Dalla Gorizia imperiale ai laboratori di fisica nucleare, fino alla guida dell’Abbazia di Praglia. Una conversazione totale con l’Abate Stefano Visintin: un viaggio tra “meridiani” che si incontrano nelle domande fondamentali dell’esistenza, dove la terra, il rigore dello studio e la spiritualità si fondono in un’unica ricerca di senso. Tutto germoglia da un punto preciso sulla mappa e nel tempo: Gorizia, anno 1959. Ma per definire la figura poliedrica di Stefano Visintin – oggi abate all’Abbazia di Praglia sui Colli Euganei – bisogna scavare in una genealogia che appare come una vera e propria lezione di storia mitteleuropea, densa di nomi e destini incrociati. “Mio padre, Mario, era un goriziano doc: ci ha lasciati a 101 anni, una tempra incredibile, d’altri tempi. Lui era nato in una Gorizia che portava ancora vividi i segni e i fasti dell’Impero. Mia nonna Maria apparteneva a quella sponda che oggi definiremmo slovena o jugoslava, ma quando vide la luce era suddita dell’Impero Austro-Ungarico. Mio nonno, invece, proveniva dalla zona di Farra d’Isonzo”.
Le radici materne aggiungono un altro tassello importante a questo paesaggio interiore. “Mia madre, Laura Veronesi, era friulana, nata ad Attimis, proprio nel cuore pulsante della regione. Porto nel sangue sia l’eleganza del Collio che la schiettezza del Friuli, un incrocio di terre che segna antropologicamente chi nasce in quei luoghi. È un’eredità fatta di pragmatismo sapiente e di un attaccamento ancestrale alla terra che non ti abbandona mai, nemmeno tra le mura di un chiostro”. Da Gorizia, la vita sposta Visintin subito a Muggia, in provincia di Trieste, seguendo il lavoro del padre. “Era stato distaccato a Muggia perché in quel tempo vigeva il Dazio: lavorava per un’agenzia privata che riscuoteva le imposte per i comuni. Mia madre custodiva il focolare ‘allargato’ — un concetto di famiglia che oggi definiremmo totale — anche se prima aveva lavorato come segretaria. In quegli anni la casa era il fulcro del mondo femminile, ma capisci col tempo che il lavoro è anche un fondamentale motore di socialità”. È in questo lembo d’Italia che Stefano attraversa l’infanzia, tra le scuole di Muggia e i primi sguardi rivolti verso Trieste.
L’IMPRINTING DEL CONFINE: VIVERE TRA DUE MONDI
Crescere a Muggia, in quegli anni, significava avere il confine jugoslavo a pochi passi, una presenza solenne che condizionava ogni più piccolo gesto quotidiano. “Si percepiva una dicotomia enorme — racconta l’Abate con sguardo lucido — bastava osservare l’architettura, i colori delle case, o semplicemente varcare la soglia dei negozi: dall’altra parte erano spesso desolatamente spogli, ammantati da un grigio che trasudava una povertà che noi, pur nella nostra dignitosa semplicità, non riuscivamo a concepire”.

I ricordi di quella stagione sono viscerali, quasi tattili. “Ricordo nitidamente i lasciapassare necessari per andare a riabbracciare i parenti a Nova Gorica. C’era un ‘di qua’ e un ‘di là’ netto: a un certo punto la strada si interrompeva, c’era una barriera fisica che sentivo risuonare dentro di me. A Muggia vivevo fuori, immerso nella campagna, a soli cento metri da un confine fatto di colline silenziose e boschi intricati. Sapevi di poter vagare nel bosco, ma la vigilanza doveva essere estrema: in cima a ogni altura svettavano le garitte sopraelevate con i militari jugoslavi. Se noi italiani svalicavamo verso di loro, nella peggiore delle ipotesi si finiva al comando per una multa; il dramma era l’inverso: se qualcuno tentava il passaggio da là verso l’Italia, i soldati sparavano senza esitazione. Si respirava questo brodo culturale denso, una tensione palpabile tra chi tentava la sorte per venire in Italia persino via mare, aggrappato a mezzi di fortuna”. Questa identità da “gente di confine” la metabolizzi solo a distanza di anni. “Già tra le mura domestiche, mia nonna Maria incarnava un crogiolo di lingue: parlava sloveno, l’italiano arrivò molto dopo. Quando si rivolgeva a me, mescolava lo sloveno con frammenti di tedesco e friulano. Vivevo immerso in due mondi in antitesi. C’era persino una forte appartenenza ideologica: avevo parenti legati all’ideologia comunista che, da bambino, mi incutevano quasi un senso di timore reverenziale quando mi baciavano sulle labbra, trasmettendomi il sapore di un mondo alieno”.
LA CULTURA MITTELEUROPEA E IL “SENSO DELLO STRANIERO”
Questa identità di frontiera è riemersa con prepotenza paradossalmente a Roma, nel cuore della cristianità. “A Roma mi percepivano spesso come uno straniero. Una suora una volta mi domandò da quanti anni fossi in Italia, complimentandosi perché parlavo bene l’italiano… Lì ho acquisito la piena consapevolezza che la terra di provenienza ti scava dentro un solco. Ho iniziato ad approfondire quell’ontologia del confine e a comprendere Gorizia: noi la percepiamo come la fine della pianura friulana, ma in realtà è una città posta al termine di due valli, quella dell’Isonzo e quella del Vipacco. Tutto il suo cosmo è ‘dietro’ le montagne, non davanti”. Una cultura che si esprimeva solennemente a tavola, nel sacro recinto domestico. “A casa nostra il canone culinario non era ‘italiano’ in senso stretto. C’erano i riti degli gnocchi di susine e degli gnocchi di pane. Prediligevo quei piatti che narravano di un’Europa ormai sbiadita. Oggi quella contrapposizione ideologica si è stemperata: non è più un tabù che genitori italiani mandino i figli alle scuole slovene, segno che quel confine è diventato finalmente una membrana permeabile”.
DAL RIGORE DELLA FISICA NUCLEARE ALLA RICERCA DELL’ASSOLUTO
Il volgersi di Visintin verso la vita monastica non è stato una chiamata improvvisa, un fulmine a ciel sereno. Dopo le elementari e le medie a Muggia, frequenta a Trieste un istituto tecnico industriale, specializzandosi in elettrotecnica. “Sarebbe stato naturale approdare a Ingegneria come percorso accademico, ma già allora avevo passione per le materie teoriche, per la matematica. Non pensavo ancora di fare il fisico; l’idea è arrivata dopo il militare”. Svolge il servizio in Marina per diciotto mesi, principalmente a La Spezia. “Visto che venivo da una scuola tecnica, mi inviarono a Taranto per un corso da sottufficiale. Diventai sergente: tra il fare il militare per costrizione e farlo con una gratificazione economica, scelsi la seconda, e in Marina ho assimilato la disciplina e il valore del rispetto delle gerarchie. Eppure, in quei mesi, il tempo per l’introspezione era vasto: cosa fare della propria esistenza? Emergevano domande ontologiche: dove siamo collocati? Chi siamo davvero? La realtà fenomenica che osserviamo, cos’è nel profondo?”. La risposta fu la facoltà di Fisica a Trieste. “Mi ammaliarono le domande ultime. La fisica mi appariva come la disciplina più prossima all’essenza, capace di affrontare il senso profondo del reale. Una scienza che indaga la materia, l’universo e le leggi che lo governano. Per me, la fisica era lo strumento per scorgere cosa batte dietro le apparenze”. Inizia così un’ascesa nella ricerca sperimentale tra Trieste e i laboratori di Legnaro, immergendosi nei segreti della fisica nucleare. “Non ci fu una crisi nel mio percorso scientifico; tutto procedeva con successo, ero già parte di un gruppo di ricerca stimato. La crisi, se vogliamo definirla tale, era una sottile frustrazione verso la frammentarietà del sapere: più studi, più le domande proliferano e le risposte definitive sembrano ritirarsi. Ti ritrovi davanti a un oceano incommensurabile; percepisci il limite, il confine che si sposta sempre più verso l’alto. Era una vita già “molto monastica” ante litteram: rigore negli orari, perseveranza ascetica, laboratori che operavano come monasteri laici h24, con alzate notturne per monitorare gli esperimenti. Vivevo in un mondo, quello della scienza, che reclama l’anima al cento per cento”.

L’INGRESSO A PRAGLIA E I “MERIDIANI” DELLA VERITÀ
Nel 1988, Stefano varca la soglia dell’Abbazia di Praglia. Non cercava la frenesia del ministero pastorale, ma il silenzio fecondo del chiostro e la severità dolce della Regola. Durante gli anni universitari si era riaccostato al cristianesimo, leggendo le Scritture con occhi nuovi, filtrati dall’esperienza di Comunione e Liberazione. “Non ho mai percepito scienza e fede come due binari divergenti. Sono come meridiani: su queste interrogazioni fondamentali tendono a convergere, pur mantenendo metodologie distinte. È come osservare il mondo da feritoie diverse: ogni prospettiva può e deve arricchire l’altra”. Qui l’Abate si ferma, lo sguardo si perde tra le ombre dello studio. “Il vero ostacolo non è mai stata la scienza in sé, ma la nostra abitudine a pensare per compartimenti stagni. Nel mio percorso ho capito che la teologia oggi affronta una sfida cruciale: smettere di guardare al progresso scientifico con sospetto. Quando dico che Dio ha detto “Sì” alla scienza, affermo che l’indagine razionale è una forma di obbedienza alla realtà. Non c’è conflitto tra il Creatore e le leggi che Egli stesso ha posto nel cuore della materia. Il problema nasce all’ “equatore” della nostra conoscenza. Se restiamo in superficie, la fede e la scienza ci appaiono come rette parallele, destinate a correre vicine senza mai toccarsi, o peggio, a scontrarsi per il territorio. Ma questa è un’illusione ottica dovuta alla nostra distanza dalla verità ultima”. “Immaginiamo i meridiani terrestri: all’equatore sembrano distanti e indipendenti, ma se li seguiamo nel loro cammino verso l’alto, scopriamo che convergono inevitabilmente verso un unico vertice, il Polo. Ecco, la scienza e la fede sono esattamente come quei meridiani. Usano strumenti diversi — l’una il calcolo e l’osservazione, l’altra la preghiera e la rivelazione — ma più saliamo in profondità nella comprensione del mistero dell’uomo e dell’universo, più queste linee si avvicinano. Al “Polo”, ovvero nella Verità tutta intera, la distinzione scompare. Un fisico che studia l’espansione del cosmo e un monaco che medita sulla Parola stanno guardando la stessa luce da angolazioni differenti. La sfida per la teologia moderna è proprio questa: avere il coraggio di camminare lungo il proprio meridiano sapendo che, se siamo onesti nella ricerca, l’incontro con la Verità scientifica non potrà che confermare la Verità della fede. Dio non teme il telescopio; lo ha inventato insieme alla curiosità dell’uomo”. L’approdo a Praglia avviene quasi per un suggerimento del destino, attraverso il fratello. “Ero già sedotto dalla vita monastica, sebbene conoscessi meglio quella orientale. Cercavo un luogo di studio, lavoro e solitudine. Non desideravo la parrocchia, ma una regola che collimasse con il mio stile di vita, già profondamente regolato. Dopo la professione solenne, mi inviarono a Roma, al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, per i gradi accademici in teologia. Conclusi con un dottorato e, anni dopo, ne divenni il Rettore”.

LA GESTIONE E L’OBBEDIENZA: UN PERCORSO LINEARE
Il cammino di Stefano Visintin brilla oggi per una linearità quasi matematica. “Dalla Facoltà di Fisica a Trieste sono approdato a una cattedra di Teologia a Roma, dopo il primo quinquennio a Praglia. Ho vissuto nella capitale per circa 18 anni. Non ho mai inseguito traguardi di carriera, ma mi sono semplicemente posto in ascolto. Essendo un fisico sperimentale, la mia mente era forgiata per i compiti gestionali: così, quasi per inerzia spirituale, mi chiesero di fare il Segretario Generale, poi il Decano, infine il Rettore. Non fu un’imposizione, ma il riflesso naturale della mia formazione. All’inizio senti il peso della responsabilità, ma se hai imparato a misurarti sul campo, alla fine sei forgiato”.Ancora oggi l’Abate non ha divorziato dall’aula. “Insegno tuttora a Roma, scendo due volte al mese. Lezioni in presenza, una notte fuori e poi il ritorno al silenzio di Praglia. È un impegno che custodisco con gioia, alternando la didattica vis-à-vis alla modalità online”.
LA GUIDA DI PRAGLIA: SEMINARE PER IL FUTURO
L’elezione abbaziale giunge nel 2019. “Il meccanismo è quello di un Parlamento: il Capitolo vota. Non ero candidato, impegnato com’ero a Roma, ma mi chiesero la disponibilità. Quando giunsi, con l’approccio che mi appartiene, analizzai subito i registri contabili e lo stato dell’arte. È vano lanciare progetti faraonici se non conosci la solidità del terreno su cui poggi. Da Praglia dipendono realtà come San Giorgio a Venezia, la Chiesa del Monte della Madonna e persino una missione in Bangladesh”.
Le sue priorità sono state nitide sin dal primo giorno: “in primis, elevare la qualità delle relazioni comunitarie. Edificare lo spirito di comunità è il cuore pulsante di una vita così radicale. In secundis, gettare i semi per il futuro: abitare il presente con passi misurati che aprano varchi verso l’avvenire. Non occorrono rivoluzioni, ma occorre vivere il proprio tempo. Il domani lo si edifica sulla pietra dell’oggi”. Sulla secolarizzazione e la rarefazione delle vocazioni, l’Abate ha un giudizio tagliente: “non è un fenomeno inedito. Lo percepisco chiaramente forse perché provengo da terre di confine già profondamente secolarizzate. Credo che certe domande fondamentali non appartengano alla religione sociologica, ma all’essenza stessa dell’uomo. Sono interrogativi che non si possono eludere. La secolarizzazione offre narcotici per dimenticare queste domande, ma la sete di senso permane. Troppo spesso si recide il legame tra vita e ricerca: si va in chiesa per inerzia, mentre oggi è il tempo dell’approfondimento radicale. Per me la fede è un’esperienza personale e densa, non un’eredità scontata”.
IL RAPPORTO CON IL CIBO: SELEZIONE E MEMORIA
Il legame dell’Abate con la tavola è improntato a una rigorosa selezione, sin dall’infanzia. “Sono un selezionatore ostinato. Mi sono sempre rifiutato di consumare certi alimenti, come le frattaglie; c’è un’istanza interiore che oppone un diniego assoluto, nonostante le punizioni infantili. E non ho alcuna intenzione di abdicare ora”. Il piatto del cuore sono gli gnocchi con le susine, un vessillo di memoria. “A Gorizia li cerco sempre, anche se l’archetipo restano quelli di mia nonna. Mi ero specializzato nella liturgia del condimento: burro fuso, pangrattato e una pioggia di cannella. Il piatto preferito, maturato nel tempo, resta però il baccalà con la polenta. Lo prediligo in ogni sua declinazione, anche mantecato purché con sapienza e senza latte”.

LA TERRA, LA MEMORIA E IL VINO “SENZA OROLOGIO”
Il ritorno a Praglia in veste di Abate ha significato riallacciare un dialogo interrotto con la terra. I ricordi del vino domestico prodotto da papà Mario — il merlot e il tocai friulano — si fondono oggi con la gestione avanguardista della cantina abbaziale. “A casa la vigna era una dimensione sociale totale. Trascorrevo ore con i nonni in una famiglia allargata, dove i confini tra le proprietà erano cancelli sempre aperti. Pedalavo tra le vigne dei vicini, che per me erano tutti “zii”. Era un organismo unico, dove la solitudine non esisteva”.Oggi, a Praglia, la conduzione agricola rispecchia questa visione pragmatica e appassionata. L’interesse per la cantina l’Abate l’ha avocato a sé, gestendolo in prima persona. “Nessun confratello sentiva questa specifica vocazione, così ho assunto io l’incarico, insieme alla cura artistica dell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. Desideriamo che quegli spazi siano cenacoli vivi tra la Chiesa e l’arte contemporanea. Spesso il sacro ha temuto i linguaggi del presente, ma noi crediamo che questo dialogo sia vitale per mappare i sentieri dell’uomo moderno. Vi vado spesso, seguendo con attenzione anche gli imponenti restauri”.
Il vino, per Visintin, è un cordone ombelicale con il territorio. “Non è mero prodotto, ma una dimensione culturale stratificata”. Per quanto destinato all’imbottigliamento, “inseguiamo l’eccellenza, con la calma di chi non guarda l’orologio. Ho voluto scommettere sul Metodo Classico (20mila bottiglie su 70mila totali). Pur amando i bianchi fermi per retaggio di confine, ho scorto nello spumante un tratto distintivo, quasi un’eleganza monastica. E stiamo esplorando nuove strade: ho introdotto le anfore per il moscato giallo secco. Abbiamo testato quattro diversi gradi di macerazione; l’anfora conferisce un’architettura e una struttura uniche, e il moscato giallo possiede quell’anima aromatica e balsamica capace di sfidare i grandi bianchi del Collio”. Tra i vertici di questa ricerca enologica troviamo Decanus un nome che evoca la condivisione e il momento solenne del pasto. È un “rosso dell’Abbazia” che nasce come un taglio bordolese d’autore, dove merlot e cabernet sauvignon incontrano il calore vulcanico dei Colli Euganei. “Il Decanus è l’espressione della nostra pazienza. Affina in botti di rovere, cercando quell’equilibrio tra la potenza dei tannini e la finezza dei profumi di sottobosco e spezie. È un vino che parla di maturità, pensato per durare, proprio come la nostra Regola”. Per quanto riguarda la conduzione dei vigneti sul fronte agronomico, la via scelta in Abbazia è quella della lotta integrata. “Impiegare il meglio della scienza fitosanitaria nella dose minima necessaria per preservare la salute della vite. L’essenziale è che il vino sia autentico e ‘naturale’ nell’accezione di non artificiale, un vino che meriti di essere esperito”. Sui Colli Euganei, l’Abate manifesta una tempra battagliera sull’identità vitivinicola. L’identità non è solo una sequenza di DNA, è stratificazione storica, è il nome di certe uve e di certi vini è quello che i nostri vecchi hanno impresso a questo vino. Non dobbiamo barattare il nostro volto per un brand commerciale effimero.
IL FUTURO: SENZA AMBIZIONI, SOLO MISSIONE
Quando la conversazione scivola verso il congedo, l’Abate accetta di riflettere sul futuro. “Sia fatta la volontà di chi regge il tutto. Ma se devo proiettarmi tra cinque o dieci anni, mi scorgo ancora qui a Praglia o nelle aule di Roma. Non nutro ambizioni per porpore o titoli vescovili. Anzi, lo dico con un pizzico di ironia: se fossi nominato vescovo smarrirei la libertà dorata del chiostro e, cosa ancor più grave, perderei la mia vigna. Qui ho rintracciato il mio equilibrio perfetto”. La chiacchierata si sigilla con una riflessione che ricompone, in un unico respiro, i due mondi di Stefano Visintin. “Forse tutto si ricongiunge. Quella curiosità ancestrale che mi spingeva a penetrare il nucleo dell’atomo è la medesima energia che oggi mi orienta nell’esplorare il mistero dell’uomo al cospetto di Dio. Sono semplicemente due semantiche diverse per tentare di contemplare la medesima luce: una frazionata dal prisma della scienza, l’altra accolta nell’unità della preghiera. Ma il traguardo è lo stesso: quel Polo dove ogni domanda, finalmente, trova la sua quiete”.







