sa di rovere e attese, o tra i filari selvaggi dei Colli Berici dove il calcare marino affiora come ossatura della terra, in cui Stefano Inama smette di essere un produttore per diventare un filosofo della materia. Lo incontriamo in una mattina che profuma di mosto e di visioni nella sua azienda Inama, che non è nata per inerzia ereditaria, né per quella pigrizia stanziale che lui rimprovera spesso al suo Veneto. È il frutto di una rottura, di un master in biotecnologie in Inghilterra che gli ha regalato la distanza necessaria per guardare l’Italia con l’occhio critico e appassionato del pioniere.”Mio padre Giuseppe è stato una colonna di Anselmi, direttore tecnico dal 1947 all’82, faceva quello che io chiamo lo ‘sfuso boutique’, vendendo precisione tecnica a chi aveva bisogno di tagliare i vini per i mercati esteri“, racconta Stefano, con quella voce che ha il timbro della terra arida e spaccata. “Lui però non ha mai imbottigliato veramente. Mi ha lasciato i vigneti, ma io venivo da un altro mondo, quello della tecnologia a Milano e dello studio internazionale“.La storia di Stefano non inizia tra le vigne, ma sui libri del liceo classico e poi nelle aule di Scienze alimentari. “Ho preso una strada che non c’entrava nulla – ricorda con un sorriso ironico – mi occupavo di alta tecnologia. Ma dopo l’esperienza inglese mi era venuta questa voglia di fare qualcosa nel vino. In Inghilterra vedevo il boom dei francesi e l’arrivo degli australiani. L’Italia esisteva solo nello scaffale basso, quello del prezzo, della miseria indistinta. Vendevamo chiacchiere, non identità“. Suo padre aveva dei vigneti nel Soave Classico, ma la mentalità era quella del commercio di volumi. Stefano, quasi per gioco, “come chi costruisce aeromodelli per hobby“, inizia a sperimentare in un angolo della cantina.
In quegli anni, il sauvignon in zona era sinonimo di note verdi, acidità acerbe, quel sentore di “pipì di gatto” che i manuali d’enologia dell’epoca esaltavano e che lui detestava. “Da perfetto principiante ho fatto l’esatto contrario dei sacri testi. Loro raccoglievano uva verde per non perdere l’aroma, io ho cercato la maturità estrema. Loro usavano solforosa a pioggia, io ho cercato di ridurla al minimo grazie alla tecnologia che conoscevo. Loro temevano il legno, io ho usato barrique nuove a tostatura forte“. Nasce il Vulcaia Fumé. È una rivoluzione silenziosa ma violenta e Stefano si rivolge al consumatore che cerca la pienezza del frutto, non l’acidità che taglia la lingua. “Lavoravo a Milano e venivo giù il venerdì sera per imbottigliare. Facevamo 100mila bottiglie così, nel weekend, quasi clandestinamente rispetto all’attività di mio padre. Lì ho capito che il mondo industriale ha una vita corta, mentre io ero fatto per le specialità”. Nel 1996 ecco il salto definitivo. “Ho mollato tutto. Ma non per un vino qualunque, ma per un’idea di vino che non esisteva. Il Soave in legno non esisteva, E il carmenère che ho iniziato a lavorare secondo la mia visione nel 1997 non aveva riferimenti. Non abbiamo mai fatto la copia di un vino“.

IL VENETO? UN GIGANTE ADDORMENTATO E IL VINO DA PARTITA DOPPIA
Mentre la conversazione si addentra nei meandri del sistema-vino, lo sguardo di Inama si fa più critico verso il contesto regionale. Definisce il Veneto un “gigante addormentato“, una regione seduta su successi commerciali straordinari che però rischiano di diventare una gabbia dorata. “Il Veneto centrale è il Prosecco. Un fenomeno commerciale incredibile, un prêt-à-porter che ha dato prosperità, ma che ha anche in parte anestetizzato la spinta verso una ricerca diversa. Si è creato un benessere diffuso che ha portato a una sorta di stasi intellettuale. E se non hai il ‘bernoccolo’ della qualità, se non hai la voglia di rischiare tutto per fare un vino diverso e da cento punti, resti un onesto artigiano del volume“.
Per Stefano, il confronto con la zona di Verona è impietoso. “Verona fa corsa a sé. Lì hanno creato il mito perché hanno avuto dei precursori. Giuseppe Quintarelli è stato il primo marchio menzionato in America, ancora prima dei grandi toscani. Hanno avuto Leonildo Pieropan nel Soave Classico. Noi invece, tra Vicenza e Padova, siamo rimasti ‘dialettali’, provinciali, stanziali. La gente qui va in vacanza nello stesso posto per trent’anni, beve lo stesso vino perché ‘si trova bene’ e non vuole stimoli. Il mercato del vino si divide così: i ‘non evoluti’ che vogliono la sicurezza del solito sapore e quelli con le sinapsi attive che cercano l’emozione, il cambiamento, la specialità. Manca in parte la cultura del bere bene: siamo il primo mercato per Porsche e Champagne, ma poi mangiamo in trattoria a 30 euro, magari anche bene per carità, ma ci arriviamo con macchine da 200mila euro. È una questione di status, non di cultura del territorio“.
C’è un concetto che Inama ripete quasi come un mantra, attingendo – non senza un’enfasi provocatoria – alla storia monastica: la privazione. Per lui, il vino è un percorso spirituale, quasi monacale. “I grandi vini in Francia li hanno fatti i frati dell’anno mille. Ma non è ‘ora et guadagna’, è ‘ora et labora’. Se vuoi fare un vino che ti avvicini a Dio, non puoi indugiare troppo nella bella vita. Devi risparmiare sempre, investire ogni centesimo negli asset, nei terreni, nelle attrezzature di ultima generazione. È un percorso di sacrificio che trasforma il capitale in sostanza“. Questa filosofia si scontra frontalmente con la mentalità del guadagno subito. “Nel vino guadagni cinque e devi spendere dieci per andare avanti. Si cucina una volta all’anno, ed è un’operazione con un orizzonte trentennale. Chi cerca il guadagno immediato ha già perso in partenza. Noi non abbiamo un direttore commerciale, non abbiamo neanche un ragioniere – rivela con una risata che è una dichiarazione d’indipendenza totale – perché se cominci a guardare i soldi non fai più l’eccellenza. Il ragioniere ti direbbe subito che quella barrique costa troppo o che bisogna vendere subito, perché il magazzino pesa. Ma il vino d’eccellenza deve andare avanti secondo lo spirito e la maturità del tempo, non secondo il bilancio trimestrale. Bisogna prendere lo spirito con cui sono stati creati i grandi vini: mai con l’idea del ‘dai che vendiamo’, perché quello spirito distrugge tutto“.

IL VINO, LE SINAPSI ATTIVE E LA RICERCA DELL’IDEA DI BUONO
Inama non le manda a dire nemmeno sulle mode green. “Siamo stati biologici certificati per 14 anni con le uve, ma non ci credo più. Con le nuove malattie e gli insetti devastanti che arrivano, l’approccio biologico è peggiore di un approccio scientifico mirato di ultima generazione. Ad esempio, nel biologico si usa il ‘generico’, come il piretro, che mette a rischio la biodiversità. Io voglio una pallottola che uccida solo il bersaglio, non sparare col cannone. E le nuove molecole in commercio si degradano rapidamente, non lasciano residui se sai scegliere“. Sul biodinamico è ancora più tranchant. “È una cosa triste. Ha recuperato concetti ancestrali meravigliosi (che usiamo anche noi), ma ne ha fatto una religione: i corni, le lune… Io sono laureato in biotecnologie e specializzato in biotecnologie, a me non la raccontano“. Per lui l’unica etichetta che conta è quella che non c’è: “l’unico assaggio che ha senso è quello alla cieca. Non voglio sapere se è naturale o chimico, voglio che generi in me il senso di bontà. Il vino deve essere buono o cattivo, punto. Chi ha stimoli cerebrali, chi ha sinapsi attive, cerca il buono assoluto. E per arrivarci non bisogna riscoprire la ruota, bisogna andare alla Bridgestone. Noi abbiamo preso i consulenti di Bordeaux che in cinque anni ci hanno lanciato con la fionda. Se vivi in una realtà provinciale e pensi di essere l’unico bravo, rimarrai nell’età della pietra“.

LA SFIDA “WILD” DEI COLLI BERICI
Nel 2000, la sfida si sposta sui Colli Berici. Un territorio che Stefano descrive come “wild“, selvaggio, in fase di spopolamento, “non disegnato come la Toscana”. Ed è qui che la sua critica si fa politica: “a Montalcino gli stranieri sono il 50%. Da noi non c’è nessuno. Sting non comprerebbe mai a Soave o sui Berici. Helen Mirren vive in Puglia e si compra la masseria. Perché? Perché le nostre sono realtà ‘dialettali’, il paesaggio non è ‘disegnato’. Quando porto qui i miei distributori da Singapore o da New York, rimangono a bocca aperta. Mi chiedono come sia possibile che un posto così bello e vocato sia ancora così invisibile. Il problema è l’indotto dove siamo per lo più al provincialismo di chi guarda solo al proprio orticello“.Nonostante questo, Inama ha scommesso sul carmenère e sui tagli bordolesi, dimostrando che queste colline hanno un’anima profonda. “Il territorio va portato a casa della gente: noi abbiamo 100 agenti solo in Italia e siamo una micro-multinazionale. Il vino è la migliore conserva alimentare, fa viaggiare il territorio e non è una bottega dove devi entrare per forza. Il vino di elezione dei Berici deve stare nelle carte dei vini al posto dei grandi nomi francesi dove spesso i Borgogna sono andati a prezzi folli. Ecco, noi vogliamo entrare sempre di più in quello spazio, offrendo pulizia tecnica e complessità“.

Oggi l’azienda conta una squadra di 45 persone. Con i tre figli che si occupano di management, commerciale e produzione, Stefano si gode la supervisione portando l’esperienza di chi ha esportato in 70 paesi. Il suo sguardo sul futuro è un vaticinio duro: “in cinque anni cambierà tutto. Le nuove generazioni non bevono più e i vecchi muoiono. Spariranno le aziende della ‘robetta’ da prezzo. Il vino tornerà ad essere un bene di lusso, come la penna stilografica. Si scriverà col computer, ma chi vorrà l’emozione cercherà l’eccellenza nel pennino e nel calamaio dell’artigianato di qualità“.Ci lasciamo mentre il sole illumina i pendii. Stefano Inama resta lì, custode di un’eresia che è diventata successo e a sua volta moda tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, con la consapevolezza di chi sa che il buono autentico è come quel pollo arrosto della nonna: grassissimo, croccante, un sapore che ti rimane nel cervello per trent’anni. “Noi lavoriamo per quel ricordo. Il compromesso non va da nessuna parte. In Francia ci sono mille produttori che puntano all’eccellenza assoluta, in Italia siamo forse una cinquantina. La sfida è tutta qui“.
Interview with Inama: An innovator “driven by anger,” from biotech studies in the UK to the return to the vineyard. Stories and visions, not without provocations, from the Berici Hills to the global market with wines that sought a clean break.
If you don’t have a long line of winemaking ancestors to display like trophies, or a family history lost in the mists of the Middle Ages, you are often considered a parvenu in the world of Italian wine. There is an entire literature built on coats of arms and blue blood, perfect for filling “wonderful winemaker” manuals and enchanting tourists with the storytelling of centuries-old dust.
Yet, in this Veneto region—comfortably settled on the prosperity of Prosecco and the laziness of familiar flavors—there are those who have decided that nobility isn’t inherited; it’s invented. Stefano Inama is one of them: a “heretic by choice and an innovator by anger,” someone who studied biotechnology in England to understand just how suffocating his own backyard was.
Don’t expect the usual small talk about tradition: here, we talk about active synapses, technology used to “cleanse the palate,” and a quest for excellence that feels more like Cistercian deprivation than a business plan.
Inama welcomes you with the bluntness of a man who doesn’t need to ask permission, with the voice of someone who knows that to make a wine that stays planted in your brain for thirty years, you don’t need heraldry—you need the rigor of someone who wants to tear “specialty” away from the local dialect. It is a story that tastes of basalt and bets won against the sacred texts of oenology; the tale of a man who traded the accountant for the spirit, convinced that the future of wine lies not in cheap “stuff,” but in that bold, persistent emotion that leaves you with the memory of a roast chicken eaten exactly as God intended.
ONCE UPON A TIME, THERE WAS CAT PEE
There is a precise moment—in the silence of a cellar smelling of oak and anticipation, or among the wild rows of the Berici Hills where marine limestone surfaces like the earth’s skeleton—when Stefano Inama stops being a producer and becomes a philosopher of matter. We meet him on a morning scented with must and visions at his Inama estate, which was not born out of hereditary inertia, nor out of that sedentary laziness he often blames on his Veneto. It is the result of a rupture, of a Master’s in biotechnology in England that gave him the necessary distance to look at Italy with the critical and passionate eye of a pioneer.
“My father Giuseppe was a pillar of Anselmi, technical director from 1947 to ’82; he made what I call ‘boutique bulk wine,’ selling technical precision to those who needed to blend wines for foreign markets,” Stefano recounts, his voice carrying the timbre of dry, cracked earth. “But he never truly bottled his own wine. He left me the vineyards, but I came from a different world—the world of technology in Milan and international studies.”
Stefano’s story doesn’t begin in the vines, but with classical studies in high school and then Food Science at university. “I took a path that had nothing to do with it,” he recalls with an ironic smile, “I was involved in high tech. But after the English experience, I felt this urge to do something in wine. In England, I saw the French boom and the arrival of the Australians. Italy only existed on the bottom shelf—the shelf of price, of indistinct misery. We were selling talk, not identity.” His father had vineyards in Soave Classico, but the mindset was one of volume trade. Stefano, almost as a game, “like someone building model airplanes as a hobby,” began experimenting in a corner of the cellar.
In those years, Sauvignon in the area was synonymous with green notes, sour acidity, and that scent of “cat pee” that oenology manuals of the time praised and that he loathed. “As a total beginner, I did the exact opposite of the sacred texts. They harvested green grapes to avoid losing aroma; I sought extreme ripeness. They used sulfur like rain; I tried to minimize it thanks to the technology I knew. They feared wood; I used new barriques with a heavy toast.” Thus, Vulcaia Fumé was born. It was a silent but violent revolution, and Stefano targeted the consumer looking for the fullness of the fruit, not the tongue-cutting acidity. “I was working in Milan and would come down on Friday nights to bottle. We made 100,000 bottles like that, over the weekend, almost clandestinely compared to my father’s business. That’s when I realized the industrial world has a short life, while I was built for specialties.”
In 1996 came the final leap. “I quit everything. But not for just any wine—for an idea of wine that didn’t exist. Oaked Soave didn’t exist. And the Carmenère I started working on according to my vision in 1997 had no references. We never made a copy of another wine.”
VENETO? A SLEEPING GIANT AND THE “DOUBLE-ENTRY” WINE
As the conversation delves into the intricacies of the wine system, Inama’s gaze becomes more critical toward the regional context. He defines Veneto as a “sleeping giant,” a region sitting on extraordinary commercial successes that risk becoming a golden cage. “Central Veneto is Prosecco. An incredible commercial phenomenon, a prêt-à-porter that brought prosperity, but has also partly anesthetized the drive toward different research. A widespread well-being has been created that led to a sort of intellectual stasis. And if you don’t have the ‘knack’ for quality, if you don’t have the desire to risk everything to make a different, 100-point wine, you remain an honest artisan of volume.”
For Stefano, the comparison with the Verona area is harsh. “Verona is in a league of its own. There, they created the myth because they had precursors. Giuseppe Quintarelli was the first brand mentioned in America, even before the great Tuscans. They had Leonildo Pieropan in Soave Classico. We, however, between Vicenza and Padua, remained ‘dialectal,’ provincial, sedentary. People here go on vacation to the same place for thirty years, drink the same wine because they ‘feel comfortable’ and don’t want stimulation. The wine market is divided like this: the ‘un-evolved’ who want the security of the usual flavor, and those with active synapses who seek emotion, change, and specialty. There is a partial lack of fine-drinking culture: we are the top market for Porsche and Champagne, but then we eat at a trattoria for 30 euros—maybe even well, for heaven’s sake—but we get there in 200,000-euro cars. It’s a matter of status, not territorial culture.”
There is a concept Inama repeats almost like a mantra, drawing—not without provocative emphasis—on monastic history: deprivation. For him, wine is a spiritual journey, almost monastic. “The great wines in France were made by the monks of the year 1000. But it’s not ‘pray and profit’ (ora et guadagna); it’s ‘pray and work’ (ora et labora). If you want to make a wine that brings you closer to God, you can’t indulge too much in the good life. You must always save, investing every cent in assets, in land, in latest-generation equipment. It is a path of sacrifice that transforms capital into substance.” This philosophy clashes head-on with the “quick profit” mentality. “In wine, you earn five and you have to spend ten to move forward. You ‘cook’ once a year, and it’s an operation with a thirty-year horizon. Anyone looking for immediate gain has already lost. We don’t have a commercial director, we don’t even have an accountant,” he reveals with a laugh that is a total declaration of independence, “because if you start looking at the money, you no longer achieve excellence. The accountant would tell you immediately that that barrique costs too much or that you need to sell now because the inventory is a burden. But a wine of excellence must move forward according to the spirit and the maturity of time, not according to the quarterly balance sheet.”







