Trent’anni di iscrizione all’Ordine, trentacinque a caccia di notizie: la prova che la penna si fa col tempo. L’importante è la curiosità. Sia chiaro: questo non è un epitaffio. Godo di ottima salute e ho ancora molto da scoprire, da raccontare e tutto sommato ancora un po’ di suola da consumare.
Trent’anni! Sono tanti in generale, ma trent’anni di appartenenza a una categoria professionale pesano ancora di più. Ebbene sì: con il 2025 si sono compiuti i miei primi trent’anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti del Veneto. È tempo di bilanci, anche se, a guardare bene, gli anni sono trentacinque da quando, appena ventenne, ho iniziato a bazzicare questo mondo. Dagli esordi a Televenezia, dove ho mosso i primi passi con Alessia Da Canal, Stefano Pittarello, Alex Cattarinussi, Andrea Checconi Sbaraglini e Maria Stella Donà, al breve periodo alla Nuova Venezia con il buon Roberto Lamantea, fino allo sbarco al Gazzettino di Giorgio Lago. Qui, soprattutto grazie a Pietro Ruo — un vero punto di riferimento — ho imparato l’ABC del mestiere: l’importanza di cercare le notizie, di circondarsi di fonti autorevoli e quel sano spirito di competizione per dare, se possibile, il “buco” alla concorrenza. Insieme a lui, figure di spicco come Pierluigi Rizziato, Adriano Favaro e Giordano Giommoni.
Era un mondo in cui il lavoro dei collaboratori e dei corrispondenti di zona, nella costruzione di un giornale di informazione territoriale, era essenziale, adeguatamente considerato e rimborsato. Ricordo gli storici Alfio Menegazzo e Pino Moggian, e i colleghi allora giovani e speranzosi: Enzo Zangrilli, Andrea Serena, Raffaele Rosa, Enrico Cerni, Alessandro Abbadir e il compianto Davide Meggiato, che ci ha lasciati troppo presto. E poi Giambattista Marchetto, Andrea Guolo e Nicola Brillo, con cui condivido tuttora una lunga e sincera amicizia e collaborazioni professionali su testate, libri e uffici stampa.
Il percorso è proseguito con Gente Veneta e Giorgio Malavasi, per poi arrivare agli anni della direzione di periodici locali come “Il Setaccio” (diecimila copie di tiratura, mica bruscolini!) e alla specializzazione su riviste di economia, moda in particolare, e di agroalimentare ed enogastronomia, su tutti con Elena Benedetti. E ancora, gli anni belli dell’ufficio stampa a Veneto Agricoltura con gli amici Mimmo Vita e Renzo Michieletto, e l’impegno associativo con Argav e Unarga, insieme a Fabrizio Stelluto, Efrem Tassinato e molti altri.
Tante corse, tanto impegno, tanta formazione (anche umana), responsabilità, un po’ di tempo perso, qualche soldino buttato, qualche errore e qualche spavento. Ma, tutto sommato, soddisfazioni più che discrete. Il motore è sempre stato la curiosità: quella di raccontare le città, le persone, i comparti produttivi. La voglia di vivere l’attualità scrivendone in ogni sua componente, dalla politica alla cronaca nera, dall’economia al lavoro, costantemente alla ricerca di una notizia e della gratificazione e talvolta gratitudine dei lettori. Resto convinto che la voglia di scoprire e conoscere, la caparbietà, la capacità di coltivare relazioni se non fonti e un pizzico di sfrontatezza siano ancora gli ingredienti principali del nostro lavoro, nonostante le rivoluzioni tecnologiche. La “penna”, con il tempo, si farà.
Mi ero riproposto di evitare il tono nostalgico o passatista, ma certi ricordi meritano di essere fissati. Penso a “La Clessidra”, il giornalino di quartiere a Marano di Mira, quando a diciassette anni scrivevo con Emanuele Pagin e Oscar Marchiori. O a “Uscita di Sicurezza” dell’ASU di Padova, tra tanta carta e una vecchia Olivetti. Ricordo la dettatura dei pezzi ai dimafonisti, prima del web e delle email. E l’incontro con Alfio Menegazzo, cronista di lungo corso in Riviera del Brenta: dopo avermi portato in obitorio, in caserma, in un’impresa funebre e in qualche bar “ben frequentato” dei primi anni Novanta, mi congedò con una pacca sulla spalla e un: “Così si fa il nostro lavoro”. E come dimenticare quando uscivo di casa e lasciavo il numero del fisso dove stavo andando per essere reperibile? Fu proprio dal mio parrucchiere dell’epoca Silvano Scatto che Pietro Ruo mi chiamò per mandarmi a seguire il mio primo omicidio. Scappai di corsa e con mezzi capelli tagliati e”fortuna” volle che arrivassi sulla scena del delitto un soffio prima dei Carabinieri… E poi i campanelli suonati per chiedere ai genitori la foto del figlio appena scomparso, gli inseguimenti in auto con il fotografo per non consegnare il rullino appena scattato, le minacce di querela.
Tanti episodi meriterebbero di essere raccontati, ma oggi mi premeva celebrare un anniversario importante e testimoniare ai più giovani che della serietà e dell’autorevolezza di questo lavoro, e con questo non voglio dire di esserne esempio, c’è ancora un estremo bisogno nonostante il mondo del giornalismo si sia ridotto male tra giovani precari e sottopagati.
Sia chiaro: questo non è un epitaffio. Godo di ottima salute e ho ancora molto da scoprire, da raccontare e tutto sommato ancora un po’ di suola da consumare.






